USA e Israele vogliono colpire le forze della Resistenza

di Luciano Lago

Se si analizzano le dichiarazioni rilasciate dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden contro la Siria, quando era iniziata l’umiliante ritirata dall’Afghanistan, nel momento in cui questi ha affermato di considerare più pericolosa la situazione in Siria che non quella in Afghanistan, tale affermazione ha fatto sorgere un interrogativo su quale sia la la prossima strategia USA in Medio Oriente, in particolare in Siria, Libano, Iraq e Yemen.
Dopo la visita del capo della CIA William Burns a Tel Aviv e il suo incontro con il primo ministro israeliano Naftali Bennett, si è compreso che sono in vista delle imminenti decisioni da parte dell’amministrazione USA che sono direttamente influenzate dalle posizoni della dirigenza di Israele. Il viaggio del premier israeliano a Washington in questi giorni ne rappresenta una ulteriore conferma

Al centro di queste decisioni c’è l’ostilità contro l’Iran e il tentativo di di neutralizzare i gruppi della resistenza in Iraq, Siria, Libano e Yemen che sono coordinati e sostenuti assieme da Teheran e dalla Guardia Rivoluzionaria Iraniana. Questi gruppi rappresentano un grosso pericolo ed una spina nel fianco per Israele e per l’amministrazione USA.
Da qui il tentativo scoperto di Israele e dei falchi di Washington di sabotare l’accordo sul nucleare con l’Iran, cosa che potrebbe essere il pretesto per muovere una guerra all’Iran ed alle forze della resistenza in tutto il Medio Oriente.

Questo l’obiettivo di Israele che aveva già convinto Biden nell’alleggerirsi dalla stretta sull’Afganistan per concentrarsi invece su una aggressione all’Iran ed ai suoi alleati in Medio Oriente. L’interesse di Israele prima di tutto, questione che è la costante delle strategie USA in Medio Oriente da vari decenni, a prescindere da chi sieda nella Casa Bianca.

In questo quadro era stato fatto l’annuncio del Forum di Baghdad, che avrebbe dovuto tenersi il 28 di questo mese, per i Paesi regionali che hanno grande influenza nella guerra alla Siria, che è arrivato su invito del Primo Ministro iracheno Mustafa Al-Kazemi, un simposio da cui però Damasco è stata esclusa dal partecipare, dopo chiare pressioni americane, che hanno confuso la leadership irachena dopo l’arrivo di Saleh al-Fayyad a Damasco.

Le prossime mosse dell’amministrazione USA in Asia occidentale non si discostano dai risultati delle grandi trasformazioni in Asia centrale: la strategia americana, che è stata caratterizzata dal confrontarsi sia con la Cina che con la Russia, ha come obiettivo quello di impedire a queste due potenze di attuare il progetto di iniziativa cinese “Belt and Road” e ostacolare l’espansione del progetto eurasiatico.

Fondamentale per Washington contrastare l’espansione di questi paesi che minacciano di espellere gli USA dall’Asia e occupare gli spazi lasciati liberi dall’arretramento del dominio anglo statunitense nella regione.

Asse della Resistenza

Questo spiega anche il caos dell’Afghanistan che rappresenta una minaccia per i paesi asiatici ma una opportunità per Washington per far esondare il radicalismo islamico wahabita/salafita dall’Afghanistan verso i paesi confinanti con Cina e Russia. Una trappola tesa dalla CIA come ai vecchi tempi, quelli delle fanterie dei mujaheddin mobilitati, armati e finanziati dagli USA per combattere contro l’URSS. I talebani attuali sono i figli e nipoti di quelle fanterie collegate con il Pentagono.

Da molti indizi si evince che esiste uno scontro fra i responsabili dell’amministrazione USA tra chi vuole dedicare il massimo sforzo e la maggiore concentrazione di forze nell’Indo Pacifico, in funzione di contenimento della Cina, con il sostanziale abbandono del Medio Oriente, mentre i falchi USA nell’amministrazione premono per pianificare un attacco all’Iran ed alle forze della resistenza. Israele e la sua potente lobby interna negli USA premono a favore di questi ultimi paventando la minaccia di un Iran nucleare.

L’amministrazione statunitense si rende conto che la magia del Medio Oriente è finita, secondo l’espressione di William Burns nel suo studio che era stati pubblicato alla Carnegie Institution in passato, così come in molti sono ormai consapevoli che non si può continuare le stesse dure politiche di intervento militare e destabilizzazione dei paesi, interventi che alla lunga si ritorcono contro chi li attua e la storia presenta molti esempi di questi fallimenti. Meglio ripiegare su strategie di sobillazione e destabilizzazione interna, meno onerose e meno visibili all’esterno.
Allo stesso tempo, Washington non intende lasciare che il Medio Oriente sia terreno di influenza dalle nascenti potenze asiatiche, oltre alle grandi potenze regionali, in particolare l’Iran, che è il primo alleato di Russia e Cina, e la Turchia, che investe nell’ampio margine di manovra disponibile per Ankara derivante dal contrasto fra i due blocchi.

