Sull’orlo di una crisi globale

Sull’orlo di una crisi globale

di Kiumars Ashtarian

Nel nostro editoriale intitolato “Sull’orlo di una crisi regionale”, scrivevamo che l’estensione della guerra a Pakistan, Turchia e Arabia Saudita, finora non direttamente coinvolte, avrebbe potuto cambiare le carte in tavola nel conflitto tra Stati Uniti e Israele. Ora si può affermare che gli Stati Uniti stiano cercando di portare l’Iran a uno scontro diretto con il mondo intero, come chiaramente dimostrato dalle recenti dichiarazioni di Trump alle Nazioni Unite.

Nel suo discorso, Netanyahu ha innanzitutto affermato che le ingenti scorte di missili, droni e attrezzature militari dell’Iran rappresentavano una minaccia per i paesi della regione e che il “regime” della Repubblica Islamica aveva ucciso 70.000 dei suoi cittadini, cercando così di creare l’impressione che il governo iraniano rappresentasse una minaccia sia per la regione che per il proprio popolo. Questo tema è stato ripreso nel discorso di Netanyahu. Il termine “regime” è una parola chiave ricorrente nel discorso dei funzionari e dei media occidentali; fa parte di un’operazione psicologica volta a giustificare l’aggressione israelo-americana, presentando l’attacco all’Iran come un'”operazione” diretta contro un regime politico.

Si tratta della continuazione della stessa campagna mediatica e semantica condotta negli ultimi anni contro le squadre sportive nazionali iraniane, presentate come rappresentanti del regime piuttosto che dell’Iran. In politica estera, le parole non sono semplici strumenti per trasmettere informazioni; ridefiniscono gli attori, il pubblico, le responsabilità e la legittimità in gioco. Dal punto di vista dell’analisi del discorso, è opportuno sottolineare come l’uso ripetuto del termine “regime” possa accentuare il confine tra “governo” e “paese”.

Trump prosegue poi la sua argomentazione menzionando missili con una gittata paragonabile a quella dei missili europei e affermando che le capacità balistiche convenzionali dell’Iran avrebbero potuto servire da copertura per lo sviluppo di una capacità nucleare. Ma la storia non finisce qui. Un altro punto importante emerge dalla logica del suo discorso: l’Iran non è solo una questione di sicurezza; è anche una questione energetica globale.

Trump cerca di inquadrare la crisi attraverso la triade “Iran – mercato energetico globale – economia globale” al fine di spostare l’attenzione da uno scontro tra Stati Uniti e Iran e di presentare l’Iran come un avversario del resto del mondo. Pertanto, le dichiarazioni di Trump devono essere analizzate al di là della mera retorica politica. Ciò rappresenta un tentativo di forgiare una coalizione internazionale, poiché la sicurezza energetica in genere facilita legami più stretti tra Europa, potenze asiatiche, compagnie di navigazione, mercati finanziari e governi dipendenti dalle importazioni di energia.

Abbiamo già affermato che l’Iran non deve permettere che la transizione della crisi a una “soglia di sofferenza globale” venga attribuita all’Iran stesso. Questo è precisamente ciò che Trump ha cercato di ottenere nel suo recente discorso. Non è quindi irragionevole considerare la possibilità che gli Stati Uniti non stiano cercando di porre fine a questa vicenda, ma piuttosto di intensificarla e prolungarla, ponendosi così al centro del sistema energetico globale, esercitando pressione sulle masse di persone in tutto il mondo che dipendono dai combustibili e dipingendo l’Iran come responsabile di tutto questo. Da questa prospettiva, l’idea che Trump stia cercando un accordo con l’Iran perde di credibilità. Potrebbe non volere affatto un simile accordo, poiché potrebbe servire come strumento per affermare il dominio globale e rendere il mondo dipendente dagli Stati Uniti. Il suo discorso è iniziato con un riferimento al 250° anniversario dell’indipendenza americana, un evento che la cultura politica popolare americana considera una pietra miliare nella storia dell’umanità. Il suo messaggio iniziale è stato molto chiaro: l’America è di nuovo potente. Ha esagerato la situazione degli Stati Uniti in diversi ambiti: l’economia americana è potente e funge da modello per il mondo; La tecnologia americana è al massimo livello; il paese è la potenza energetica mondiale; il potere americano continua a crescere; e il futuro degli Stati Uniti appare molto promettente. Questo costituisce un quadro discorsivo completo che riecheggia il rombo dei bombardieri americani durante la cerimonia di benvenuto per il presidente cinese e si inserisce nel quadro della retorica egemonica americana.

