di Mohamed Lamine Kaba
La recente visita di Xi a Washington è stata semplicemente una manovra tattica, non una vera e propria riconciliazione.
Dietro una facciata di apparente cordialità persiste un antagonismo tenace in diversi ambiti, un antagonismo che entrambe le parti hanno imparato a “gestire”, anche in modi che servono ai rispettivi obiettivi politici interni.
Sebbene siano pienamente consapevoli che la percezione della Cina come minaccia esistenziale per l’America sia il denominatore comune tra i candidati (indipendentemente dalla loro affiliazione politica), così come tra Democratici e Repubblicani, Xi Jinping e Donald Trump hanno comunque deciso di incontrarsi a Washington, proprio nel momento in cui si teneva a New York l’81ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
In realtà, la stretta di mano scambiata giovedì sul portico nord della Casa Bianca tra un raggiante Donald Trump e un impassibile Xi Jinping rimarrà l’immagine più ambigua della diplomazia sino-americana di questo decennio. Dietro l’esuberanza verbale del primo, che ha parlato di una “grande amicizia” basata sul “rispetto reciproco “, e la calcolata moderazione del secondo, che ha preferito parlare di “coesistenza pacifica “, si cela un dramma ben più sottile di una semplice riconciliazione bilaterale. Questa prima visita di Stato di Xi a Washington in oltre un decennio non rappresenta un disgelo. Si tratta di un aggiustamento tattico tra due potenze che hanno imparato a gestire, piuttosto che a risolvere, un antagonismo ormai multidimensionale: a prima vista, commerciale, tecnologico, militare e ideologico.
Il Teatro della Cordialità
La diplomazia contemporanea, in particolare sotto Trump, opera secondo una grammatica visiva in cui il protocollo stesso diventa l’argomento. Le sfarzose dimostrazioni di forza – cene di gala che riuniscono i più grandi nomi della tecnologia americana, la promessa di donare una coppia di panda allo zoo di Atlanta, una visita congiunta agli Archivi Nazionali – rientrano nella cosiddetta “diplomazia della performance”. Vale a dire, un sistema in cui l’emozione proiettata conta tanto quanto, se non di più, il contenuto negoziato. Nulla è casuale. Ogni gesto simbolico serve a una distinta narrazione interna per ciascuno dei due leader, senza che nessuno dei due ceda sulla sostanza. È proprio questa dissociazione tra l’estetica della riconciliazione e la persistenza dei disaccordi strutturali che costituisce il segno distintivo dell’era Trump-XI: un pragmatismo transazionale mascherato dal lessico dell’amicizia personale che non riesce a nascondere la portata delle controversie sottostanti.
Guerra commerciale e disaccoppiamento economico
Il primo e più antico fronte rimane quello commerciale. Dal 2018, le due economie si sono scontrate a colpi di dazi, in un’escalation che né tregue negoziate né successivi vertici sono mai riusciti a disinnescare completamente. Il vocabolario è cambiato. Il termine “guerra commerciale” non viene più utilizzato; al suo posto si usa “de-risking”. Questo neologismo diplomatico intende attenuare una realtà immutabile: il desiderio americano di ridurre la propria dipendenza dalle catene di approvvigionamento cinesi in settori considerati critici, come quello farmaceutico, delle batterie e dei minerali strategici. Pechino, dal canto suo, ha risposto con una politica deliberata di autosufficienza tecnologica, mantenendo al contempo una leva formidabile: il controllo quasi totale della Cina sulla raffinazione degli elementi delle terre rare, essenziali per l’elettronica, la difesa e le energie rinnovabili, che Pechino ha ripetutamente sfruttato attraverso restrizioni alle esportazioni.

A ciò si aggiunge la questione, mai risolta, della presunta sottovalutazione dello yuan e le ambizioni della Cina di una graduale dedollarizzazione del commercio internazionale, un approccio che Pechino persegue pazientemente attraverso i suoi accordi bilaterali in valute locali, senza che al momento si profili una rottura clamorosa con il dollaro.
