"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

PERCHE’ PANNELLA “SANTO” DEI MEDIA . Perché era il politico più conformista d’Italia

di Paolo Borgognone

La scomparsa, giovedì 19 maggio 2016, dell’ultraottuagenario “guru” radicale Marco Pannella fu l’occasione politica propizia, da parte del “circo mediatico” ultraliberale, trasformista e nichilista italiota (un gruppo sociale dominato dalle classi dominanti e da esse allo stesso modo cooptato, pertanto impossibilitato a esprimere qualsivoglia pensiero critico in quanto costretto a vendere il proprio, in verità modesto, capitale intellettuale sul mercato dell’integrazione mediatica neoliberale), per celebrare la cosiddetta “santità laica” del citato “sciamano” della “modernizzazione ultracapitalistica” della italica società.

Marco Pannella, insieme ai suoi “compagni radicali”, fu infatti il protagonista di almeno 50 anni di battaglie politiche volte a normalizzare e ad americanizzare l’Italietta sconfitta e colonia dell’«alleato» (leggasi, del padrone) liberal-capitalista d’Oltreoceano. Marco Pannella e il Partito radicale hanno rappresentato e inverato, dal punto di vista politico, economico e culturale, il processo di transizione italiota ai lidi e alle sponde del capitalismo avanzato, terminale, assoluto, puro, ossia svincolato da qualsivoglia precedente dialettica.

Grazie all’azione politica del liberal-nichilista Pannella, scrive il giornalista Maurizio Blondet, «divorzio, aborto, droga libera, nozze omosessuali sono ormai solida parte del costume di tutti: tutti i partiti, di “destra” e di “sinistra”, tutti i media, Confindustria, Unione europea, persino il Vaticano ormai le considera “battaglie liberali e di civiltà”»[1]. Il Partito radicale è stato, ed è tuttora, con e senza Pannella (che lascia, dietro di sé, “degni” eredi politici in ambo gli schieramenti del bipolarismo solidale all’italiana), il motore propulsore di una società “avanzata”, ossia «ormai del tutto “occidentale”»[2], priva di scrupoli, disinibita ed egemonizzata, nei comportamenti, nelle mode, negli stili di vita e nello stereotipato immaginario dei singoli, dai modelli di consumo e di desiderio della nuova classe media globale con elevata capacità di spesa (e pertanto in grado, attraverso il proprio potere di fuoco multimediale, di dettare le tendenze culturali e pubblicitarie fautrici della ulteriore radicalizzazione delle dinamiche di adattamento iperborghese in corso).

E’ infatti la società che Gilles Lipovetsky definì, a suo tempo, dell’iperconsumo[3], quella che la cultura politica radical-democratica ha agevolato nel suo incedere travolgente. Una società omologata al dogma idolatrico del “libero mercato” e che ravvisa i propri nemici da contrastare ed eliminare (attraverso la dittatura dell’economia e del consumismo) in categorie quali nazione, sovranità popolare, spiritualità religiosa, vincoli signorili di onore e fedeltà, Stato sociale, distinzione di genere, di classi sociali, ecc.

L’americanizzazione giunse infatti in Italia, progressivamente dal secondo dopoguerra in avanti e principalmente con il Sessantotto e gli anni Ottanta (momenti politici di fondazione di un sistema di relazioni sociali, economiche e culturali totalmente ristrutturato su linee anarco-capitalistiche, dunque anarco-borghesi e di flessibilizzazione integrale delle masse consumatrici), attraverso i seguenti veicoli di promozione/diffusione:

L’ingresso dell’Italia, nel 1949, nel sistema di alleanze militari a guida statunitense (NATO) e, successivamente, nell’Unione europea come progetto coloniale transatlantico di desovranizzazione politico-economica degli Stati nazionali del Vecchio Continente;

Il boom del 1958-1963 e successive ondate di economicizzazione e monetizzazione consociativistica del consenso pubblico, altresì dette “società del relativo benessere” a gestione pentapartitica (e con nemmeno troppo tacita collaborazione esterna del PCI) degli anni Ottanta;

L’emergere, sulla scia del boom di cui sopra, di una “moderna” e danarosa borghesia privata urbana, perlopiù settentrionale, riferimento elettorale, sociologico e di reclutamento privilegiato per gli attori politici “laico-democratici” principali sostenitori del processo di normalizzazione neocapitalistica in corso;

Il casino studentesco posto in essere, con il movimento del Sessantotto, dai figli viziati della borghesia di cui sopra. Va ricordato, infatti, che il Sessantotto fu principalmente il mito di fondazione di un capitalismo di tipo nuovo, postborghese e postproletario, ossia il momento filosoficamente centrale per il passaggio dall’egemonia politico-culturale di una borghesia in qualche modo ancora “conservatrice”, stanziale, a una nuova classe media cosmopolitica, priva di coscienza infelice e dunque culturalmente orientata all’antropologia liberalizzante del desiderio consumistico illimitato. Il Sessantotto fu, inoltre, il mito di fondazione di una società integralmente liberalizzata ed “emancipata”, in chiave anarco-consumistica, dai precedenti legami comunitari;

L’avvento, a partire dai primi anni Ottanta del XX secolo, della tv commerciale quale fattore di promozione degli assetti politici, economici, sociali e culturali vigenti attraverso il varo di un sistema di gestione della cosa pubblica fondato sulla dicotomia tra “liberal-populisti” di centrodestra emanazione del modello di riferimento pubblicitario della Fininvest berlusconiana e “liberaldemocratici” di centrosinistra emanazione della cultura politica caratteristica del gruppo Repubblica/L’Espresso;