Da questa prospettiva, la distruzione delle infrastrutture negli stati arabi del Golfo non riveste alcuna importanza strategica né per gli Stati Uniti né per Israele. Riconoscere questo punto potrebbe creare una nuova opportunità economica e di sicurezza per questi paesi. Se questi paesi godessero di un’autonomia sufficiente da indurre l’Iran a stipulare un importante patto economico e di sicurezza, si verificherebbe un cambio di paradigma nella regione, poiché non solo le loro infrastrutture sarebbero protette, ma il blocco iraniano diventerebbe inefficace. Un’alleanza economica e di sicurezza con l’Iran, sebbene sia sempre sembrata irraggiungibile, è ora più giustificabile data la minaccia che si è estesa a tutti, da ogni fronte. Tale alleanza renderebbe superflua la presenza americana e, in pratica, andrebbe a vantaggio di tutti i paesi tranne Israele.

Un altro aspetto del discorso di Trump risiede nel fatto che non ha iniziato con una discussione sulle Nazioni Unite, bensì con una ridefinizione della posizione degli Stati Uniti nel mondo. La sua tesi è che la forza interna degli Stati Uniti generi il loro potere internazionale e consenta loro di garantire la sicurezza energetica globale. Successivamente, delinea più esplicitamente l’agenda globale perseguita dagli Stati Uniti: Trump invita gli altri Paesi a unirsi agli Stati Uniti nell’imporre un isolamento economico totale all’Iran, affinché, secondo le sue parole, l’Iran cessi gli attacchi alle navi mercantili, abbandoni le sue ambizioni nucleari e ponga fine al suo sostegno ai gruppi terroristici. Sostiene che se i Paesi di tutto il mondo si unissero su questo tema, la pressione economica sull’Iran si intensificherebbe e, infine, anche i prezzi del petrolio potrebbero crollare. In realtà, gli Stati Uniti cercano la cooperazione globale per esercitare pressione economica sull’Iran al fine di riportarlo al tavolo delle trattative. Un’analisi semantica del discorso di Trump rivela che la parola chiave “negoziazione” subisce una trasformazione di significato nel corso del suo intervento: con negoziazione e accordo, intende la resa incondizionata dell’Iran.

In termini più tecnici, la struttura delle condizioni e dei meccanismi di pressione che presenta riduce il margine per negoziati equilibrati e aumenta la probabilità che il dialogo degeneri in un’accettazione unilaterale delle richieste. È davvero possibile trarre conclusioni di questo tipo sull’identificazione degli approcci strategici statunitensi da un singolo discorso? Sì. La nostra affermazione secondo cui questo discorso riflette una strategia è supportata da una serie di prove: sanzioni, dispiegamenti militari, politica energetica, cooperazione con gli alleati, il modo in cui i funzionari statunitensi influenzano il comportamento del mercato e le dinamiche delle azioni concrete.

La retorica di Trump incarna ciò che gli specialisti di politica estera americana hanno evidenziato: la politica estera americana è formulata all’interno di una cornice dogmatica che comprende messianismo globale, interesse personale, una forma di liberalismo tipicamente americana e un pragmatismo che riduce la politica estera a operazioni militari, come l'”Operazione Epic Fury“. Ne ” La prigionia di Gulliver ” , Stanley Hoffmann descrive il comportamento americano in questi termini: ciò che intendono per “cooperazione internazionale” è, in realtà, la cooperazione di altri paesi con gli Stati Uniti per promuovere progetti americani. Durante gli attacchi americani contro l’Iraq e la Somalia, George Bush dichiarò: “In patria, il costo materiale della nostra leadership può essere molto elevato. Ecco perché i rappresentanti americani hanno incontrato molti leader mondiali “. È la stessa eco della voce di George Bush che ritroviamo nelle dichiarazioni di Trump quando afferma che se i paesi di tutto il mondo si unissero su questo tema, la pressione economica sull’Iran si intensificherebbe e, in ultima analisi, i prezzi del petrolio potrebbero crollare. Nella politica americana, Trump non rappresenta un’eccezione, bensì l’espressione di una regola che ha prevalso nella politica estera statunitense per almeno un secolo.