Il duopolio tecnologico
L’aspetto più rivelatore di questa visita, tuttavia, non è legato al protocollo, bensì al settore industriale. Invitando al tavolo i leader di Amazon, Meta, Apple, Google, Nvidia, Tesla e OpenAI, Washington ha indicato dove risiede ora il vero centro di gravità delle relazioni bilaterali: l’intelligenza artificiale e i semiconduttori che la rendono possibile. Le restrizioni americane sull’esportazione di chip avanzati, il sistema di liste di entità che prende di mira i campioni cinesi e le contromisure di Pechino sui minerali critici delineano il quadro di un confronto sottile ma totale per la supremazia delle tecnologie dirompenti. È qui che emerge il paradosso più istruttivo del vertice: Xi Jinping ha sostenuto lo sviluppo dell’IA sotto il “controllo umano”, mentre Trump ha annunciato la sua intenzione di mantenere lo status quo normativo, una posizione che attribuisce anch’egli a Pechino.
Questa convergenza non è casuale: rivela un interesse comune, quasi collusivo, nel ritardare qualsiasi struttura di governance restrittiva che possa limitare le rispettive industrie nazionali, mentre ciascuna parte cerca di sabotare il progresso tecnologico dell’altra attraverso mezzi più diretti: controllo delle esportazioni, spionaggio industriale, attacchi informatici attribuiti a gruppi statali.
Questo è un caso da manuale di ciò che la teoria dei giochi definisce un equilibrio locale a somma positiva non cooperativo: ciascuno persegue il proprio interesse, ma il risultato complessivo appare, dall’esterno, come un accordo.
Taiwan e il Mar Cinese Meridionale
Nessun vertice sino-americano, tuttavia, è riuscito a cancellare la linea di faglia più rigida della questione: Taiwan. Xi ha ribadito le sue linee rosse con una coerenza che rasenta il rituale, senza che Trump tentasse di coinvolgerlo su questo terreno scivoloso a poche settimane dalle elezioni interne. Questa omissione strategica non è una svista, ma una scelta deliberata: affrontare la questione di Taiwan significherebbe riaprire una disputa che nessuna delle due parti ha interesse a riaccendere pubblicamente.
Lo stesso cauto silenzio avvolge il Mar Cinese Meridionale, dove gli incidenti tra la guardia costiera cinese e navi filippine, vietnamite o americane si sono moltiplicati senza mai degenerare, e dove Washington continua a fare affidamento sulla sua rete di alleanze regionali – AUKUS, Quad, accordi bilaterali con Giappone, Corea del Sud e Filippine – per contenere l’espansione della marina cinese.

A tutto ciò si aggiunge una corsa meno visibile ma altrettanto strutturante: quella delle armi ipersoniche, delle capacità spaziali e degli arsenali cibernetici, settori in cui le due potenze stanno investendo massicciamente senza mai ammetterlo pubblicamente come una corsa agli armamenti.
Infine, la questione iraniana è diventata lo sfondo del vertice: Pechino, alleata de facto di Teheran e maggiore acquirente del suo petrolio nonostante le sanzioni statunitensi, ha colto l’occasione per chiedere una soluzione negoziata al conflitto. Si è trattato di un modo discreto per esercitare influenza su una questione in cui sono direttamente coinvolti i suoi interessi energetici.
La rivalità di valori e influenza
Al di là del commercio e degli armamenti, la rivalità sino-americana si manifesta anche nell’ambito più ampio delle norme e dell’influenza. Washington continua a denunciare la situazione dei diritti umani nello Xinjiang e l’erosione delle libertà a Hong Kong, mentre Pechino respinge sistematicamente queste critiche come interferenze nei suoi affari interni.
La battaglia sui dati personali e sulla sovranità digitale, esemplificata dalla vicenda di TikTok negli Stati Uniti, riflette una reciproca diffidenza nei confronti dell’utilizzo delle piattaforme tecnologiche come veicoli di spionaggio o propaganda.
