Piccoli e grandi numeri

di Lorenzo Merlo

Così come ce l’hanno raccontata, come l’abbiamo creduta, la democrazia non è mai stata. L’equilibrio al quale anelava, che pensavamo in fieri non s’è verificato. Nei campi aridi dell’avidità, lo spargimento di giustizia è seme che non ha mai attecchito. Pare non solo che il tempo di rodaggio sia scaduto: chilometri sono stati fatti e ormai si sente odore d’olio bruciato. E chi, con crescente affanno, insisteva a rabboccarlo si è stancato.

Il sistema sta fondendo. Così come tutti hanno constatato il fallimento del socialismo e come molti quello del capitalismo, ora diviene via via più popolare la consapevolezza che la democrazia non ha il Dna perfetto e puro di cui le nostre speranze l’avevano investita. La svestizione della maschera ha richiesto il suo tempo. Ora che il re è nudo, vediamo che di altra merce si tratta rispetto a quella che volevamo acquistare.

Sotto il sasso della democrazia hanno potuto radunarsi le grandi, e poche, lobby finanziarie. Hanno potuto organizzarsi e dirigerla. Sono stati bravi. Ben prima della data delle bolle finanziarie, hanno saputo come farci credere a quelle più suggestive e popolari della comunicazione, prendendoci senza difficoltà, come trote alla pesca sportiva, infilando l’amo ogni volta con nuovi bisogni, appositamente creati per chi non abboccava più a quelli pianificatamente obsoleti.

Con argomenti schiaccianti, sono riusciti a farci identificare con l’avere, a farci dimenticare di noi stessi, del nostro essere. Sono riusciti a farci credere che l’orizzonte delle nostre azioni dovesse avere una portata immediata e specializzata, e non più olistica né di lungo corso, come le Tradizioni – ben prima della scienza – avevano indicato. Se però la portata del nostro fare ha la natura dell’interesse personale, nulla del potere benefico che hanno i nostri pensieri, i nostri sentimenti, le nostre azioni si realizza. Al contrario, essi hanno quello di mantenere lo stato di sofferenza, di tenerci separati dalla realtà. Nel legame con l’infinito, con l’origine e nell’emancipazione dal proprio io, si rivelerebbe il significato dell’amore incondizionato come ponte evolutivo, che conduce al bene e al benessere.

Tuttavia, oggi ci muoviamo entro le mura del nuovo, più geniale e coercitivo carcere virtuale. Non più evidenti sbarre di ferro, dichiarazioni di una libertà sottratta, ma aria condizionata e comfort, benefit e carriera. In cambio di che? Ma dell’anima, diamine! Tanto che vale? Chi l’ha mai vista? Concentrati su falsi valori, lasciamo perdere senza rimpianti la natura profonda che portiamo.

Attraverso lo spicchio di realtà che la grande comunicazione, nonostante l’impegno profuso che ci mette, non riesce ad occultarci, non è difficile riconoscere un presente dove le oligarchie non hanno più bisogno di un nascondiglio per condurre i loro progetti che nulla hanno a che vedere con noi. Il loro potere, oggi più evidente che mai, governa gli Stati. Non sono più questi ultimi, e i loro popoli, al centro del palco da protagonisti, perché sono divenuti maschere e pupazzi. Le linee di controllo sono lunghe e i burattinai sono in anticipo su ciò che si muove sul palco. Essi sono all’opera per l’egemonia sul mondo.

Come sempre, si potrebbe obiettare. Certo. Ma ora, con l’esponenzializzazione digitale e l’implicato potere di controllo, quel “come sempre” non vale più. L’accelerazione aveva nel tempo analogico una intellegibilità che in quello digitale viene meno. Siamo in loro balia, anche se crediamo che la scialuppa della democrazia possa sempre portarci in porto.

Considerazioni che devono essere rinforzate dalla recente guerra della Nato per il mantenimento dell’egemonia mondiale. Se questa dovesse venire meno, se dovesse realizzarsi il multipolarismo, sussiste al momento l’eventualità che il corso quasi senza ostacoli delle oligarchie finanziarie venga meno, si interrompa, si complichi. Diversamente, annunceranno la loro proprietà sul mondo.

Quanto già siano cartello, lasciamolo stimare a chi sa far di conto e vede meglio cosa succede tra le quinte, prima di andare in scena. Limitiamoci a osservazioni disponibili a tutti. Dispongono di eserciti e intelligence: l’egemonia e le guerre li richiedono. Alla bisogna, li affittano agli Stati travestiti da aiuti. Questi, pur di non calare la maschera democratica, quella delle incorruttibili e affidabili istituzioni, quella della politica parlamentare e costituzionale, alzano di una tacca ancora l’asticella del proprio debito, e così il gradiente di subalternità pressoché incondizionata. Gli Stati, nonostante siano quindi ricattati, si mostrano contenti e grati per il sostegno ricevuto, per la mantenuta democrazia – così si ostinano a chiamare la neo-tirannia del controllo – e il privilegio di far parte, sebbene da mozzo, della grande famiglia che comanda.

