"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Turchia: dopo l’esplosione Ankara passa all’attacco

E’ salito a 37 il numero delle vittime dell’attentato di ieri nella capitale turca. Il presidente Erdogan promette: “metteremo in ginocchio il terrorismo”. L’aviazione turca bombarda il Pkk nel nord dell’Iraq

di Roberto Prinzi

Nena News – E’ salito stamattina a 37 il numero delle vittime del devastante attentato di ieri sera ad Ankara a piazza Kizilay. Ad affermarlo è stato oggi il ministro della salute Mehmet Muezzingoglu. “Questa mattina – ha detto laconicamente alle tv locali – abbiamo perso tre cittadini in ospedale”. Un bilancio ancora provvisorio: dei 120 i feriti alcuni sono in gravi condizioni.

Sebbene nessun gruppo abbia ancora rivendicato l’attentato, le autorità turche hanno già le idee chiare: dietro all’attacco suicida di ieri ci sono i “terroristi” del partito curdo dei lavoratori (Pkk). Se il premier Ahmet Davoutoglu non lo fa esplicitamente (“aspettiamo in giornata i risultati di una inchiesta”), lo dice senza troppi giri di parole un ufficiale della sicurezza turco. “Dai primi rilevamenti compiuti – ha dichiarato il funzionario – si evince che l’attacco ad Ankara è stato opera del Pkk o da un gruppo ad esso affiliato”. Secondo l’ufficiale, l’attacco sarebbe stato compiuto da due attentatori, uno dei quali forse donna.

Di fronte a una nazione scioccata e impaurita per l’ennesimo attentato contro civili, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha provato a mostrare i muscoli. Commentando l’esplosione avvenuta nella capitale, il “sultano” turco ha detto che la Turchia continuerà a combattere il terrorismo e ha ribadito il suo diritto ad autodifendersi. “Il nostro popolo non deve preoccuparsi, la lotta al terrore finirà di sicuro con un successo. Il terrorismo sarà messo in ginocchio”.

Una dichiarazione che sa di beffa per le tante, troppe famiglie turche che hanno dovuto piangere nell’ultimo anno i loro cari uccisi in attentati simili. L’ultimo lo scorso febbraio sempre ad Ankara quando un’autobomba contro un convoglio militare causava la morte di 29 persone. L’attacco fu allora rivendicato da un gruppo dissidente del Pkk, i Falconi della libertà del Kurdistan (Tak). Accanto agli attentati attribuiti dalle autorità ai combattenti curdi (su cui restano più di qualche dubbio), vi sono stati quelli dell’autoproclamato Stato Islamico (Is). Ad ottobre, due kamikaze jihadisti si facevano esplodere sempre nella capitale in un corteo pacifista uccidendo 103 persone. Una scena simile si era registrata pochi mesi prima a luglio a Suruc, nel sud est nel Paese. A perdere la vita erano 33 attivisti pro-curdi.

Unanime è stata la condanna della comunità internazionale per il massacro di civili avvenuto ieri. Il presidente francese Hollande l’ha definito un “vile attacco” e ha affermato che Parigi sarà a fianco della Turchia nella lotta contro il terrorismo. Il premier britannico Cameron si è detto “scioccato” per quanto accaduto. Di “attacco orribile” ha parlato Washington che ha promesso di collaborare con Ankara per “combattere il flagello del terrorismo”. Dura condanna anche dal partito di sinistra filo curdo Hdp che in un comunicato ha affermato di condividere “il forte dolore dei cittadini”. Parole che poco convincono Erdogan e il suo braccio destro Davutoglu che considerano il Partito democratico del popolo il braccio politico del Pkk (accusa che l’Hdp rigetta).

L’attentato di ieri ripropone le forti contraddizioni securitarie di un Paese che, se da un lato si vanta della sua forza bellica (uccisi ieri altri 11 combattenti del Pkk nella provincia di Hakkari nel sud est del Paese), dall’altro appare molto vulnerabile proprio laddove dovrebbe essere più sicuro. L’esplosione di ieri, infatti, è avvenuta a poca distanza dall’ufficio del primo ministro, dal parlamento e dalle ambasciate straniere. Ne sa qualcosa a riguardo l’ambasciatore australiano, James Larsen, che, con la sua macchina, si trovava a soli 20 metri di distanza da dove la bomba è esplosa.

In attesa delle (prevedibili) conclusioni dell’inchiesta sbandierata dal premier Davutoglu, l’esecutivo turco ha già deciso come agire: bombardare il Pkk ovunque esso sia. Secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa Anadolu, l’aviazione di Ankara ha già colpito stamane 18 postazioni del partito curdo nel nord dell’Iraq, principalmente sui Monti Qandil dove si trova la leadership del gruppo. I raid – secondo quanto riferiscono le autorità turche – avrebbero preso di mira depositi di armi, bunker e rifugi. Non è chiaro se ci siano state vittime. Ma la campagna anti-Pkk si è estesa anche all’interno del Paese. Blitz della polizia hanno portato all’arresto di 51 persone tra Aden e Istanbul. Il motivo? Essere sospettate di appartenere all’organizzazione curda.

L’attentato di Ankara è giunto nelle ore in cui le forze di sicurezza turche si preparavano a lanciare un’offensiva su vasta scala contro i combattenti in due cittadine curde. L’operazione a Nusaybin (a confine con la Siria) è iniziata oggi. Carri armati sono stati dispiegati a Yuksekova (nei pressi della frontiera irachena) in attesa di ricevere eventualmente la luce verde. Nuovo coprifuoco è stato poi annunciato per le 21 ora locale nella città di Sirnak (vicina all’Iraq) a testimonianza del fatto che l’esercito turco è pronto a combattere i miliziani del Pkk su tutti i fronti possibili.

Più che concentrarsi sui combattenti curdi, però, Erdogan farebbe meglio a leggere i cinque attentati di cui è stata vittima la Turchia da luglio come “conseguenze della guerra civile siriana”. Ad affermarlo è Soner Cagaptay, un esperto turco dell’Institute di Washington. “La cattiva politica in Siria ha esposto il Paese a grandi rischi – ha detto Cagaptay – la domanda, purtroppo, non è se ci sarà ancora un nuovo attacco terroristico, ma dove sarà”.

Fonte: Nena News

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  1. ComeIn 2 anni fa

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