L’avvento del talk show come veicolo di legittimazione della dicotomia sinistra/destra;

La personalizzazione politico-pubblicitaria dei precedenti partiti di “integrazione di massa” (una dinamica di normalizzazione delle soggettività partitiche esistenti, in primis PCI e MSI-DN, venduta al volgo come «transizione democratico-liberale» degli attori politici che avrebbero dovuto gestire, rigorosamente in conto terzi, il passaggio di fase dal capitalismo assistenziale italiota al capitalismo assoluto americano);

L’introduzione, per via referendaria (strumento d’azione politica privilegiato, insieme ai ripetuti e ricattatori scioperi della fame e della sete, dai radicali) del sistema elettorale maggioritario quale ulteriore fonte di legittimazione del modello neoliberale anglosassone detto dell’«alternanza unica»;

L’avvento del reality show e della Internet society, o E-democracy, per facilitare l’integrazione delle masse snazionalizzate, flessibilizzate, sradicate, spoliticizzate, depsicologizzate e spogliate di una dimensione collettiva di adesione a una organica comunità di destino fondata sul primato di tradizioni storiche, popolari e religiose, alla postmoderna e pervasiva “società dello spettacolo” democratizzata, ossia accessibile, grazie al World Wide Web americano, non solo a una élite di “privilegiati” di classe media (new global middle class priva di coscienza infelice) ma alla “gente” (le negriane neoplebi contemporanee prive di consapevolezza nazionale e di classe) nel suo complesso.

IL PARTITO DEL 3 PER CENTO

Marco Pannella e il Partito radicale furono, in Italia, i principali aedi e sostenitori di ogni tappa del processo di americanizzazione sopradescritto. Il PR non fu mai un partito di massa. Se si esclude l’estemporaneo e contingente exploit delle europee del 1999 (un exploit dovuto alla interessata sovraesposizione mediatica di Emma Bonino, tramite la grottesca campagna pubblicitaria, denominata Emma for President, condotta principalmente dalle reti Mediaset), il modesto 3,4 per cento raccolto alle elezioni politiche del 1979 (con 1.264.870 preferenze alla Camera) rimane, a oggi, il traguardo massimo di voti ottenuto dai radicali nel novero della loro intera esperienza storico-politica, iniziata nel 1955 con una scissione dell’ala sinistra del Partito liberale italiano. Il PR ha infatti sempre arrancato tra lo 0,3 e il 2 per cento dei consensi, questo perché il liberalismo puro, totalitario, che non accetta compromessi e discussioni, propugnato da Pannella e compagni, è una dottrina politica e un’ideologia elitaria e ultraminoritaria, settaria, del tutto estranea alla, e in stridente conflitto con, la millenaria tradizione nazionale degli italiani (una tradizione greco-romana poi cattolica tridentina). Il liberalismo di Pannella & C. si ispira infatti al liberalismo massonico, ultracapitalistico e profondamente individualistico tipico del protestantesimo anglosassone, ossia la filosofia più distante dalla mentalità collettiva, radicatasi in secoli di storia nazionale, degli italiani, e in assoluto incompatibile con detta forma mentis.

Il liberalismo totalitario contemporaneo divenne infatti la dottrina di riferimento nel discorso pubblico italiota soltanto in quanto imposto vettore di normalizzazione americanocentrica del Paese parallelamente all’ascesa dell’odierna dittatura della “società dei consumi” e “dello spettacolo”. Il liberalismo fu infatti, da sempre, una cultura politica élitaria, e le vicende storiche del cosiddetto “Risorgimento”, un’avventura militare e coloniale patrocinata da élite proprietarie (alleate con la Gran Bretagna talassocratica e protestante) incontestabilmente ostili ai popoli tradizionali abitanti la Penisola, lo dimostrano ampiamente. Il liberalismo divenne la cultura politica dominante in Italia nel momento in cui, sull’onda del processo di americanizzazione della borghesia autoctona, i partiti politici di integrazione di massa, PCI in testa, inscenarono una interessata metamorfosi in “partiti radical-liberali di massa”. Il liberalismo divenne inoltre la cultura politica dominante in Italia nel momento in cui la tv commerciale berlusconiana e il gossip politico-culturale patinato del gruppo Repubblica/L’Espresso si connotarono quali principali veicoli di riconfigurazione, in chiave americanocentrica, delle mentalità collettive delle classi popolari dei ceti medi autoctoni. Il liberalismo, infine, fu accettato dalle classi popolari italiote nel momento in cui fu presentato, per via pubblicitaria, quale versante politico-culturale della “società dei consumi”, del “benessere” e “dello spettacolo”, ossia quale cultura politica alla radice del sogno americano di acquisizione materiale e visibilità massmediatica generalizzate. Il “Partito democratico”, dal 1792 strumento privilegiato delle élite proprietarie, borghesi e intellettuali per l’adattamento in chiave anglosassone, “laico-protestante” e capitalistico (la dottrina del laissez-faire ha origini prettamente illuministiche) del sistema di relazioni politiche degli Stati componenti l’allora panorama geopolitico della Penisola italiana fu, sostanzialmente dal 1955, l’orizzonte ideologico e organizzativo perseguito da Pannella & C.

