Renzi rottama se stesso. La fine dei partiti filo-Bruxelles, tra populismi e voti di protesta…

di Enrica Perucchietti

Renzi: il rottamatore ha rottamato se stesso

La notizia è arrivata alle 18.15 di ieri pomeriggio: Matteo Renzi si è dimesso da segretario del PD (mantenendo la carica di senatore).

Calato il sipario sulle elezioni, il verdetto è stato netto (ed era prevedibile). Il centrodestra è la prima coalizione del Paese con la Lega che supera Forza Italia, piazzandosi come terza forza del Paese. Il Movimento 5 Stelle è, invece, il primo partito del Paese, dopo aver sfondato soprattutto al Sud. Il PD è crollato invece sotto il 20% e le critiche dei suoi hanno portato all’inevitabile decisione che molti si attendevano prendesse già all’indomani del referendum del 4 dicembre.

Lo scrivevo già nel 2014 nella biografia non autorizzata dell’ex premier, Il lato B. di Matteo Renzi: come in ogni gioco d’azzardo, la carriera dell’ex sindaco di Firenze poi Presidente del Consiglio era bruciare le tappe e bruciarsi a sua volta.

Il giocatore d’azzardo che è andato di fretta

Lo aveva predetto «The Economist» in un articolo datato 22 marzo 2014, descrivendolo come un «Gambler in a rush», un giocatore d’azzardo che va di fretta. Già allora la stampa aveva sposato la satira dipingendo il premier come un televenditore, un prestigiatore, un illusionista. Uno che spara promesse a raffica, una dietro l’altra senza poterle realizzare.

Il settimanale britannico scriveva infatti che «Mr Renzi» è noto per essere uno che si assume il rischio («is known to be a risk-taker»), impegnato a bussare alle porte dei colleghi dell’Eurozona per chiedere di «scommettere» sull’Italia. «Correre può andar bene, ma Renzi dovrebbe star attento a non inciampare» (nel senso di non compiere passi falsi), suggeriva quasi quattro anni fa il settimanale inglese.

Da noi questo monito era già stato sollevato all’indomani della famigerata “staffetta”: non tutti avevano gradito la modalità aggressiva con cui era stato silurato Enrico Letta e soprattutto era iniziato a serpeggiare il dubbio che Renzi potesse bruciarsi con le sue stesse mani. Nella mia biografia non autorizzata avevo scavato nella storia personale e politica di Matteo Renzi per scoprire il lato “nascosto” del premier, con interviste, fotografie, documenti raccolti sul territorio. Avevo anche analizzato i peccati veniali del Nostro: fretta, ambizione, incoerenza.
Il “Letticidio”: l’inizio della fine

Nel già citato “Letticidio” si era palesato il primo peccatuccio veniale di Renzi: la fretta. Quella stessa fretta che l’ha portato in soli dieci anni a scalare le vette del potere politico nazionale e in altri quattro anni al tracollo. Una parabola che era facilmente prevedibile. L’uomo Renzi ha dimostrato velocemente di avere le zanne del lupo dietro le sembianze ammaliatrici dell’agnello che incarnava il simbolo della “speranza”, volendosi porre come una copia sbiadita di Barack Obama: la spregiudicatezza in politica provoca il biasimo ma al contempo origina rispetto e timore da parte di colleghi e avversari. Solo che alla lunga ti crea il vuoto attorno e nemici pronti a colpire nell’ombra quando sarai più debole.

Che a Renzi non piacessero le mezze misure è ormai noto: è sempre stato un turbinio di promesse che dispensa con sicurezza e proponendo date così ravvicinate da far girare la testa. E nella fase delle vertigini ci si scorda di quanto aveva assicurato un attimo prima.

Se poi se ne dimentichi anche lui e sia una coazione a ripetere, rimane ancora un mistero. Fatto sta che negli ultimi anni le promesse sono state troppe, i fallimenti si sono accumulati e lo spacco con l’elettorato si è fatto sempre più drammatico. L’ambizione a dir poco sfrenata che gli ha permesso di asfaltare nella sua corsa al pantheon della politica, senza troppi problemi, avversari e colleghi, è il peccato che lo ha condotto ora alla débâcle, rendendo progressivamente sempre più antipatico e scollato dalla realtà.

Unito a una eccessiva dose di presunzione (fin da piccolo sognava di diventare Presidente della Repubblica!). Un conto è sapere presentarsi in pubblico, parlare a braccio, improvvisare, elargire sorrisi e battute, battere il cinque ai bambini incontrati per la strada, farsi i selfie o cinguettare su twitter, un altro è concretizzare le riforme. E a Renzi è mancato proprio questo.

