Un patto di sicurezza in Medio Oriente, all’insaputa degli Stati Uniti – Parte 2

Un patto di sicurezza in Medio Oriente, all’insaputa degli Stati Uniti – Parte 2

di Ricardo Martins

Le quattro nazioni a maggioranza musulmana militarmente più potenti – Arabia Saudita, Turchia, Pakistan ed Egitto – stanno unendo le forze non per affinità religiosa, ma per ragioni strategiche. Questo riallineamento segnala l’emergere di un indebolimento degli Stati Uniti in Medio Oriente e una ridefinizione della rivalità tra Stati Uniti e Cina.

Cosa viene effettivamente proposto e in che modo questo patto si differenzia dalla lunga lista di precedenti accordi di sicurezza regionale?

Barry Buzan sostiene che la sicurezza sia intrinsecamente regionale: le nazioni geograficamente vicine sviluppano percezioni di minaccia interconnesse, vulnerabilità condivise e complessi calcoli di difesa che le potenze esterne non possono smantellare completamente. Egli definisce questo fenomeno un ” complesso di sicurezza regionale “ . L’alleanza emergente tra Turchia, Arabia Saudita, Egitto e Pakistan incarna perfettamente questo concetto: un cluster di sicurezza basato non sull’ideologia, ma sulla geografia e sulle minacce comuni.

Quali dinamiche di potere e interessi reali determinano l’impegno di ciascun membro?

In base alle rispettive capacità ( vedi Parte 1 ) e agli interessi strategici, è fondamentale valutare la fattibilità e le potenziali conseguenze di questo patto.

Secondo Chatham House , la Turchia sta perseguendo una “strategia di prudente opportunismo “. Coltivando legami più stretti con organizzazioni come i BRICS e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, Ankara non solo cerca alternative alla NATO, ma accresce anche la sua influenza all’interno dell’Alleanza stessa. Dopo l’esclusione dal programma F-35 nel 2019, a seguito dell’acquisizione del sistema russo S-400, la Turchia ha cercato di stabilire partenariati strategici che riducano la sua dipendenza dall’approvazione americana. L’accordo con l’Arabia Saudita per il caccia KAAN illustra questo punto: se Riad acquisisse un aereo turco di quinta generazione senza la supervisione del Congresso degli Stati Uniti, ciò sconvolgerebbe l’economia politica delle esportazioni di armamenti americane. Ankara intende anche scoraggiare Israele, soprattutto da quando i funzionari israeliani hanno descritto la Turchia come “il prossimo Iran”, una mossa che funge da avvertimento strategico per il governo turco.

L’Arabia Saudita , dal canto suo, è alla ricerca di rassicurazioni strategiche. Secondo un analista, Riad ha rafforzato la sua consolidata relazione militare con il Pakistan nel 2025 per “compensare il relativo ritiro della deterrenza americana nel Golfo e contenere la crescente assertività militare di Israele “. Questo approccio consente una certa ridondanza: pur continuando a dare valore all’alleanza americana, l’Arabia Saudita sta sviluppando partenariati che limitano la sua vulnerabilità ai cambiamenti nella politica statunitense. Ha inoltre cercato di riavvicinarsi a Islamabad per controbilanciare la crescente influenza di Ankara.

Bin Salman il princip regnante in Arabia Saudita

La partecipazione dell’Egitto deriva dalla sua dipendenza economica dagli Stati del Golfo e dalla convinzione che la sicurezza del Mar Rosso sia una questione di sopravvivenza. Il Cairo riceve circa 1,5 miliardi di dollari all’anno in aiuti militari statunitensi, storicamente legati al trattato di pace con Israele. Tuttavia, i politici egiziani considerano sempre più Israele un vicino imprevedibile, le cui azioni future potrebbero entrare in conflitto con gli interessi egiziani. I recenti conflitti a Gaza, insieme alle azioni israeliane in Libano e Siria, hanno profondamente modificato l’opinione pubblica e l’élite egiziana. Per il presidente El-Sisi, questa è anche un’opportunità per riaffermare il ruolo storico dell’Egitto nella guida del mondo arabo, un’eredità che rivendica fin dall’era di Nasser.

Il Pakistan , dal canto suo, sta espandendo la propria identità strategica oltre l’Asia meridionale. La sua partecipazione al patto di difesa si allinea alla logica americana della “condivisione degli oneri”. Come già accennato, “gli Stati Uniti hanno sostanzialmente chiesto all’Arabia Saudita di assumere la guida sulla questione palestinese, data la sua posizione di grande potenza araba “. Riad ha quindi cercato altri partner, in particolare la Turchia, e, preoccupata dalla crescente influenza di Ankara, ha incluso Islamabad per bilanciare la situazione. “È così che il Pakistan è diventato un anello della nuova struttura regionale “. Il Pakistan ne trae maggiori vantaggi finanziari, diplomatici e strategici. Il suo ruolo di paese ospitante dei colloqui iraniano-americani ha inoltre rafforzato la sua posizione di indispensabile mediatore regionale.

