Emergenza Continua Manipolazione

Al DiariodelWeb.it il filosofo e accademico Andrea Zhok spiega la strategia emergenzialista che sta dietro all’attuale gestione del potere politico

Dal Covid alla guerra in Ucraina, passando per il riscaldamento globale. La lista delle emergenze che si sono susseguite, apparentemente senza soluzione di continuità, negli ultimi anni è lunga. Così lunga da suscitare il legittimo sospetto che non si tratti di un caso, di un’epoca particolarmente falcidiata dalle crisi, bensì di una specifica strategia di gestione da parte del potere politico e mediatico. È quando afferma in quest’intervista ai microfoni del DiariodelWeb.it il filosofo e accademico Andrea Zhok, professore di Filosofia morale all’Università di Milano.
Professor Andrea Zhok, comincio con un elenco che limito solo agli ultimi vent’anni: emergenza terrorismo, emergenza finanziaria ed economica, emergenza pandemica, emergenza climatica, emergenza bellica. Siamo stati particolarmente sfortunati in questi decenni o dietro a questi fenomeni c’è un filo conduttore?
Naturalmente il filo conduttore c’è. Non è necessariamente legato a una qualche teoria del complotto o a una strategia centralizzata. Si tratta di una tipologia di gestione del potere, che non è neanche particolarmente nuova. Già in altre epoche abbiamo riscontrato simili modi per suscitare un timore nella popolazione in modo da manipolarne la volontà.

E allora che cosa è cambiato?
Che questa motivazione è divenuta preponderante rispetto alle altre. Normalmente un politico dovrebbe propone un’agenda ideale da realizzare. Oggi la componente propositiva è talmente appassita da essere finita sullo sfondo: le promesse sono praticamente intercambiabili tra i vari partiti politici e comunque non vengono mantenute. Dunque, un potere che non è più gestito attraverso un messaggio positivo si può mantenere solo negativamente: come una difesa dai mali terrificanti che insidiano la popolazione. Mali che, di volta in volta, possono essere più o meno reali, più o meno gonfiati emotivamente, più o meno preventivabili o improvvisi.

Quindi il potere ha un preciso interesse a mantenerci costantemente in condizione di crisi?
Certo. Peraltro ciò si combina con la tendenza spontanea, anch’essa molto nota, della stampa, che per sua natura corre dietro al dramma e allo scandalo, perché suscitano l’attenzione pubblica. Vendere copie evocando catastrofi fa comodo tanto ai giornalisti quanto alla politica. A maggior ragione questa dinamica si amplifica quando i personaggi politici influiscono sul potere mediatico, o inversamente quando i media si coordinano con la politica. È una questione di quantità, che fa la qualità: il cambiamento di proporzioni della componente emergenziale e terrorizzante muta la natura delle moderne democrazie.

Se è così allora chi governa non ha alcun interesse a risolvere i problemi della pandemia, dell’immigrazione, della guerra, ma solo a farli perdurare.
Dal punto di vista del potere la gestione migliore è fare ammuina. Manifestare preoccupazione verso l’emergenza incombente, fare molto rumore, ma sostanzialmente mantenere lo status quo. Il politico ideale sarebbe quello invisibile, talmente bravo da anticipare i problemi. Ma questo implica l’assunzione di una responsabilità e con ciò del rischio di essere accusati di aver speso soldi per un problema che poi alla fine non era così grave. Con le strategie emergenzialiste al politico non serve lungimiranza, viene deresponsabilizzato: qualunque errore commetta, si nasconderà dietro al fatto che si trattava di un’emergenza e non aveva abbastanza tempo per decidere.

Lo abbiamo visto chiaramente in occasione della pandemia.
In quel caso di scempi ne sono stati compiuti innumerevoli, ormai evidenti anche ai più refrattari al sospetto. Nel caso della guerra l’impatto di lungo periodo probabilmente sarà anche peggiore. Ora ci stiamo ancora cullando in una sorta di stasi rispetto agli effetti economici della guerra, perché l’onda dell’economia arriva sempre con un certo ritardo. L’inflazione e l’abbattimento dei consumi sono comunque già evidenti, non solo in Italia ma anche nel motore europeo della Germania, e si autoalimentano in un vortice verso il basso, di cui non abbiamo visto neanche l’inizio. Persino la Confindustria tedesca, pur consapevole dei danni che si stavano facendo, non è riuscita a modificare l’indirizzo del governo.

Dipingere una narrazione costantemente catastrofistica ha anche un effetto psicologico, sociale, sul benessere collettivo, produce una società in ansia e in paranoia.
Non c’è dubbio, in particolare rispetto alle giovani generazioni, che quasi per statuto dovrebbero avere davanti a sé qualche prospettiva positiva. Invece la percezione diffusa è che ci troviamo in una costante fase discendente di cui non si vede il termine, destinata a subire ulteriori aggravamenti ogni due o tre mesi o anni. Paradossalmente la situazione psicologica è peggiore delle peggiori che si sono vissute in altre epoche.

In che senso?
Prendiamo un esempio drammatico: qualche generazione fa la guerra mondiale era un evento orribile, devastante, terrificante, ma psicologicamente conteneva già in sé un elemento reattivo. Si sapeva «dov’era il nemico» e cosa bisognava fare. Oggi la situazione è magmatica, oscura, dove il nemico di volta in volta è il riscaldamento globale, il virus X o quant’altro. In effetti farebbe ridere se non fosse preoccupante: in questi giorni persino le comunicazioni ufficiali dell’Oms hanno prefigurato un nuovo morbo, non ancora nato, ma che sicuramente nascerà, e ci raccontano che avrà la mortalità dell’ebola e la contagiosità del morbillo. Alla faccia…

E allora come si può spezzare questo circolo vizioso?
La mia impressione è che si spezzerà da sé, perché è degenerativo, non solo psicologicamente ma praticamente. La tolleranza della popolazione in condizioni di difficoltà è limitata, ci sono dei margini anche ampi ma a un certo punto la reazione emerge. Per il momento la gente cercherà ancora di tirare la cinghia, di rendersi invisibile, fingerà di essere carta da parati, tenterà di sopravvivere negli interstizi, ma a un certo punto neanche questo basterà.

Quando si arriverà a questo punto di rottura?
Facendo una stima a braccio, direi almeno tra dieci-quindici anni, per puro e semplice logoramento economico. L’unica cosa che possiamo fare è preparare il terreno culturale, di consapevolezza, per saper gestire la valanga quando arriverà. Quando il caos si innesterà, quella sarà una situazione di pericolo concreto e immediato per la vita di molte persone. In quella fase le possibilità di abuso cresceranno in tutte le direzioni. Avere una cornice interpretativa che consenta ad alcuni gruppi di consolidarsi in una resistenza sarà necessario. Naturalmente sarei felice di essere smentito: se emergesse un leader politico geniale, dalle grandissime capacità organizzative, sarò il primo a complimentarmi e a sostenerlo. Ma per ora non mi pare tiri quell’aria.

Fonte: DiariodelWeb.it

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