In termini di infrastrutture globali, l’iniziativa cinese “Belt and Road” continua a sviluppare l’Africa, l’Asia centrale e l’America Latina, in diretta concorrenza con le controproposte occidentali del G7, che non sono mai state dotate di risorse paragonabili.
Infine, questa rivalità normativa si estende ai forum multilaterali – Organizzazione Mondiale del Commercio, istituzioni finanziarie internazionali, Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – dove ciascuna potenza cerca di imporre la propria visione di un ordine internazionale più favorevole ai propri interessi, senza tuttavia rinunciare apertamente al quadro multilaterale esistente.
La politica interna come forza motrice occulta
Nessuna analisi di questo vertice sarebbe completa senza esaminare la sua manipolazione interna. Trump ha orchestrato questo incontro poche settimane prima delle elezioni di metà mandato, che non stanno andando bene per il suo partito, in un clima in cui gli elettori lo accusano di trascurare le difficoltà economiche quotidiane a favore di costosi impegni all’estero. Proiettare un’immagine di conciliazione con la seconda economia mondiale, di fatto la prima, anche a rischio di essere criticato per essere troppo indulgente nei confronti di un regime autoritario, è una scommessa calcolata per riabilitare la sua immagine.
Per Xi, la posta in gioco è simmetrica ma invertita: consolidare una relazione “stabile” offre a Pechino la tregua necessaria per completare il suo ammodernamento tecnologico e industriale, senza concessioni sulle questioni di sovranità che considera non negoziabili.
I due leader stanno quindi mettendo in atto una forma di diplomazia politica interna mascherata da diplomazia di Stato. Questo fenomeno è noto come gioco a due livelli , in cui l’accordo internazionale non è altro che l’estensione di un calcolo strettamente interno, di natura elettorale o di legittimazione.
Probabili traiettorie
Che presagisce questa visita per l’anno a venire? Su ciascuno dei fronti esaminati stanno emergendo diversi scenari.
Sul fronte commerciale, una stabilizzazione superficiale, intervallata da annunci in ambito agricolo o industriale calibrati per l’elettorato americano, senza alcuna revisione sostanziale delle tariffe strutturali né abbandono delle restrizioni intertecnologiche.
Sul fronte militare, si assiste a una gestione sempre più ritualizzata della questione di Taiwan e del Mar Cinese Meridionale, dove le due capitali si accordano tacitamente per rinviare la scadenza di un confronto diretto, ciascuna convinta che il tempo giochi a proprio favore.
Da un punto di vista normativo, la competizione per l’influenza – tra le Vie della Seta e le iniziative occidentali, tra modelli rivali di governance digitale – continuerà ad espandersi senza mai sfociare in una rottura aperta.
Questa visita di Stato rimarrà dunque meno un punto di svolta e più un’istantanea rivelatrice: quella di due potenze che hanno barattato lo scontro frontale con una gestione orchestrata di un antagonismo ormai totale, dove l’amicizia proclamata funge da anestetico retorico a una rivalità che nessuna delle due intende abbandonare.
La storia diplomatica ricorderà che questo vertice fu meno una pietra miliare della riconciliazione che un esercizio di gestione del rischio, in cui ciascuna capitale misurò, con un sorriso sulle labbra, fino a che punto l’altra fosse disposta a cedere senza mai rinunciare a nulla di essenziale.
Fonte: New Eastern Outlook
Traduzione: Luciano Lago

2 commenti su “Xi a Washington, Trump esulta e l’abbraccio maschera la spaccatura”
La stessa messa in scena allestita in precedenza dal Troglodita Imperatore di Tutte le Americhe nei confronti di Putin ad Anchorage l’anno scorso… Nessuno si faccia illusioni: per gli USA, Russia e Cina restano NEMICI da colpire e denneggiare, e lo saranno anche in futuro…
L’ITALIA SEGUENDO LA GEOGRAFIA E LA SUA STORIA MIGLIORE DEVE VELEGGIARE VERSO I BRICS ; GLI ANGLOSASSONI SE NE TORNINO ALDILA’ DEL MARE DA CUI SONO VENUTI, AL DIAVOLO