Nel 1990 il “guru” radicale, che definiva, dal 1976, il partito di cui era a capo, un movimento d’opinione «a sinistra del PCI», domandò esplicitamente, alla nomenklatura del Partito comunista italiano in via di transizione liberaldemocratica, di mutare la denominazione dell’osceno baraccone metamorfico “occhettiano” (allora giornalisticamente chiamato “La Cosa”) in “Partito democratico”. Nel 1994 il PR si presentò alle elezioni politiche con la dicitura “Lista Pannella – per il Partito democratico”. Pannella ha sempre rivolto il proprio discorso politico alle classi medie integrazioniste, “colte”, cosmopolitiche, narcisistiche, benestanti, laicizzate e disinibite; in una parola, ai soggetti sociali fautori del consolidamento dello stato di cose (neoliberali) presenti. A questo proposito, va ricordato che il PR non fu un partito popolare ma un movimento d’opinione che traeva i propri limitati consensi e adesioni militanti presso gli strati superiori della borghesia “illuminata” settentrionale, di derivazione perlopiù azionista. Pannella (che si autodefiniva, esplicitamente, «amerikano») sostenne, apertamente, tutte le guerre coloniali e le “rivoluzioni colorate” condotte, dopo il 1989, dagli Usa e dai loro vassalli europei e islamisti al fine di esportare, in ogni angolo del globo, la filosofia e il regime politico della “fine capitalistica della Storia”.

Pannella fu, da sempre, un ammiratore dichiarato del sionismo e delle politiche imperialiste di Israele ai danni delle popolazioni arabe del Medio Oriente, tanto che arrivò a definire se stesso come un politico manifestamente «Mossad-israeliano»[4]. Pannella ha sempre definito Vladimir Putin, ovvero il principale avversario geopolitico dell’Occidente a trazione statunitense, «un dittatore» e i miliziani separatisti ceceni (terroristi per procura funzionali ai piani americani di smantellamento, su linee etno-confessionali, della Federazione russa) dei «partigiani». Pannella fu, infine, l’aedo italiota del dogma della liberalizzazione e della privatizzazione dei consumi e dei costumi borghesi. Non sorprende dunque, stante le considerazioni fino a questo momento effettuate, che all’indomani della morte del “guru” radicale, il “circo mediatico” scalfariano di complemento all’atlantismo e al capitalismo più brutale abbia dato inizio a un processo di santificazione politico-pubblicitaria di Marco Pannella[5].

Farsi le “canne” non è sinonimo di “trasgressione” né partecipare al gay pride significa essere “anticonformisti”

Il Partito radicale, con le sue poche centinaia di migliaia di voti e il proprio migliaio scarso di militanti propose, propone e proporrà l’apologia diretta del mondo così com’è, ossia come gli ha «chiesto di essere la UE, la NATO, il WTO e il FMI»[6], tutte istituzioni transatlantiche di cui Pannella fu accanito sostenitore. Per far accettare ai popoli i soprusi e le vessazioni coloniali attuate dalle istituzioni transatlantiche più sopra menzionate, occorre loro indorare l’amaro calice della pauperizzazione del 99 per cento dell’umanità a fronte dell’arricchimento dell’1 per cento appartenente alla Nuova Classe Globale. La “società dello spettacolo”, della moda, del glamour e del trash è il veicolo privilegiato di ottundimento conformistico di massa finalizzato alla perpetuazione, sine die e senza ostacoli, delle dinamiche turbocapitalistiche di cui sopra e del regime crematistico-oligarchico della Nuova Classe Globale.

I radicali e i loro sostenitori mediatici agirono, agiscono e agiranno quali elementi di stabilizzazione politica del sistema, anonimo e impersonale, di riproduzione capitalistica, attraverso la promozione del dogma della liberalizzazione e del libero scambio, «anche carnale»[7]. Alla radice della cultura politica radical-liberale vi erano, infatti, gli odierni strumenti di legittimazione e apologia dell’«orizzonte ultimo del progresso»[8] capitalistico della Storia, ovvero «Porn Culture, moda e pubblicità»[9]. Descrivere Marco Pannella, come interessatamente perseverano a fare i media atlantisti mainstream, quale politico «anticonformista» e «controcorrente»[10], equivale a definire «vegetariani» i lupi e «carnivori» gli agnellini. Questa contraddizione in termini è il cavallo di battaglia del modello pubblicitario della propaganda che incita le masse alla trasgressione attraverso la moda, il desiderio e il consumo, ossia che induce pervasivamente il pubblico massificato a divenire attore e strumento sociale delle dinamiche di radicalizzazione e consolidamento dell’odierna dittatura della società liberale globale.