Tuttavia non si può escludere l’evenienza di una qualche provocazione (o false flag) messa in atto da Israele che riaccenda il fuoco di un nuovo conflitto in Medio Oriente.

Il primo obiettivo di Washington è quello di riorganizzare la regione e arriva prima che si realizzi una nuova sconfitta di Washington, dopo quella afghana, nel teatro dell’Iraq, dello Yemen, della Siria e del Libano, dove premono le forze dell’asse della Resistenza. Questo ha spinto gli USA a favorire il vertice fra i paesi della regione fra i quali è stato
il governo iracheno ad annunciare la riunione dei capi di stato regionali a Baghdad, che deve comprende Teheran, Ankara, Riyadh, Abu Dhabi, Amman, Doha e Il Cairo, e con il sostegno americano al primo ministro iracheno Mustafa Al-Kadhimi, visto come possibile interlocutore, prima di una prossima uscita delle truppe USA dal paese, come richiesto dal Parlamento e dalla maggior parte degli iracheni.

Il secondo obiettivo di questa conferenza è quello di isolare la Siria e il Libano, che sono stati esclusi dall’invito, nel tentativo di coinvolgere l’Iran, come sta tentando di fare il presidente francese Macron, per conto degli americani, e convincere Teheran di accettare una riorganizzazione della regione, che sarebbe impossibile senza un coinvolgimento dell’Iran.
Nel frattempo gli USA chiamano all’appello i loro alleati di sempre, dall’Arabia Saudita alla Giordania, agli Emirati Arabi, all’Egitto ed alla Turchia, per ridefinire l’assetto della regione, in assenza dei pezzi mancanti, la Siria e il Libano, essenziali nella regione ma esclusi dall’invito.

L’illusione degli occidentali è sempre quella di spezzare i legami che intercorrono fra l’Iran, la Siria, il Libano e lo Yemen e scardinare l’asse della resistenza o renderlo inoffensivo, garantendo lo status quo della regione nonostante l’eventuale ritiro delle forze USA dall’Iraq.

Non è bastato il fallimento del piano di isolare l’Iran con le sanzioni e mettere alle corde il paese persiano. Un piano che ha ottenuto l’effetto opposto: quello di spingere l’Iran fra le braccia della Cina con un gigantesco piano di investimenti, infrastrutture e cooperazione.

Combattenti della Resistenza

La dimostrazione dell’essenzialità dell’Iran si vede adesso nelle petroliere iraniane che stanno attraccando nei porti libanesi per rifornire il paese dei cedri di carburante, viste le sanzioni di USA e UE che hanno ridotto la disponibilità di carburanti e la crisi economica intervenuta.
La Siria esclusa dal vertice non accetta le preclusioni e rafforza i suoi legami con gli altri paesi del fronte della resistenza mantre rinsalda le sue difese per mettersi al sicuro dai continui attacchi di Israele.

L’alleanza della Russia in Siria ed il suo intervento militare ha sbaragliato il piano di USA e Israele di rovesciare il regime di Bashar al-Assad e balcanizzare il paese arabo. Oggi Assad a Damasco è più forte di prima e, malgrado le sanzioni occidentali, la Siria gode dell’appoggio essenziale della Russia, della Cina e dell’Iran e dimostra agli altri paesi che si può resistere e fare fronte alle aggressioni dell’Impero USA e dei suoi vassalli.
Altri paesi riallacciano i rapporti con al Siria, l’Algeria ne chiede la riammissione nella Lega Araba e l’Egitto sta compiendo una marcia di riavvicinamento alla Russia.
I pezzi della scacchiera sono in movimento in Medio Orente come in Asia ed il tentativo di Washington di invertire il corso della Storia e ristabilire il suo vecchio dominio è destinato a fallire. L’aspirazione dei popoli a liberarsi dalla ingombrante presenza americana trova sempre nuovi adepti, dopo la disastrosa ritirata in Afghanistan che dimostra quanto l’America, come diceva Mao Tse Tung, sia una “tigre di carta”.

3 Commenti
  • Giorgio
    Inserito alle 19:26h, 28 Agosto Rispondi

    Solo gli atlantisti europei e nostrani proseguono nel loro servilismo verso la tigre di carta Usa come fosse una tigre vera …….
    ma prima di quanto si pensi saranno costretti a cercarsi un altro “carro del vincitore” sul quale saltare …….
    pur di sopravvivere politicamente …….. sempre se i popoli gli consentiranno un tale bieco e rivoltante opportunismo ………
    Non vorrei sembrare esagerato o illuso ……. ma il sostegno di questo sito all’asse della resistenza è esso stesso un altro tassello che diffondendo una informazione alternativa a quella dei media di regime, contribuisce ad accelerare il corso degli eventi ……..
    Un saluto alla redazione ……..

    • atlas
      Inserito alle 00:32h, 29 Agosto Rispondi

      allora l’ardito ha sbagliato sito (fa pure rima). Lui odia Mao. Dove lo collochiamo

      • Giorgio
        Inserito alle 18:57h, 29 Agosto Rispondi

        Ah Ah Ah ……
        divertente Atlas …. i tuoi commenti sono sempre intelligenti e divertenti allo stesso tempo ……

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