Nel corso dell’ultimo secolo, la politica estera americana ha abbracciato isolazionismo, multilateralismo, internazionalismo liberale, contenimento, distensione, interventismo, guerre limitate, politica dei diritti umani e rivalità tra grandi potenze. All’interno di questa tradizione di politica estera americana, sono persistiti diversi elementi duraturi: la rivendicazione di un ruolo di leadership globale; il legame tra gli interessi nazionali e il discorso sui valori universali; l’utilizzo delle istituzioni internazionali a fianco di azioni unilaterali; la priorità data al potere economico e alle operazioni militari; e gli sforzi per plasmare un ordine che serva gli interessi nazionali. Sulla base di questi elementi, un’analisi storica porta alla conclusione che Trump si limita a perpetuare, senza cambiamenti fondamentali, uno schema secolare. (Vedi gli articoli dell’autore pubblicati nei numeri 59 e 61 del Journal of the Faculty of Law, University of Tehran).

Fonte: Nournews

Traduzione: Luciano Lago

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La Redazione

6 commenti su “Sull’orlo di una crisi globale”

  1. La feccia al potere in America si conferma di bassa intelligenza, essa è ripetitiva, è FOSSILE, è di bassa levatura e NON ha capacità di dominio. Perfino NON ha Paesi amici, ma Paesi che sono servi, falsi amici. Non avendo capacità di Impero, dato che per avere un Impero bisogna essere in regola con la Natura, ( e oltre ……………………….. ) quindi gli Stati Uniti NON sono mai stati un Impero, ma hanno fatto dell’imperialismo, credendo di vincere e rubare tutto a tutti. I padroni puritani hanno una grande AVIDITA’, io la spiego dalle loro miserrime origini e povertà patite per un bel po’, ed infatti il loro comportamento è tipico degli avidi. Di fronte al denaro e al potere sono in stato di eccitazione, di profonda emozione ( sono proprio poveretti ). Ma questi padroni fessacchiotti si sono AUTOINGANNATI a furia di credersi onnipotenti e intelligentoni. La realtà li ha TROMBATI, e dal 1945 che pensano alla rivincita, che purtroppo per essi, nessuno gliela concede. Il peccato iniziale degli americani, le ruberie e lo sterminio dei Pellerossa ……………………….. il sangue ricade sulle teste della feccia ………………………….. Mettersi contro Le Leggi Immutabili della Natura li ha condannati ………………………….. Il Viale del Tramonto ………………………. Il 2026 è un anno fantastico ! Il 4 luglio 1776 ha una JELLA micidiale ………………

  2. Nella loro fase imperiale terminale, gli u.s.a., guidati dagli ebrei miliardari epstein e dai loro sciagurati accoliti filo-sionisti, sono ridiventati scopertamente predoni, pirati e saccheggiatori, senza troppe giustificazioni “pelose”, a questo punto surreali se non ridicole, come la democrazia, la libertà, la liberazione delle donne dal velo islamico, eccetera eccetera, soltanto che l’Iran praticando con successo un nuovo tipo di guerra, molto meno costosa di quella “tradizionale” dei decenni precedenti, praticata dagli u.s.a. che sono evidentemente rimasti indietro, con jet, bombardieri strategici, navi da guerra e portaerei costosissime, ma senza ormai un numero sufficiente di “boots on the ground”, sono riusciti a fermarli e a danneggiarli visibilmente, con il conseguente danneggiamento dell’economia mondiale partito dalla crisi degli idrocarburi (particolarmente quelli raffinati), che ci riguarda tutti in Europa come altrove (persino in u.s.a.!), di cui incolpiamo con ogni evidenza gli statunitoidi e gli ebrei, che hanno iniziato il conflitto con un’aggressione.