Marco Pannella fu, in tal senso, il punto di riferimento politico privilegiato degli esponenti della società dello spettacolo più o meno riflessivamente protagonisti del processo di stabilizzazione conformistica della società radicale dei consumi televisivi di massa. Da Vasco Rossi (iscritto al Partito radicale dal 1982), a Francesco De Gregori (che a Pannella dedicò la canzone «Signor Hood») e fino al rapper J-Ax (al secolo Alessandro Aleotti), furono numerosi gli adepti “pannelliani” della nomenklatura canora in stile MTV. Pannella e J-Ax, in particolare, nel 2011 si esibirono in una specie di “raffinato” duetto politico-programmatico dalle colonne di una rivista di costume non propriamente tacciabile di velleità antagonistiche rispetto allo stato di cose presenti (Vanity Fair), in cui, tra un turpiloquio e l’altro, espressero il proprio comune parere a favore della liberalizzazione delle droghe cosiddette «leggere». Da almeno un trentennio a questa parte, il tema della liberalizzazione delle droghe «leggere» è il leitmotiv portato avanti dai media liberali e generalisti per delimitare la linea di frattura pubblicitaria tra “conformisti” (ossia, i contrari alla liberalizzazione) e “anticonformisti” (ovvero, i favorevoli alla liberalizzazione). Naturalmente, si tratta dell’ennesimo e volutamente fuorviante spettacolo trash posto in essere dal mainstream per rincoglionire (mi rendo conto della scarsa adesione del termine al forbito lessico sociologico clerical-universitario di addomesticamento e gestione del gregge pecoresco-studentesco al “rito eucaristico” dei manuali di formazione editi da case editrici “prestigiose” e glamour, ma lo ritengo assolutamente pregante per descrivere la reale condizione psico-politica della pletora teledipendente generalista nostrana) i propri numerosi utenti.

E’ infatti assolutamente lampante che qualsivoglia tematica di interesse pubblico in effettivo contrasto con gli interessi e gli obiettivi al citato rincoglionimento conformistico di massa perseguiti dal “circo mediatico” in nome e per conto della Global Class, non potrebbe trovare alcuno spazio su organi di informazione come la Rai, Mediaset, la Repubblica, La Stampa e Vanity Fair. Nel 1990 la Federazione giovanile comunista italiana (FGCI), la più cinica e salottiera delle filiali giovanilistiche dei declinanti e politicamente corretti partiti di integrazione consumistica di massa, propose, a margine del proprio congresso, un odg sulla liberalizzazione delle droghe «leggere». Nel 1994 il rapper J-Ax, con gli Articolo 31, dagli schermi di MTV cantava «Ohi Maria» (con esplicito riferimento alla marijuana) e diceva «Voto Pannella». Gli Articolo 31 si esibirono anche, liberamente e senza censure, in Rai, sui canali Mediaset e finanche alla Festa Nazionale della Polizia di Stato. In merito al suo rapporto con la politica e con Pannella, J-Ax disse: «Sì, l’ho supportato, suonando per lui […]. Marco sì, [è] uno da cui posso imparare. Siamo simili, in realtà, perché siamo scomodi. Io non faccio la musica che le radio vogliono, quella che seda la gente mentre si fa inculare dai prezzi»[11].

Pannella, Bonino, Marino
Pannella, Bonino, Marino

L’articolista di Vanity Fair ebbe a definire «antagonista»[12] la musica del rapper “pannelliano” J-Ax. Ora, è lapalissiano l’assunto secondo cui nessun pensatore (artista o politico) pericoloso per l’ordine esistente potrebbe essere protagonista di reportage apologetici e strutturati senza alcun contraddittorio sulle colonne dei principali media generalisti e a larga tiratura. Se la pop-culture della liberalizzazione delle droghe «leggere» a scopo di ulteriore integrazione consumistica di massa e maggior sballo giovanilistico presso i templi del divertimento postmoderno (discoteche e raduni concertistici pop-rock) fosse davvero «antagonistica» rispetto agli equilibri neoliberali di forza stabiliti, tale retorica “liberaleggiante” non sarebbe nemmeno presa in considerazione dal mainstream e i personaggi della “società dello spettacolo” starebbero scrupolosamente attenti a non farne menzione nei testi delle loro canzoni e nel chiacchiericcio delle proprie apparizioni televisive, pena l’immediata (e perpetua) marginalizzazione ed esclusione dai circuiti mediatici e pubblicitari “che contano”. La retorica liberaleggiante in fatto di droghe è null’altro che una vulgata, una pop-culture, appunto, così come lo sono la musica rap contemporanea e lo storytelling liberale, liberista e libertario dei radicali. E lo storytelling, per definizione, non può che essere integrazionista, e mai antagonista. La società radical-progressista dei consumi e dei desideri di massa cancella, per forza di cose, dal proprio orizzonte i valori collettivi e li sostituisce con gli interessi privati e i cosiddetti diritti individuali. Così, se un uomo decide di voler scopare (chiedo scusa per la volgarità) con una donna o con un altro uomo, o con tutti e due i potenziali partner al contempo, nella società individualistica neoliberale non ha che da prenotare la prestazione su Internet e presentarsi con un ticket al luogo deputato, dove i summenzionati, sconosciuti e occasionali partner soddisferanno ogni suo desiderio erotico.
IL PAESE DEI DIVORZIATI