È stato e rimane comunque un campione indiscusso nella comunicazione, parla a braccio, improvvisa, risponde a tono e zittisce chi osa metterlo in difficoltà (su questo fronte gli manca soltanto lo sguardo di ghiaccio di D’Alema che farebbe sentire a disagio anche un premio Nobel). Il suo piglio moderno e controcorrente, informale, colpisce nel segno. Ha ammaliato gli italiani con il suo carisma e la capacità di rivolgersi al pubblico, non tanto (o non solo) ai giornalisti.

Dall’altra, però, si è circondato di Yes Man, alcuni dei quali imbarazzanti, impreparati, insopportabili e incapaci, che non sono stati in grado di orientarlo nelle scelte o almeno di consigliarlo. Alcuni di essi, lo hanno anzi appannato nei consensi, trasmettendo l’idea di una cupola di politici insensibili ai veri problemi del Paese.

Anche per questo domenica le urne hanno decretato la sua fine politica e l’annuncio è arrivato ieri dopo un rincorrersi di voci e smentite.

Luigi Di Maio

Elezioni: quando parlare di “voto di protesta” non basta più

Torniamo così alle elezioni. Si dirà ancora una volta che è stato un voto di protesta. La stampa straniera registra la vittoria dei «partiti populisti e di estrema destra» e la preoccupazione per i mercati. No. Possiamo dire, in estrema sintesi, per ora, che sono stati puniti severamente tutti i partiti filo-Bruxelles, neo-liberisti e mondialisti. E da qua dovremmo partire per molte e numerose riflessioni che prendano atto del risultato e delle motivazioni a monte che hanno spinto i cittadini a votare così, esasperati dalla campagna elettorale più brutta di sempre.

Ne converrete: è stata la campagna elettorale italiana peggiore di sempre. Non solo per la legge elettorale, non solo per i candidati (tra resuscitati, voltagabbana e semplicemente impresentabili), ma anche e soprattutto per il clima di violenza che si è riversato sulle strade con episodi gravissimi. È come se il fenomeno degli haters fosse sgusciato dai social network per contagiare l’intera società, mostrando così il lato peggiore dell’umana convivenza: la disperazione ha assunto il profilo della follia sociale.

Invece di puntare sui programmi elettorali, si è focalizzata l’attenzione sugli slogan triti e ritriti da salotto televisivo e si è distratta l’opinione pubblica sulla lotta tra fascismo e antifascismo (utilizzando così due regole auree della manipolazione sociale, il divide et impera e la distrazione delle masse dai veri problemi).

Come potevamo aspettare, tutto è stato spettacolarizzato e banalizzato.

Pensiamo agli slogan del PD: vota la scienza, vota il PD… ecco infatti il PD è crollato e la lista della Lorenzin si aggira su un 0,45. Il tema vaccini, censurato o denigrato dalla stampa, ha avuto invece, fino alla fine, un peso specifico. Così come i veri problemi che attanagliano la popolazione e che vengono bollati come “populisti”: crisi, lavoro, disoccupazione, sicurezza, immigrazione, pensioni, ecc. Proprio i partiti “populisti”, Lega e Movimento 5 Stelle sono stati premiati alle urne.

Questo risultato dimostra che la popolazione è ormai cosciente che il vero nemico va cercato nel liberismo, nei poteri forti atlantisti, nella ferocia del mercato e dei suoi aguzzini, nella diseguaglianza sociale, nello smantellamento delle conquiste sociali, nei falsi filantropi in realtà speculatori finanziari e registi da dietro le quinte di colpi di stato e di rivoluzioni colorate.

Bisogna ricordare che negli ultimi anni la battaglia per i diritti civili ha infatti oscurato e fagocitato quella per i diritti sociali, portando a una società sempre più povera e precaria. I diritti civili sono sacrosanti, ma sono stati usati per spostare l’attenzione dall’affossamento dei diritti sociali. Infatti sono stati puniti severamente tutti i partiti filo-Bruxelles, neo-liberisti e mondialisti.

Il popolo non ha rinunciato all’idea concreta del cambiamento o almeno a sognarlo. Ora vedremo se era l’ennesima illusione, oppure no…

Il futuro dipende da noi e da chi ora ci rappresenterà. Dovremmo ricordarcelo sempre e focalizzare l’attenzione sui veri problemi e i veri “nemici”, invece di passare il tempo a scannarci nella solita guerra tra poveri. E dovremmo aver compreso che il nostro consenso è prezioso e che non si esercita soltanto alle urne, ma sempre, nelle nostre scelte e azioni quotidiane.

2 Commenti

  • atlas
    7 marzo 2018

    «Aspettate che mi metta i guanti» – intimava Franco Giorgio Freda alle guardie carcerarie durante i processi per la strage di Piazza Fontana – «ché il ferro democratico non mi tocchi i polsi»

    cari saluti con baci e abbracci
    Emanuele Reho Musulmano Sunnita e le sue 2 mogli

  • Vittoriano
    7 marzo 2018

    … Il popolo non ha rinunciato all’idea concreta del cambiamento o almeno a sognarlo.

    forse è così,

    però :

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