Coperti da una propaganda sempre più fondamentalistica, sotto l’intoccabile egida dell’ordine pubblico, i soldati senza patria, guardando al portafogli, spareranno contro i propri simili. Gli individui saranno indotti a scegliere tra le organizzazioni ultra-statali finanziarie o criminali, che prima o poi usciranno allo scoperto come alternativa a tutti gli effetti dei decrepiti Stati fondati sull’utopia democratica – utopia in quanto non può sussistere in territorio ordoliberale –, fondati sulla competizione e il profitto sopra ogni cosa, definitivamente avvoltolati nella rete della burocrazia e in quella partitica della mala-politica, inette premesse a qualsivoglia miglioramento sociale. Stati non più in grado di offrire e garantire la Bmw a tutti, come nel fulgido periodo dell’edonismo da bere erano riusciti a fare.

Chi resisterà, chi vorrà starne fuori avrà vita dura. Sarà facilmente estromesso dalla società civile, eventualmente gli si organizzerà anche lo spazio per la lotta armata, se utile a mantenerlo nel ghetto. Lo si smorzerà per sfinimento. Lo sproporzionato rapporto di forze non ha neppure bisogno d’essere precisato per sapere che andrà proprio così.

Quello che mi chiedo è come possa funzionare l’alternativa che abbiamo in mente. Quella umana, etica, libera dalla suicida politica della crescita infinita. Me lo chiedo perché se ognuno, nel suo privato, avesse certamente molti argomenti per fornire risposte apprezzabili, una volta riunitosi insieme a tutti noi altri, una volta cioè di nuovo grandi numeri, non più singoli individui o piccoli circoli sodali, non ricreerebbe le dinamiche che ora non tolleriamo? Ovvero, non è proprio dei grandi numeri esprimere tutte le nature, tutte le fette di torta percentuale dove, oltre a chi pensa puro, necessariamente c’è chi pensa per sé?

L’anatomia dei grandi numeri ha sistemi e organi, ovvero dinamiche e ruoli, che individualmente e nei piccoli numeri, come ne fossero embrioni, non si trovano. È un sospetto di peso e sostanza. I piccoli numeri, definitivamente divorati dalle fauci della globalizzazione, non hanno più il solco nel quale sviluppare le loro vite. Un’ondata di liquame li ha riempiti di cultura spazzatura, quella che i jingle ci cantano senza sosta. Quella di cui Bauman ci ha avvertito. Le identità si sono perdute e gli individui hanno conosciuto la disperazione. A questo ci sarebbero forse non facili ma evidenti conclusioni, eppure…

Forse sono considerazione nichiliste, più semplicemente diffidenti, più prudentemente allarmistiche, ma come può la vicenda umana svincolarsi dal dualismo, liberarsi anche solo da uno dei propri sentimenti e divenire definitivamente diavolo o dio? Forse la storia è la sola verità, e quello che abbiamo è davvero il meglio che possiamo. La storia siamo noi significa anche che a rotazione – perché il tempo è circolare, come detto prima – tutti saremo demoni e dei. Tutti i sentimenti che animano noi animano tutti. Le istantanee differenze che possiamo cogliere di noi, siano anche etiche, restano quantitative, perché sotto la circostanza giusta, come ebbe a farci presente Max Stirner, gli interessi personali saranno sempre superiori a quelli ideali, ovvero saremo noi a utilizzare quel potere verso il prossimo, quello che ora non accettiamo di subire.

[…] nell’uomo adulto si consolida l’opinione che nel mondo bisogna seguire il proprio interesse, non i propri ideali” (1).

Forse, alla faccia di quelli che credevano fossero soltanto bombaroli e individualisti, è opportuno recuperare le idee anarchiche. Riconoscere quanto fossero avanti e quanto lo siano ancora. Per primi si sono liberati dell’armatura materialistica e hanno integrato nella lotta a tutto tondo non più solo l’uomo, ma anche dove esso vive, l’ambiente. L’anarchico tende ad essere un individuo utopico in modo direttamente proporzionale a quanto noi pretendiamo ci venga gratuitamente offerto dalla politica, dalla società, dalle istituzioni. Ovvero, a quanto deleghiamo, a quanto non siamo disposti ad assumerci la responsabilità del prossimo, del cosmo. Diversamente, avremmo una chance.

Ieri ero intelligente e volevo cambiare il mondo. Oggi sono saggio e sto cambiando me stesso” (2).

Note

  1. Max Stirner, L’unico e la sua proprietà, Milano, Adelphi, 1979, p. 23.
  2. Espressione attribuita a più autori.

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