E’ questa la logica della liberalizzazione, della monetizzazione e della mercificazione sessuale. Una logica nichilistica e consumistica che, esattamente come fece Pannella per tutto il corso della propria vita[13], non distingue tra amore e sesso. In questo senso, ha perfettamente ragione chi afferma essere il liberalismo contemporaneo una cultura politica di mercificazione integrale, che concorre al regresso dell’individualità umana allo stadio ferale, bestiale, di ricerca ossessiva di soddisfazione immediata dei propri istinti atavici e primordiali[14]. I piccolo-borghesi di estrazione politica democristiana e “moderata”, spesso anziani intortati da decenni di apologia mediatica relativa alla celebrazione delle “battaglie radicali” per la promozione dei cosiddetti “diritti civili”, affermano, dinnanzi alle spoglie terrene del “guru” della liberalizzazione Marco Pannella: «Sarà anche stato un “esagerato” ma, senza di lui, in fin dei conti, non avremmo avuto la legge sul divorzio». Vero. Tuttavia, a ben pensarci, e col senno del poi, è allo stesso modo vero che sarebbe stato meglio, per l’ecologia politica e spirituale della società italiana, non fosse esistita né la piccola borghesia “moderata” teledipendente, né il “guru” Pannella né la legge sul divorzio fatta oggetto di un feticismo politico-mediatico francamente patetico. In una società liberale infatti, il sacro vincolo del matrimonio[15] si trasforma, irrimediabilmente, in un momento di esibizionistico lavacro mondano delle frustrazioni esistenziali di una realtà, individuale come di coppia, totalmente dedita alla commercializzazione e alla monetizzazione della propria sfera sentimentale. E’ ovvio che il divorzio sia stato istituito per preparare il terreno alla precarizzazione familiare e sentimentale come versante sociale obbligato e conseguente della precarizzazione lavorativa. Non a caso, i radicali (liberal-liberisti e libertari a oltranza) furono, sono e saranno aperti sostenitori della precarizzazione, o flessibilizzazione, lavorativa ed esistenziale di massa. Nell’ambito della società liberale odierna «il matrimonio è diventato un contratto a durata più o meno limitata»[16]. Il numero di matrimoni, in Europa, è in drastico calo e, in media, «quasi un matrimonio su due finisce con un divorzio»[17].

Nell’epoca del capitalismo assoluto infatti (un’epoca di tenebre dove il 50 per cento dei matrimoni si spezza dopo appena un anno dalla celebrazione), «la maggioranza dei giovani tra i 18 e i 34 anni non soltanto non è sposata, ma vive sola. Uguali, ma separati: questo è il nuovo apartheid sessuale»[18]. Nell’epoca del capitalismo puro, inoltre, «la dipendenza dal sesso è […] un’affezione riconosciuta»[19]. La “liberalizzazione” sessuale, auspicata dai radicali quale ennesima “battaglia di civiltà” sin dagli anni Sessanta del XX secolo, è stata invece il rito di fondazione del passaggio dalla dimensione sentimentale a quella commerciale nei rapporti tra i due sessi. La transizione dalla dimensione sentimentale alla dimensione commerciale nei rapporti tra i due sessi è inoltre alla base dell’istituzione e della legittimazione pubblicitaria e sociale del cosiddetto “terzo sesso”, ossia l’identità sessuale privata di qualsiasi precedente legame con il diritto naturale, in cui è il desiderio consumistico di chi un giorno si sente maschio, un giorno femmina e un giorno entrambe le cose, a determinare la scelta “identitaria” del singolo, o meglio, del single, la nuova denominazione sociologica utilizzata per identificare le monadi individualizzate sprofondate in una condizione di irrimediabile vuoto, solitudine e insicurezza esistenziale. Il rito di fondazione della “liberalizzazione” sessuale è, da ultimo, totalmente compatibile con il “cambio di fase”, in chiave speculativa e totalitaria, del capitalismo dicotomico europeo. La “liberalizzazione” sessuale è una dinamica psico-politica funzionale all’integrazione delle masse nell’ambito della “società dello spettacolo”. Alain de Benoist ha infatti scritto che «quella che negli anni Sessanta e Settanta è stata definita “liberazione sessuale” […] ha avuto soprattutto come conseguenza la captazione della vita sessuale da parte dello spettacolo e del consumo, e l’interiorizzazione delle sue norme di “performance”»[20]. Cultura della “liberalizzazione” sessuale e regime liberal-capitalistico rappresentano una sorta di unità dialettica funzionale alla riproduzione dello stato di cose presenti, tanto è vero che, come scrive Alain de Benoist:

Il sistema mercantile aveva evidentemente tutto l’interesse a promuovere il libero scambio massimale dei corpi secondo una modalità eminentemente consumistica. La «liberazione sessuale», che rappresentava la soluzione commerciale alla problematica sessuale, si è dunque del tutto naturalmente sviluppata in regime capitalistico, smentendo l’idea che quest’ultimo andasse necessariamente di pari passo con il «patriarcato». Perché, sebbene un certo numero di femministe si ostinino a ritenere l’ordine liberale come intrinsecamente conservatore e «patriarcale», vero è proprio il contrario[21].

La “società dello spettacolo” ha infatti pienamente integrato la sessualità nel proprio orizzonte di progresso capitalistico illimitato. Lo ha fatto, principalmente, attraverso «la televisione, le riviste, i documentari, i reality show, le serie televisive e le sitcom»[22], che «manifestano una sovraesposizione pubblica dell’intimità fondata sull’esibizionismo e il voyerismo, che equivale a un doppio fenomeno di privatizzazione dello spazio pubblico e di pubblicizzazione dello spazio privato»[23]. Il gossip sciorinato a piene mani dalle riviste patinate neoborghesi per signore è infatti sempre più ispirato a criteri di mercificazione sessuale e ha nulla a che vedere con la sentimentalità. L’innamoramento, nell’epoca del capitalismo assoluto e della dittatura della “società radicale dei consumi di massa”, non avviene più a seguito di un incontro tra individualità, tra uomo e donna uniti da una comune appartenenza destinalistica nel novero di un percorso di vita teso alla procreazione e dunque alla perpetuazione della stirpe, bensì in conformità alla scelta, su basi di opportunità consumistica contingente, del partner genericamente inteso. La cultura della liberalizzazione sessuale, ossia della precarizzazione familiare ed esistenziale, ha prodotto, in Italia, dati inquietanti. Un’inchiesta del quotidiano il Giornale ha infatti descritto l’Italia come «patria dei separati e dei divorziati»[24]. La citata inchiesta ha fornito cifre che mirano a dimostrare il progressivo calo del numero dei matrimoni e l’esponenziale aumento delle separazioni e dei divorzi in Italia nel quindicennio 1998-2012. La durata media complessiva di un matrimonio, in Italia, nel 2014, era infatti di appena 15 anni, con un matrimonio su 5 interrotto meno di 5 anni dopo la celebrazione. Vale la pena riportare, nella loro interezza, i dati forniti dall’inchiesta de il Giornale:

La tendenza per il Bel Paese mette in evidenza una crescita costante del numero di divorzi e una diminuzione del numero dei matrimoni: secondo l’Istat tra il 1998 e il 2008 il numero delle coppie che hanno concluso il rapporto coniugale è aumentato di una volta e mezzo (+50 per cento), passando da 96.247 a 138.516 tra separazioni e divorzi. E in questo stesso lasso di tempo è sensibilmente diminuito il numero di matrimoni, passando da 280.034 a 246.613. Ma il crollo vero e proprio c’era stato tra il 2008 e il 2009: 230.613 fallimenti[25].

Nel 2014 in Italia furono celebrati «189.765 matrimoni, circa 4.300 in meno rispetto all’anno precedente»[26]. Dal 2008 al 2014, in Italia, i matrimoni diminuirono «di circa 57.000 unità»[27]. La propensione al matrimonio si caratterizzava come in deciso calo e, contestualmente, prese piede la tendenza a sposarsi in età sempre più adulta: 34 anni per gli sposi, 31 per le spose[28]. Ben il 43 per cento dei matrimoni, tra il 2008 e il 2014, vennero celebrati con rito civile e furono proprio le unioni celebrate al di fuori del contesto religioso a conoscere un incremento della successiva separazione tra i coniugi[29]. Al Nord e al Centro i matrimoni civili superarono i matrimoni religiosi. Nel 2014 si registrarono, nel complesso, 89.303 separazioni e 52.335 divorzi[30]. Le separazioni erano in aumento tra le fasce sociali di classe media. Neoborghesi, istruiti, disinibiti e benestanti erano infatti i soggetti sociali maggiormente propensi alla separazione: «Tra i separati del 2014 prevalgono i coniugi con titolo di studio medio-alto: il 57,2 per cento dei mariti e il 63,7 per cento delle mogli dispone di un diploma di scuola media superiore o di un titolo universitario»[31]. La ricetta per interrompere la vertiginosa escalation delle separazioni e dei divorzi fu individuata, guarda caso, dai proconsoli italioti della destabilizzazione conformistica del Belpaese, in una ulteriore radicalizzazione dei nominati processi di scelta su basi di opportunità consumistica contingente del partner sessuale. In altri termini, il “pannelliano” e sessantottesco «amore libero»[32], ossia sesso facile, veniva spudoratamente indicato quale strumento di risoluzione per le controversie sentimentali interne a nuclei familiari stressati e frollati dalle nevrosi e dalle compulsioni derivanti dal vivere quotidiano in una società integralmente liberalizzata e mercificata.

Il fondatore del sito “Incontri-Extraconiugali.com”, tale Alex Fantini, affermò che la ricerca, da parte dei coniugi costituenti una “coppia in crisi”, di un amante con cui consumare una relazione adulterina, sarebbe stata una sorta di ancora di salvezza per evitare l’imminente separazione. Secondo la vulgata neoedonistica oggi dominante infatti, «con l’amante chi ha relazioni extraconiugali vive una sessualità più libera e trasgressiva: sperimenta posizioni meno tradizionali e luoghi insoliti e aggiunge un po’ di pepe alla propria vita quotidiana, a beneficio anche della stabilità della famiglia»[33]. Secondo Alex Fantini infatti, una relazione sessuale extraconiugale sarebbe propedeutica alla salvaguardia della coppia “in crisi” in quanto consentirebbe una vera e propria «fuga dalla monotonia, che è la prima ragione per cui i matrimoni non durano»[34].

Nell’epoca del capitalismo assoluto, in definitiva, i matrimoni fallirebbero perché «il 58 per cento delle persone sposate dice di annoiarsi a letto»[35] e per ovviare alla “noia”, propedeutica al successivo divorzio, si tenderebbe a ricercare “emozioni” e “coinvolgimento” sessuale nell’ambito di una o più scopate extraconiugali. Il dato di fatto secondo cui sarebbe la “noia”, ossia il senso di vuoto esistenziale tipico di una società sostanzialmente opulenta, sazia, “confortevole” e, soprattutto, postideologica, a determinare la disgregazione dei legami familiari, e che tali legami avrebbero potuto, sempre stando alle esternazioni dei cattivi maestri dell’edonismo postmoderno, essere salvaguardati o ricomposti mediante la valvola di sfogo di una relazione sessuale extraconiugale, è estremamente significativo e paradigmatico del rovesciamento capitalistico e consumistico della dimensione sentimentale nel suo esatto contrario, ovvero la mercificazione integrale della sessualità gestita “liberamente”, cioè al di là e oltre ogni limitazione, pudore e mistero caratteristici di una visione tradizionale delle relazioni uomo/donna.