    Mi pare probabile che non essendo riusciti a piegare al loro volere la Repubblica Islamica dell’Iran, a distruggerla o a smembrarla in entità più piccole e più facilmente “gestibili”, puntano con epstein, l’ebreo vendicativo nei confronti degli umani che mai si arrenderà, a una grande depressione mondiale, che nasconda la loro crisi economico-valutaria, del debito pubblico, dell’industria (compresa quella militare), e che colpisca il pianeta con una profondità oggi ancora non valutabile … Questo è il loro “Piano B”, che porta a prolungare il conflitto con l’Iran, compattato proprio per l’aggressione subita, fino alle estreme conseguenze – cioè la depressione economica mondiale – se è vero che il burattino degli epstein donald trump ha promesso, o minacciato, di riprendere i bombardamenti dopo le elezioni politiche di medio termine, respingendo di fatto ogni ipotesi di pace.

    Cari saluti

  3. Questo fine settimana Mielkowski è volato ad Abu Dhabi dove ha incontrato esponenti del mondo arabo, sauditi, marocchini, libici, qatarioti, oggi un ministro emiratino è volato a Ryad, mentre in queste ore le ultime truppe occidentali hanno lasciato l’Irak.
    L’Irak sta esportando il suo petrolio via camion attraverso la Siria, ed importa benzina e diesel sempre attraverso la Siria.
    Sia l’Irak che i paesi vicini l’Iran, tranne Russia, Pakistan e Cina, hanno chiuso i loro aeroporti alle compagnie aeree iraniane, anzi in Turchia un aereo iraniano è stato pure sequestrato.
    Certamente l’Iran userà i ponti aerei con Russia e Cina, e il varco via terra con il Pakistan, per importare armi e rifornimenti, in modo da prepararsi per l’attacco, che potrebbe avvenire dopo le elezioni americane di midterm.
    L’Irak potrebbe essere il campo di battaglia di terra, le milizie sciite irakene contano 200000 uomini, mentre le truppe sciite dell’esercito regolare irakeno non combatteranno contro i loro confratelli e gli iraniani, che hanno richiamato un milione di riservisti.
    I sauditi hanno riattivato l’oleodotto est-ovest ma tre stazioni di pompaggio sono ancora da riparare e il flusso è debole.
    Intanto la loro aviazione bombarda lo Yemen, a Taiz hanno colpiti il mercato centrale, in una zona liberata dagli yemeniti, facendo decine di vittime.
    Lo scontro è solo rinviato, ma gli USA pare abbiano consumato metà delle riserve di Patriot e Tomahawk nella ultima guerra e sarà complicato difendersi dalle ondate di missili di Teheran.

  4. “L’america ha davanti a sé un futuro molto promettente”. Beh, di tutti vaneggiamenti sconclusionato di Trump, questo è senz’altro uno di più folli. Perché sé c’è un fatto evidente a tutti, americani compresi, è che gli Stati Uniti non hanno certo un futuro “molto promettente”, ma anzi un futuro fatto di declino, si perdita di fiducia e reputazione, di crisi economica e finanziaria. Allo stato attuale, non c’è NIENTE nel futuro degli Stati Uniti, che possa far pensare a qualcosa di positivo. Ribaltamento totale della realtà, specialità tipicamente israeliana, ma che l’insegnante Nethanyau ha spiegato bene al suo alunno Trump.

  5. Una cosa è evidente, il sistema sta impiegando tutte le proprie risorse mediatiche per falsificare ciò che succede nel mondo. Un mondo alla rovescia. I terroristi vengono dipinti come i più ardenti difensori dei diritti umani e della democrazia, mentre gli aggrediti che difendono strenuamente il proprio diritto all’autodeterminazione, alla sovranità del proprio paese, diventano immediatamente terroristi, narcotrafficanti, dittatori e dio sa cos’altro.
    Se non ci fossero luoghi come Controinformazione, l’Antidiplomatico, Al-Mayadeen ecc ecc, vivremmo completamente narcotizzati dalle loro stronzate.

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