PRESIDENTE DEL CILE, SEBASTIÁN PIÑERA… .. IL PEGGIORE DI TUTTI MA RIFIUTA DI LASCIARE

Molti cileni oggi si chiedono fino a che punto potrà arrivare il rifiuto popolare contro il presidente Sebastián Piñera, il quale, secondo i sondaggi appare come il peggior presidente valutato dal ritorno alla democrazia nel paese.

Questo lunedì, i sondaggi del “Pulso Ciudadano”, della società di consulenza “Criteria Research” e “Public Square”, oltre a quelli di Cadem, differiscono in termini di livelli di disapprovazione della direzione del presidente, ma concordano sul fatto che sono un record rispetto al resto dei presidenti che hanno attraversato La Moneda dal 1990 in poi.

Per Cadem, considerato dagli analisti un organismo compiacente del governo, nell’ultima settimana l’approvazione a Piñera è crollata al 10 percento e la sua disapprovazione ha raggiunto l’82 percento.

Questo indica che negli ultimi sette giorni il sostegno del presidente è diminuito di due punti percentuali e l’indice di disapprovazione è aumentato di uno.

I risultati di Pulso Ciudadano, che coprono l’intero mese di novembre, sono anche peggiori, poiché riflettono solo l’approvazione del 4,6 per cento – quasi cinque punti in meno rispetto ai risultati di ottobre – mentre il rifiuto della gestione presidenziale è aumentato 17 percento, raggiungendo il 78,1 degli intervistati.

Coloro che hanno parlato contro hanno considerato come fattori determinanti la scarsa performance del presidente nel gestire la crisi sociale e politica che sta vivendo il Paese, la mancanza di leadership, questo perché le richieste della popolazione non sono state ascoltate. D’altra parte si tratta di un governo neoliberista, espressione del FMI e dei potentati finanziari di Wall Strret che ha condotto una politica antisociale a base di privatizzazioni e cessione delle risorse nazionali alle grandi multinazionali USA. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: costo della vita alle stelle, miseria e disuguaglianze clamorose.

I risultati e entrambi i sondaggi sembrano coincidere con la crescente domanda dei manifestanti che chiedono le dimissioni del presidente, sebbene nelle interviste rilasciate ai media di stampa Piñera abbia insistentemente affermato che non lascerà il suo posto.

La sua posizione è a disagio, inoltre, perché al Congresso Nazionale viene presentata un’accusa costituzionale contro di lui, presentata da senatori e deputati dell’opposizione, che sottolineano la responsabilità politica per la forte repressione e violazione dei diritti umani delle forze di polizia statale contro il sommovimento sociale di protesta.

Se l’accusa fosse approvata, il presidente cesserebbe la sua posizione, anche se gli analisti considerano improbabile che ciò maturi, perché lo schieramento di destra in pieno si oppone a quella misura.
Nel frattempo la popolazione dimostra la sua repulsa crescente per le politiche attuate dal governo neoliberista di Santiago e manifestano chiaramente la loro disapprovazione.
Coloro che disapprovano il lavoro del governo rappresentano ormai oltre l’80 percento della popolazione, cioè il 10,3 in più rispetto allo scorso ottobre.

Nel frattempo a Washington, il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha dichiarato che Washington aiuterà i governi latinoamericani che considera “legittimi” per evitare che le proteste diventino rivolte violente, lo ha dichiarato parlando all’Università di Louisville, il 2 dicembre. Pompeo ha sostenuto che tali disturbi non “riflettono la volontà democratica del popolo” di quei paesi.

Lo stesso Pompeo ha anche promesso che gli Stati Uniti prenderanno misure per impedire a Cuba e Venezuela di ” inserirsi in queste proteste”. Il segretario di stato ha accusato questi paesi di “invitare cattivi attori” nella regione e di cercare di convertire le democrazie alleate degli Stati Uniti (Cile, Colombia, Ecuador ) in “dittature”.
Pompeo ha giustificato la partecipazione di Washington agli “sforzi antisommossa” (riferendosi agli aiuti forniti ai governi filo USA del Cile, dell’Ecuador e della Colombia) affermando che gli Stati Uniti rappresentano il “più grande esempio di democrazia nella storia del mondo”.

Scontri a Caracas

Proteste in America Latina
Almeno cinque stati dell’America Latina, tra cui Bolivia, Brasile, Cile, Ecuador e Venezuela, hanno subito proteste a vari livelli nel 2019 e alcuni di queste sono diventate proteste sanguinose. In Bolivia si è verificato da ultimo un colpo di Stato militare pilotato da Washington che ha dato luogo ad una repressione sanguinosa contro i manifestanti in protesta.
Gli USA sostengono i governi neoliberisti a cui hanno sempre dato appoggio, come quelli del Cile, della Colombia, dell’Ecuador, mentre interferiscono in modo grossolano per rovesciare, mediante moti di piazza violenti o colpi di stato, quei governi ostili agli interessi di Washington. Il golpe filo USA è riuscito in Bolivia come in precedenza era riuscito in Honduras ma è invece fallito in Venezuela, grazie alla fedeltà dei militari al governi di Caracas ed alla resistenza della popolazione alle ingerenze USA.
Il prossimo obiettivo dichiarato dagli USA sono il Nicaragua, Cuba e il Venezuela, considerati governi ostili a Washington. D’altra parte, sulla base della vecchia dottrina Monroe rispolverata da Trump, soltanto Washington può decidere quali governi siano “legittimi” e quali no.

Fonti: Prensa Latina Telesur

Traduzione e sintesi: Luciano Lago

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