Le dinamiche di “liberalizzazione” sessuale suscitano «in effetti un nuovo conformismo»[36], secondo cui «si parla più facilmente di sessualità, se ne parla persino ovunque»[37] ma si sono completamente persi e hanno cessato di avere senso e funzione i valori cavallereschi all’origine del rito cortese di corteggiamento. Allo stesso modo, le donne non pretendono più alcunché da uomini sostanzialmente femminilizzati e buoni soltanto a rendersi ridicoli ai fornelli o a recitare il ruolo di colf, giocatori di playstation, studenti eterni e babysitter, se non un portafoglio gonfio di denaro e la garanzia di totale assenza, dall’immaginario del proprio occasionale partner, di categorie dello spirito quali sensibilità e coraggio, in luogo di un maggiormente e momentaneamente “elettrizzante” cinismo materialistico di facciata. Discorso analogo vale per la figura antropologica postmoderna del gay, di cui Pannella fu accanito sostenitore tramite ripetute partecipazioni ai raduni esibizionistici e spettacolistici denominati gay pride.

SPETTACOLARITA’ DEL GAY

Nel marzo 2015, a proposito della categoria sociologica del gay, avevo scritto, in un’intervista concessa al sito The Saker: «Quella del gay è una figura sociologica assai precisa, perfettamente adattabile all’odierna società di spettacolo. La figura sociologica del gay è infatti il risultato del processo di adattamento degli omosessuali al postmoderno, alle forme maggiormente narcisistiche di spettacolarizzazione del proprio “Io”, di cui la sfera sessuale è componente imprescindibile. Il gay è perfettamente interno ai canoni culturali modaioli rientranti nell’alveo sociologico della cosiddetta normalità (leggasi, alienazione consumistica). La categoria sociologica del gay è uno dei frutti del processo di flessibilizzazione consumistica e di alienazione conformistica delle masse, tipico di società a capitalismo avanzato. Mentre infatti un tempo chi lottava per l’effettiva emancipazione degli omosessuali era orgoglioso di “non essere come gli altri”, oggi i gay rivendicano il proprio “diritto” all’integrazione individuale nella società dei consumi e dello spettacolo, come soggetti sociali smaccatamente compatibili e interni alla messinscena narcisistica di un mondo totalmente dedito alla ricezione di messaggi pubblicitari tesi all’esaltazione dell’individualismo antipolitico e del processo di tribalizzazione consumistica dei gruppi sociali. In tal senso, si può dire che, desiderando l’accesso, quali attori sociali protagonisti, nell’ambito del “circo mediatico” unificato, i gay abbiano intrapreso, mediante la via dell’adattamento alle egoistiche pratiche di conformistica spettacolarizzazione messe a disposizione dal nominato “circo mediatico”, un percorso di alienazione individualistica bellamente quanto erroneamente scambiato per l’innesco di un processo di emancipazione di genere…

Naturalmente, se quanto affermato più sopra è vero, è anche ovvio che il gay pride, lungi dal connotarsi come una manifestazione di orgogliosa presa di coscienza collettiva in chiave di liberazione ed emancipazione, non è che una sorta di show esibizionistico mutuato dal modello televisivo d’Oltreoceano. Un’americanata insomma, del tutto inutile all’emancipazione collettiva degli omosessuali, funzionale però a radicalizzarne la tendenza all’alienazione narcisistica e individualistica. Personalmente, non credo che i gay siano “perseguitati” o “discriminati” nell’ambito dell’odierna femminilizzata società dello spettacolo. Credo anzi l’esatto contrario»[38]. A distanza di un tempo, mi sento di confermare ogni singola parola pronunciata nella citata intervista a The Saker. Il gay pride non è che una manifestazione ultracapitalistica di adattamento ai costumi liberalizzati odierni e il cosiddetto “matrimonio gay” è il contratto di convivenza a tempo determinato, nell’ambito di una società integralmente mercificata, che due persone dello stesso sesso contraggono in base alle medesime velleità all’esistenza commerciale di coppia che, nell’epoca del capitalismo assoluto, inducono un uomo e una donna a “sposarsi”.

Tra una coppia eterosessuale culturalmente americanizzata e “progressista” (e dunque politicamente favorevole alla normativa sulla legalizzazione delle cosiddette “unioni civili”) e una coppia omosessuale culturalmente americanizzata e “progressista” non vi è alcuna differenza, né a livello di forma mentis né a livello di modus operandi nel novero dei percorsi di integrazione sociale e pertanto sono entrambe l’esemplificazione rappresentativa degli odierni processi di dissoluzione consumistica in corso.

