Verità dell’incoerenza

di Lorenzo Merlo –

Alla faccia della retorica della coerenza come valore assoluto, c’è una prospettiva in cui quest’ultimo appare come disumano, razionalistico, assurdo. Come idolatria a sfondo scientista. Con le dovute circostanze, dette opportune, tutti noi arriveremmo al punto di infrangere la nostra coerenza. Nel bene e nel male, se la partita lo richiedesse.

“Verrà il giorno in cui gli uomini cesseranno di avere paura del conoscere, non travestiranno più da ‘legge morale’ la debolezza, troveranno il coraggio di rompere il vincolo del comandamento” (1).

L’articolo linkato sotto corrisponde a un cambio di bandiera, o meglio di fede. Riguarda una confessione, forse neppure autentica, di una vegana. Racconta i motivi che l’hanno costretta a tornare da dove era venuta, ovvero a reintegrare nella dieta le tanto criminalizzate proteine di origine animale.

E li racconta bene. Con dettagli e ragioni che tutti possiamo riconoscere nella loro autenticità e forza. Se non in contesto identico, certamente in altri di pari architettura, anche noi, come l’autrice dell’articolo, abbiamo voltato le spalle a qualche fede, fornendoci autoreferenziali ragioni a sostegno. E se nella nostra biografia non abbiamo ancora trovato una curva a gomito rispetto alla rotta dichiarata, è sufficiente osservarla nelle biografie altrui, nient’altro che specchi della nostra. La natura degli uomini è identica per tutti. Solo le contingenze, increspature della realtà, ci differenziano.

Dunque, un articolo come specchio davanti al quale qualcuno tenterà la fuga, ma in cui sarebbe opportuno riconoscersi. Un breve testo qui strumentalizzato a favore della nostra evoluzione. Per riconoscere di aver seguito il medesimo percorso raccontato dall’ex vegana.

Oltre all’autoreferenzialità delle proprie posizioni che, quanto maggiore è la dialettica per argomentarne l’attendibilità, tanto più appaiono realmente corrispondenti a quanto sosteniamo, viene in ulteriore supporto l’autopoiesi. Questa ci permette di ridefinire permanentemente noi stessi secondo il filo rosso della nostra biografia, ovvero la produzione di verità necessarie all’equilibrio dell’io. Un’entità in permanente oscillazione di stato, in grado di tenere la rotta di se stessa a mezzo di continui aggiustamenti, la cui caratteristica immancabile è l’integrabilità. Il passo più lungo della gamba comporta una crisi di identità, una perdita di sé, una vulnerabilità e debolezza.

Secondo il percorso qui proposto, noi, come tutti, al momento opportuno realizziamo quanto Max Stirner ne L’unico e la sua proprietà aveva affermato: le esigenze del singolo saranno sempre più forti di qualunque ideologia.

«Di fronte al sacro perdiamo ogni potenza e intrepidezza: nei suoi confronti siamo impotenti e trepidi. E tuttavia nessuna cosa è sacra in virtù di se stessa, ma invece perché io la dichiaro sacra, cioè in virtù della mia sentenza, del mio giudizio, delle mie genuflessioni, insomma della mia – coscienza» (2).

Egoistico è attribuire alle cose un valore proprio o “assoluto”, senza vedere in noi la ragione di quella attribuzione. Se per tanti è un’ovvietà, non lo è per gli ideologici, né per i paladini della coerenza tout court, valore da ridimensionare. Avere coscienza delle debolezze umane e della turnazione di queste entro tutti i nostri cuori e attraverso tutte le nostre morali, realizza uomini, politiche e società differenti da quelle che osserviamo. Meno inclini a ridurre l’uomo al suo superficiale strato razionale, più idonee a cogliere e a valorizzare aspetti assai più utili alla sua stessa realizzazione e soddisfazione profonda. Con tanto di riflesso sociale, in opposta direzione a quella che la politica e i media cavalcano e spingono. Cambiare cultura si può. Ne serve la visione.

«Gli ideali riescono a vincere completamente solo quando non avversano più l’interesse personale, cioè quando soddisfano l’egoismo» (3).

“La gola ha preso il sopravvento, ma l’autoassoluzione ci ha messo un po’ ad arrivare. Mi vergognavo di dire alle persone che non ero più vegana.

Come se stessi affermando ‘non sono più quella che credevi’ e ‘non sono più integerrima’. […]

Fra l’altro, dopo anni ancora certi conoscenti, anche persone relativamente vicine, mi identificano come ‘la vegana’: marchiata a fuoco, etichettata. Che i percorsi possano cambiare, che le scelte siano fluide, non è contemplato. Ma questo è un altro discorso” (4).

Ci sono due, o forse molte personalità in noi. I ruoli che nel tempo prendiamo ne sono una elementare espressione. A volte ci fanno dire e affermare posizioni opposte a quelle sostenute ieri.

Ma limitandoci o riducendo tutte le personalità possibili a due soltanto, dette “opposte”, in funzione della prevalente, a sua volta soggetta agli interessi personali, si potrà constatare come, leggendo questo articolo, si sarà provato con più o meno determinazione a trovare in sé i momenti del proprio passato in cui si è stati fedeli a se stessi o alla linea, oppure quelli in cui con autoindulgenza, senso di colpa o solide ragioni si è venuti meno, si è stati incoerenti.

Dal primo caso, estrarremo una dialettica di autostima e vanità alla quale è difficile sottrarsi. Nel secondo invece, si sarà accettato di andare a spasso per la propria biografia in cerca delle proprie contraddizioni, consapevoli che trovarle solo nel prossimo corrisponde a una carenza di consapevolezza piuttosto consistente. Il primo non avrà trovato interessante l’articolo, il secondo avrà trovato materia per proseguire la ricerca di sé e dell’umana condizione che tutti ci rende identici.

Note

  1. Irvin D. Yalom, Le lacrime di Nietzsche, Milano, Neri Pozza, 2010, p. 172.
  2. Max Stirner, L’unico e la sua proprietà, Milano, Adelphi, 1979, p. 80.
  3. Ivi, p. 85.
  4. https://it.mashable.com/life/471/perche-non-sono-piu-vegana-dopo-10-anni.
    Fonte: Lorenzo Merlo

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