“Scientismo”, la nuova religione (ma non solo) del XXI secolo

di Fabrizio Marchi

Nel mio libro “Contromano. Critica dell’ideologia politicamente corretta”, pubblicato ormai circa tre anni fa, quindi ben prima della pandemia, spiegavo come lo “scientismo” – insieme al neo femminismo (criminalizzazione del genere maschile, peraltro fuori tempo massimo, camuffata da processo di liberazione delle donne), al cosmopolitismo (omogeneizzazione del pianeta sul modello capitalista occidentale), al “diritto-civilismo” (diritti civili interpretati a senso unico in sostituzione dei diritti sociali con la finalità di disinnescare alla radice il conflitto di classe ed esportazione manu militari degli stessi), al “tecnicismo” (primato assoluto della tecnica, oltre che del capitale, sul dibattito politico e filosofico) – fosse uno dei mattoni ideologici dell’attuale sistema capitalista dominante.
Mi pare di poter dire che la gestione politica e soprattutto ideologica della crisi pandemica in atto abbia confermato questa tesi.
La mia opinione è che fin da subito abbia prevalso un atteggiamento ideologico – appunto, “scientista” – che di laico e di razionale (e quindi di autenticamente scientifico) aveva e ha ben poco. L’approccio che fin dall’inizio della crisi è stato adottato dalle autorità sanitarie e dal governo è stato quello del terrorismo psicologico, del bombardamento mediatico incessante e ininterrotto a reti unificate, di una sorta di fede cieca, religiosa (questo è, appunto, lo scientismo, una nuova forma di religione secolarizzata) in una ricerca scientifica gestita in toto dalle multinazionali farmaceutiche, anche perché sia la ricerca che la sanità pubblica sono state scientemente smantellate negli ultimi trent’anni (e questo è un fatto, a pensar male si fa peccato, diceva un tale, ma ci si azzecca quasi sempre).

Questo modo di procedere – un sostanziale integralismo ideologico, una sorta di neopositivismo postmoderno – ha sortito l’effetto di ingenerare o forse soltanto lasciar emergere in modo parossistico i sentimenti di angoscia più ancestrali radicati nell’inconscio della gente. Fra questi, innanzitutto la paura della morte. Su questo si è “giocato” dal punto di vista psicologico. Le persone sono state trattate come bambini ridotti all’obbedienza dalla paura.
Naturalmente tutto ciò non poteva che produrre la sua contraddizione che si è concretizzata in una reazione opposta e contraria ma altrettanto ideologica e irrazionale, quella degli “antivaccinisti” a prescindere, anch’essa fondata sulla paura. La paura di morire di covid per i primi e di morire di vaccino per i secondi. E la paura è nemica, per definizione, della razionalità e anche della ragionevolezza e del buon senso.
Un atteggiamento saggio, equilibrato e razionale (e quindi non ideologico) da parte delle autorità avrebbe dovuto essere quello di fornire una corretta (e non terroristica, per la serie “O vaccino o morte” di draghiana memoria) informazione sulla pandemia e sul suo andamento, sulla necessità di vaccinarsi spiegando al contempo anche i limiti di questi vaccini (con un atto di onestà intellettuale si poteva dire che sono ciò di cui al momento disponiamo e che comunque stanno dando dei risultati importanti in termini di diminuzione drastica del numero dei morti) e non presentandoli come una sorta di acqua benedetta, di soluzione finale miracolistica ottenuta in pochissimo tempo dalle sorti magnifiche e progressive delle Big Pharma.

Questo atteggiamento – in palese contraddizione con la realtà dei fatti, anche di questi giorni – ha contribuito ad ingenerare scetticismo sia tra i non vaccinati che tra quei (tanti) che hanno scelto di vaccinarsi pur con legittime perplessità (e meno male altrimenti saremmo degli automi e non degli esseri umani dotati di autonomia di giudizio…).
Ci si doveva aprire alla ricerca scientifica (e pubblica) di altri stati; penso innanzitutto a quella cubana che ha messo a punto un vaccino proteico e non genico (quindi differente da quello Pfizer) che ha ottenuto e sta ottenendo risultati addirittura strepitosi (lo dicono i numeri e i dati oggettivi, e non c’è nulla di ideologico in quanto scrivo) ma si è scelto di non farlo. E le ragioni di questa chiusura aprioristica sono tutte di ordine economico, politico e geopolitico.
Si doveva consentire un dibattito aperto, e invece si è scelto di ridicolizzare il dissenso oppure di criminalizzarlo o strumentalizzarlo politicamente (ricordate l’indisturbato assalto fascista alla sede della CGIL?) con l’inevitabile risultato di accentuare le divisioni fra le persone e radicalizzare lo scontro. Una nuova guerra fra poveri dove i nuovi nemici sono le persone che hanno scelto di non vaccinarsi, accomunate in un unico calderone e spregiativamente bollate come “no vax”.
La finalità intrinseca di questo processo – ben al di là della questione sanitaria che dovrebbe essere la priorità assoluta – è stata alla fin fine quella di cementare consenso intorno al governo (inteso, in questo caso, nel senso più ampio, cioè come ordine sociale), di addomesticare e irreggimentare ancor più le già addomesticate masse popolari, rincretinite da decenni di ideologia “postmodernista”.
Come se ne uscirà non sono in grado di dirlo. Vedo assai poco realisticamente un cambiamento di rotta nel modo di gestire la crisi da parte delle classi dirigenti. Molto più probabilmente, come ci auguriamo tutti, se ne uscirà soltanto con il graduale ma inevitabile e progressivo indebolimento del virus. Resta da vedere quali saranno le conseguenze, sanitarie, sociali, psicologiche, economiche, politiche e quant’altro che lascerà sul terreno. Ma questo è tema di successive riflessioni.


Fonte: Fabrizio Marchi

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