Non sorprende dunque, al netto delle considerazioni di cui sopra, che il “circo mediatico” liberale e atlantista abbia, nel momento del trapasso del leader radicale, definito Marco Pannella una sorta di «profeta»[39], ossia «la vera coscienza critica del Paese […], il paladino delle battaglie impossibili»[40]. Marco Pannella, «profeta» del processo di destabilizzazione e normalizzazione conformistica della società italiana e «paladino» delle battaglie possibili, di ogni battaglia possibilmente compatibile con le summenzionate dinamiche di normalizzazione ultracapitalistica, dal sostegno incondizionato all’imperialismo statunitense e sionista in politica estera, all’americanizzazione del sistema politico-elettorale italiano, alla privatizzazione dell’economia nazionale e sino alla mobilitazione in favore di processi di liberalizzazione (in tema di droghe e “unioni omosessuali”) individualistica perfettamente compatibili con l’incedere travolgente del regime di omologazione liberal-capitalista. Marco Pannella, profeta conformista e paladino, a oltranza e consapevole («ragazzi, abbiamo vinto noi» furono infatti le ultime parole di Pannella, rivolte, dal letto di morte, ai propri compagni radicali), del capitalismo assoluto e dell’omologazione liberal-libertaria di massa.
A mo’ di epitaffio. La vera destra e la vera sinistra si uniscano per combattere, senza tregua, liberalismo e “pannellismo”

Come ha notato il giornalista Maurizio Blondet, a «continuare la battaglia»[41] radical-liberale, dopo la morte del “guru” del PR «sono più giovani leve: Pussy Riot, Niki Vendola, Carfagna, Cirinnà ma anche Meloni, Berlusconi, Enzo Bianchi e monsignor Charamsa. Mission Accomplished, Pannella»[42]. In altre parole, l’Internazionale Democratica e Conformista per l’omologazione americanocentrica e libertaria di massa non conosce inciampi e battute d’arresto, potendo anche contare sul sostegno, indefettibile, del padrone coloniale d’Oltreoceano.

Dinnanzi a una situazione così sedimentata, occorre costruire, il più presto possibile, un movimento antiglobalista in grado di contrastare efficacemente la dittatura della società radicale dei consumi di massa. Gli avversari, di destra e di sinistra, della mondializzazione, devono unirsi per arginare lo strapotere politico, economico, militare e mediatico dei sostenitori, di destra e di sinistra, della mondializzazione. In altri termini, al pittoresco circo conformistico politico-mediatico, formato dai vari Berlusconi, Fini, Monti, Gruber, Renzi, Bonino, Vendola, Aleotti e Bertinotti, è necessario opporre un’unione di forze patriottiche per la deglobalizzazione.

Il modello di riferimento, in assenza di precedenti europei recenti, è la mobilitazione politica comune attuata dalle forze patriottiche russe contro ogni tentativo occidentale di scardinamento dell’unità organica della società autoctona politicamente attiva e consapevole. In Russia, ad esempio, contro il gay pride, si mobilitano patrioti “bianchi” «con i ritratti dello zar Nicola II, con le icone e le croci»[43] ortodosse, e patrioti “rossi” appartenenti al Partito comunista della Federazione russa (KPRF). Tutto ciò mentre «una delegazione del Partito comunista francese»[44], a ennesima dimostrazione della subalternità della sinistra europea ai dogmi politicamente corretti della liberalizzazione dei costumi borghesi, già nel 2006 aderì e partecipò al gay pride tenutosi a Mosca. L’Unione europea che piange e celebra il liberale, liberista e libertario Pannella, espelle ed esclude dai propri permeabili confini i pensatori autenticamente pericolosi per i cultori neoliberali dello stato di cose presenti. Il 19 maggio 2016 infatti, il filosofo e geopolitico eurasiatista Aleksandr Dugin fu espulso dal territorio ellenico, dove si era recato per una conferenza presso il Monte Athos, in virtù di motivazioni meramente politiche. Dugin infatti «è […] un acerrimo nemico dell’ideologia neoliberale di stampo americano, che tenta di combattere tramite la diffusione della Quarta Teoria Politica, una dottrina da lui teorizzata che affonda le proprie radici nella sintesi tra la destra e la sinistra»[45] di derivazione antimondialista.

Il ceto politico e il “circo mediatico” neoliberali, a dimostrazione dell’assunto complessivo sostenuto in questo breve saggio, stendono ponti d’oro ai fautori della mondializzazione e demonizzano, sistematicamente, come “fascisti”, “comunisti” e “populisti”, gli autentici oppositori dell’atlantismo, del liberalismo e della società dello spettacolo. Si pensi a questa elementare constatazione, nel momento in cui si è sottoposti al bombardamento mediatico di chi, rovesciando di 180 gradi la realtà, insiste interessatamente e strumentalmente nel presentare all’opinione pubblica i più solerti e attivi servitori e promotori del Nuovo Ordine Mondiale a stelle e strisce (fondato su valori culturali di sinistra, coalizioni politiche di centro e solo su piattaforme programmatiche economiche di destra) come “antagonisti” e “contestatori” di un inesistente “sistema” di retaggi psico-politici e comportamentali “conservatori” e “patriarcali”.

Paolo Borgognone

[1] M. Blondet, Mission Accomplished, in «Blondet & Friends», 19 maggio 2016.

[2] Ivi.

[3] Cfr. G. Lipovetsky, Una felicità paradossale. Sulla società dell’iperconsumo, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2007.

[4] Sul rapporto privilegiato corrente tra gli ambienti sionisti italiani e il PR, vedasi: R. Pacifici, Pacifici: “Pannella ha insegnato agli ebrei a non isolarsi”. L’intervento dell’ex capo della Comunità di Roma: «Con noi un rapporto privilegiato», in «La Stampa», 20 maggio 2016.

[5] Cfr. su tutti, E. Scalfari, Addio caro Marco. Noi, i primi radicali sempre insieme per le battaglie civili, in «la Repubblica», 20 maggio 2016.

[6] M. Blondet, Mission Accomplished, cit.

[7] Ivi.

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  1. Falcogiallo 2 anni fa

    Va beh, dai non prendertela, fatti na canna vah.

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