Shahbaz Sharif, primo ministro Pakistan

L’ombrello nucleare del Pakistan: tutti i membri sono veramente protetti?

La questione rimane estremamente delicata. Un alto funzionario saudita ha dichiarato a Reuters che “questo accordo di difesa copre tutti i mezzi militari “, senza menzionare esplicitamente la condivisione nucleare. Si tratta del primo patto militare concluso tra uno Stato del Golfo e una potenza nucleare. Il ministro della Difesa pakistano Khawaja Asif aveva inizialmente ipotizzato questa possibilità, salvo poi ritrattare la sua dichiarazione. Questa ambiguità alimenta le speculazioni e mantiene l’incertezza sui termini esatti della partnership.

Un’analisi pratica dimostra che la Turchia rimane geograficamente limitata, mentre la copertura per l’Arabia Saudita è più estesa. I missili pakistani Shaheen-II (1.500 km) e Shaheen-III (2.750 km) possono colpire qualsiasi obiettivo in Iran, rispondendo così alle preoccupazioni di sicurezza di Riyadh. Come sottolinea Daniel Levy , ex negoziatore di pace israeliano e ora direttore dell’US/Middle East Project, la questione chiave non è tanto se la deterrenza pakistana copra esplicitamente l’Arabia Saudita, quanto se Teheran la percepisca come tale, poiché la deterrenza si basa tanto sulla psicologia quanto sulla capacità tecnica.

La questione nucleare è tanto politica quanto tecnica: fornire un vero e proprio ombrello nucleare richiederebbe sistemi di lancio avanzati, un’infrastruttura integrata di comando e controllo e la disponibilità a rischiare una rappresaglia nucleare a sostegno di un alleato. Nessuna potenza nucleare ha mai concesso una simile garanzia a uno Stato non NATO in Medio Oriente. L’esempio più simile rimane l’ombrello americano su Giappone, Corea del Sud o Europa, frutto di decenni di integrazione istituzionale, cosa che non si verifica in questo caso.

NATO musulmana o una sfida alla protezione americana?

Il termine ” NATO islamica “, ampiamente utilizzato dai media, è fuorviante. I membri del patto respingono esplicitamente questo paragone. L’obiettivo non è replicare la profonda integrazione o le garanzie reciproche della NATO, bensì costruire un quadro di sicurezza flessibile controllato dalla regione stessa.

Fonti turche hanno dichiarato a Middle East Eye che l’accordo “non replicherà le garanzie della NATO” , ma servirà da “piattaforma per rafforzare la cooperazione nell’industria della difesa “. La Turchia rimane membro della NATO e non ha intenzione di ritirarsi. Un trattato formale di difesa collettiva tra Ankara, Riyadh, Islamabad e Il Cairo creerebbe seri conflitti con gli obblighi previsti dall’articolo 5.

Forze egiziane a difesa del Sinai

A titolo di confronto , la NATO dispone di una struttura di comando integrata, esercitazioni congiunte regolari, capacità di condivisione nucleare (come le bombe B61 in cinque paesi) e un avversario designato. Il quadro quadripartitico, tuttavia, non offre nessuna di queste caratteristiche. La sua unica disposizione formale di difesa reciproca è l’accordo bilaterale SMDA tra Arabia Saudita e Pakistan.

La questione principale in gioco in questo patto non è la capacità militare, bensì l’influenza americana. Gli Stati Uniti incoraggiano gli stati del Golfo ad assumersi maggiori responsabilità per la propria difesa, ma temono qualsiasi rete che possa indebolire la loro influenza. L’accordo sul caccia KAAN è di particolare interesse per Washington: se Riad dovesse acquisire questo aereo avanzato senza l’approvazione americana, l’intera economia della difesa regionale ne risentirebbe.

Reazione americana

Si prevede che l’amministrazione Trump adotterà una posizione pragmatica nei confronti di questo quadro quadripartitico, che considera un modo per aumentare la spesa per la difesa degli alleati e ridurre la loro dipendenza dalla presenza militare americana. La Casa Bianca ha anche elogiato l’incredibile ruolo di mediazione del Pakistan nei colloqui tra Iran e Stati Uniti, definendolo “cruciale “. Pubblicamente, Washington presenta il patto come un utile accordo di condivisione degli oneri; le principali tensioni riguardano l’accordo turco-saudita sul missile KAAN, che ha suscitato l’opposizione americana al trasferimento di tecnologie sensibili.

La principale preoccupazione degli Stati Uniti non riguarda solo i trasferimenti di armi, ma soprattutto la potenziale erosione della loro tradizionale influenza. Finora, questi quattro Paesi sono stati regolati da accordi di difesa, aiuti finanziari e controlli sulle esportazioni. Ma se ora sono in grado di rifornirsi reciprocamente, l’efficacia di questi meccanismi si riduce significativamente.

