Washington inizia a battere i tamburi di guerra

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di Luciano Lago
L’Amministrazione USA, in difficoltà per la sua disastrosa gestione della crisi del Covid-19 e per le conseguenze economiche di questa, ha iniziato a far battere i tamburi di guerra.
Quando gli USA si trovano ad affrontare una grave crisi interna e un presidente cerca la rielezione mentre deve affrontare un calo di popolarità, con il bilancio in crisi e il petrolio che scende a livelli minimi causando il fallimento delle imprese di Fracking, ci sono già elementi sufficienti perchè si accenda una luce rossa di pericolo e si iniziano a battere i tamburi di guerra.

Non è quindi un caso che l’Amministrazione Trump stia cercando un capro espiatorio su cui gettare le responsabilità della crisi: il primo è la Cina il secondo è l’Iran.
La strategia di Washington in questo frangente è scontata e consiste nell’accusare la Cina e il suo regime autoritario, nazionalista ed a partito unico, il Partito Comunista cinese, di essere responsabili dell’attuale dramma sanitario; di non aver avvisato in tempo dell’aspetto e del pericolo del virus; di aver inizialmente nascosto la diffusione del virus e di essere stato poco trasparente. D’altra parte è da tempo che l’Amministrazione USA accusava la Cina di espansionismo e di interferenze nei paesi considerati il “cortile di casa” di Washington, come il Latino America e in Medio Oriente, quindi l’occasione di mettere Pechino sul banco degli imputati Washington vuole coglierla al balzo.
La superpotenza americana sta perdendo terreno, stretta tra una crisi economica senza precedenti e il fallimento delle sue politiche di assedio sanzionatorio contro paesi che non si piegano al dominio imperiale USA, come Iran, Siria, Venezuela, deve tentare di riprendere l’iniziativa e indicare un nemico su cui scaricare la sua aggressività.

Portaerei Cinese


Così accade che, invece di occuparsi delle proprie omissioni e carenze, l’opinione pubblica è invitata a unirsi a un esercizio stupido e infruttuoso nel colpevizzare la Cina per la diffusione dell’epidemia, ben guardandosi di fornire prove e di chiarire l’attività dei propri laboratori bio-miltari disseminati in vari paesi dove da molto tempo il Pentagono coltiva gli agenti patogeni per una guerra biologica.
Le ragioni che inducono Washington a questa corsa delirante di accuse sono collegate al timore degli USA di perdere il primato della leadership del mondo per causa della impetuosa crescita del gigante cinese. Da tempo lo sviluppo economico e tecnologico della Cina era considerato dai circoli neocon USA come il grande pericolo per l’egemonia statunitense, la principale minaccia alla sua supremazia.
La situazione è simile a quella determinatasi dopo l’11 Settembre, approfittare di una crisi per scatenare guerre contro i rivali geopolitici dell’America. Allora fu la “guerra al terrore” scatenata da Bush Jr. e da Dick Cheney che prese di mira i paesi arabi e islamici fra Medio Oriente e Asia occidentale. Il fallimento di quella campagna militare costata oltre un milione di vite umane e la distruzione di paesi come l’Iraq, la Libia, la Somalia, la Siria e l’Afghanistan non ha insegnato niente. Adesso potrebbe essere il turno della Cina ma l’avversario in questo caso è tuttaltro che impreparato.
Attaccare militarmente la Cina è una impresa ardua da cui le forze armate USA potrebbero uscire molto malconce, considerato l’enorme potenziale militare e tecnologico di Pechino che potrebbe ricorrere al suo armamanento nucleare per difendersi, sarebbe un disastro planetario e rischierebbe di essere una guerra mondiale.
Ecco allora che si fa largo nella mente dei neocon di Washington, la possibilità di una alternativa con una guerra contro l’Iran, l’eterno nemico degli USA e di Israele. Un conflitto nel Golfo Persico sarebbe un modo per far risalire anche i prezzi del petrolio che stanno portando al fallimento di decine o centinaia imprese petrolifere americane, darebbe soddisfazione ad Israele che da tempo preme per un attacco all’Iran e sarebbe un segnale per gli alleati degli USA che Washington è sempre la superpotenza leader, nonostante i suoi ultimi fallimenti.

USA contro Iran


Questo spiega la rinnovata aggressività degli USA contro l’Iran e le minacce di Trump di far affondare le sue unità navali nel Golfo ed altrove, se queste osino avvicinarsi alle navi statunitensi. Potrebbero essere le abituali minacce di un bullo che Washington non ha lesinato in questi ultimi anni contro Teheran ma in realtà la leadership iraniana non prende sotto gamba tali minacce e si prepara per rispondere colpo su colpo, come ha ultimamente dimostrato dopo l’omicidio mirato del suo generale Soleimani.
Un attacco contro le unità navali iraniane scatenerebbe una rappresaglia missilistica contro le basi miltari USA in Medio Oriente e da lì si allargherebbe il conflitto in tutti i paesi dove l’Iran dispone di sue milizie affiliate, dagli Hezbollah del Libano alle milizie sciite in Iraq, in Siria, nello Yemen e persino in Afghanistan.
La scelta per gli strateghi della Casa si presenta molto difficile con possibiltà di un prossimo nuovo disastro annunciato.
Quello che Washington non può cambiare è il lento ma inesorabile declino della potenza statunitense che viene messo crudemente in mostra con la crisi del coronavirus negli States, con i milioni di disoccupati e la miseria montante, che fa emergere le debolezze strutturali della società nordamericana.

Missili Iraniani


Mano a mano che il coinvolgimento degli USA nella economia globale si riduce sarà molto difficile per Washington continuare a svolgere il difficile ruolo della Banca Centrale autoritaria per tutto il mondo con il dollaro quale unica moneta di riserva.
Il mondo si avvierà, dopo questa crisi, sempre più decisamente verso un sistema multipolare ed l’apparato militare esteso a livello planetario e la politica di ricatti e sanzioni non basteranno più per frenare l’ascesa delle nuove potenze emergenti.
L’America e l’Occidente in crisi di identità, non sono più un modello e molti paesi cercheranno, nella propria Storia e nelle proprie tradizioni culturali e religiose, un modello alternativo che possa rappresentare un percorso diverso da quello seguito fino ad oggi.
La fine delle vecchie teorie politiche di matrice anglosassone si avvicina a grandi passi, non saranno rimpiante.

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