Il progetto della Grande Israele

In un contesto geopolitico più ampio, Daniel Levy osserva che l’idea di una “Grande Israele” non si limita all’espansione territoriale, ma comprende il dominio regionale raggiunto attraverso la frammentazione o la dipendenza dei paesi vicini. Gli attacchi contro l’Iran miravano meno a un cambio di regime che a provocare il collasso dello Stato, eliminando così qualsiasi contrappeso al dominio israeliano.

Gli Stati del Golfo diventano quindi bersagli collaterali: coinvolgendo le basi americane negli attacchi contro l’Iran, Israele si assicura che Teheran reagisca contro i suoi vicini arabi, indebolendoli e spingendoli a cercare la protezione di Israele, come si è visto con gli Emirati. Secondo Levy, Israele sta cercando di stabilire una dipendenza dal Golfo, in particolare creando corridoi per il trasporto del petrolio arabo attraverso i suoi porti.

Definire la Turchia “il prossimo Iran” , come ha fatto Naftali Bennett , riflette il timore che qualsiasi potenza regionale in grado di offrire un’alternativa in termini di sicurezza venga isolata prima di poter affermare la propria influenza.

Questo cambiamento nella percezione della minaccia spiega in parte la ritrovata unità di questi quattro Paesi. Il senso di insicurezza è profondamente mutato: molti Stati arabi considerano ora Israele il principale fattore di destabilizzazione. Questo cambiamento avrà importanti ripercussioni che nemmeno un intervento militare statunitense potrebbe invertire. Il patto regionale tra Arabia Saudita, Pakistan, Turchia ed Egitto merita quindi grande attenzione, così come il ruolo della Cina dietro le quinte.

Fonte: New Eastern Outlook

Traduzione: Luciano Lago

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6 commenti su “Un patto di sicurezza in Medio Oriente, all’insaputa degli Stati Uniti – Parte 2

  1. Troppi meccanismi che non si incastrano bene e che non porteranno a nulla sul piano geo-strategico. L’ Arabia Saudita, supposta potenza regionale, non è stata in grado di imporsi sullo Yemen degli Houthi che adesso controlla posizioni strategiche nella provincia meridionale di Asir. Il Pakistan è in conflitto costante con l’ India e non è assolutamente in grado di proiettarsi strategicamente oltre i ristretti ambiti territoriali imposti dai suoi ostili vicini (Afghanistan docet). La Turchia che ha, timidamente, cercato di ritagliarsi spazi strategici in Siria ed Azerbaijan, soffre la concorrenza israeliana, anche per il tramite dei curdi, che minacciano l’ integrità di Ankara nella parte orientale del Paese. L’ Egitto non si è ancora ripreso dalla morte di Nasser ed Al Sisi non ha la statura del lontano predecessore, che seppe sfruttare al meglio l’ appoggio sovietico contro l’ espansione sionista ed occidentale, sfacciatamente respinto da Sadat. Quindi, a mio parere, servizio ed analisi da restituire all’ autore. Saluti amici e compagni.

  2. Una nota per la Redazione! Troppi pochi commenti se rapportati ad altri siti! Devo comunque riconoscere, specie dopo le cc.dd. “pulizie di Primavera”, che la qualità degli interventi, quasi mai telegrafici, è di gran lunga superiore rispetto a quelli riportati da altre piattaforme. Dovreste, a mio parere, cercare di smorzare talune farneticazioni espressive ma, in ogni caso, un buon esempio di informazione alternativa. Saluti.

  3. Dei quattro grandi di cui nell’articolo, salvo soltanto il Pakistan, per il resto, l’egitto ha assistito al genocidio dei gazawi senza alzare un dito e tenendo chiusi i valichi, che aperti avrebbero potuto salvare molte vite o far affluire aiuti (salvando qualche bambino), la turchia è un’infamia, a dir poco, ricordando ciò che ha fatto (e sta facendo) in Siria e i suoi legami con l’isis, non parliamo dell’arabia saudita, cioè dei più potenti principini parassiti del petrodollaro, che per decenni hanno contribuito a tenere in piedi un sistema infame e l’aggressiva potenza militare u.s.a.

    Cari saluti

  4. finchè la Turchia sta nella Nato sarà sempre un nemico

    ripeto, anche in riferimento ad affermazioni e autori di e in altri precedenti articoli, che la religione c’entra poco o nulla con la politica. Se guardiamo a Korea del Nord, Iran e Cuba, e precedentemente anche Venezuela, ad esempio, troviamo un’associazione a resistere di cattolici, sciiti e Partito Juche in cui la religione non è per nulla un fattore vincolante

    (per quanto riguarda quanto scritto dal merlo di cui sopra, per una volta, Redazione, prendetelo in parola ! L’utenza ve ne sarà grata)

  5. L’articolo evoca una “continuità” tra Al Sisi e Nasser, ma come si fa ? Mi spiace ma è irrispettoso accostarli, purtroppo Al Sisi non si vale un’unghia di Nasser !

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