"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

PERCHE’ I ROCKEFELLER CERCANO DI DISTRUGGERE GLI AGRICOLTORI?

Di William Engdahl*

Per gran parte del secolo scorso, la cultura pop occidentale ha sistematicamente denigrato e sminuito quella che dovrebbe essere la professione più onorevole di tutte. Chi lavora la terra giorno dopo giorno per produrre il cibo che mangiamo ha troppo spesso assunto lo stesso stato sociale della terra che dissoda. Nessuno si pone una semplice domanda: cosa faremo una volta che avremo fatto fuori tutti gli agricoltori? Alcuni ingenui cittadini diranno: “Ma abbiamo la produzione industrializzata; ormai non c’è più bisogno di lavoro agricolo manuale.”
E i numeri sono davvero notevoli. Prendiamo gli Stati Uniti. Nel 1950 la popolazione totale era di 151.132.000 persone, di cui 25.058.000 agricoltori: poco più del 12% della forza lavoro totale. C’erano 5.388.000 aziende agricole con una dimensione media di 87 ettari. Quarant’anni dopo, nel 1990, gli USA avevano una popolazione di 261.423.000, di cui meno di 3 milioni agricoltori: appena il 2,6% della forza lavoro. Il numero delle aziende si era ridotto a 2.143.150, ovvero una perdita del 60%, ma la dimensione media era diventata di 187 ettari.

La rivoluzione agricola dei Rockefeller

A chi fra noi si rapporta con la carne, i latticini e gli ortaggi solo al supermercato, viene detto che questo è un grande successo: la liberazione di quasi 23 milioni di lavoratori agricoli verso impieghi urbani e una vita migliore.
Ma non ci vengono raccontati i veri effetti sulla qualità del cibo, prodotti dalla meccanizzazione e dall’industrializzazione dell’agricoltura in America da quando la Harvard Business School, grazie a donazioni della Fondazione Rockefeller, dette inizio al cosiddetto agrobusiness: la conversione dell’agricoltura in un business a puro fine di lucro e verticalmente integrato, sul modello del cartello petrolifero Rockefeller.

Dopo gli anni ’50, negli USA l’allevamento di maiali, vacche, bovini e pollame diventò gradualmente industrializzato. I pulcini vennero confinati in spazi così minuscoli che potevano appena stare in piedi. Per farli crescere più in fretta vennero riempiti di antibiotici e nutriti di mais e soia OGM. Secondo il Consiglio per la Difesa delle Risorse Naturali, l’80% degli antibiotici venduti negli Stati Uniti viene usato negli allevamenti animali, non dagli esseri umani. Gli antibiotici vengono somministrati agli animali mescolati al cibo o all’acqua, per accelerare la crescita. Dopotutto, il tempo è denaro.

Gli agricoltori tradizionali, com’era stato mio nonno in Nord Dakota, vennero in gran parte fatti lasciare la terra dalle politiche del ministero per l’agricoltura, che hanno favorito l’industrializzazione senza curarsi della qualità del cibo risultante. I trattori diventarono macchine mastodontiche computerizzate, guidate dal GPS. Un trattore così poteva essere telecomandato e fare il lavoro di molti agricoltori.
Il risultato finanziario è stato favoloso… per gli industriali come ADM, Cargill, Monsanto e per i venditori come Kraft, Kelloggs, Nestle, Unilever, Toepfer e Maggi. Il modello americano di agrobusiness Rockefeller-Harvard venne globalizzato a partire dai negoziati del GATT tenutesi in Uruguay a fine anni ’80 per la liberalizzazione del commercio, nei quali l’Unione Europea abbandonò la tradizionale protezione degli agricoltori locali per favorire il libero commercio.

Mentre i negoziati del GATT stavano per dare ai giganti statunitensi dell’agrobusiness quello che volevano (ovvero la libertà di violentare l’UE e altri mercati agricoli con i loro prodotti industriali, e di distruggere milioni di agricoltori europei che avevano coltivato la terra con passione per generazioni) mi recai a Bruxelles per intervistare da giornalista un burocrate UE di alto livello, responsabile per l’agricoltura. Sembrava ben istruito, era multilingue, danese di nascita. Ebbene, questi argomentò in difesa del libero commercio, dichiarando: “Perché dovrei pagare tasse in Danimarca per permettere agli agricoltori bavaresi di restare sul mercato con i loro appezzamenti minuscoli?”

La risposta, che allora tenni per me, è: semplicemente perché l’agricoltore familiare tradizionale è il solo adatto a fare da intermediario tra noi e la natura e a produrre cibo sano per gli uomini e gli animali. Nessuna macchina può sostituire la devozione e passione personale che ho visto ogni volta in tutti gli agricoltori che ho incontrato, i quali davvero si prendono cura del loro bestiame e raccolto.
Ora la stessa gente molto ricca e molto arida, quelli che io chiamo gli “oligarchi americani”, sta sistematicamente facendo tutto il possibile per distruggere la qualità del cibo. Chiaramente, secondo me, lo sta facendo con l’obiettivo di ridurre la popolazione. Non c’è altra ragione per cui la Fondazione Rockefeller spenderebbe centinaia di milioni di dollari (esentasse) per sviluppare tecniche OGM e supportare Monsanto e altri giganti della chimica come DuPont, ben sapendo di avvelenare lentamente la popolazione verso una morte prematura.

Pesticidi e depressione

Questo è stato dimostrato in test indipendenti sugli effetti tossici sugli animali e perfino sulle cellule umane di un embrione. Ora, indipendentemente dagli OGM, nuovi test dimostrano che i pesticidi chimici spruzzati sui raccolti provocano danni neurologici come depressione, Parkinson e perfino suicidio sugli agricoltori che li spargono. L’Istituto Nazionale Statunitense di Scienze della Salute Ambientale ha condotto un importante studio su 89.000 agricoltori e altri applicatori di pesticidi in Iowa e Nord Carolina. Il gigantesco studio ha concluso che “l’uso di due classi di pesticidi, (fumiganti e insetticidi organoclorurati) e di 7 pesticidi individuali […] era associato con i casi di depressione. (http://dx.doi.org/10.1289/ehp.1307450
La ricerca ha collegato l’uso prolungato dei pesticidi a maggiore incidenza di depressioni e suicidi. Anche una dose notevole in un breve periodo raddoppia il rischio di depressione.

Dopo aver taciuto i sintomi neurologici per anni, gli agricoltori e le loro famiglie hanno cominciato a parlare. Lorann Stallones, epidemiologa e professoressa di psicologia alla Colorado State University, afferma: “C’è stato un cambiamento, in parte perché ci sono più persone che dicono di essere state mentalmente debilitate.” Vedi: Scientific American-High Rates of Suicide, Depression, Linked to Farmers.

L’epidemiologa Freya Kamel e i suoi colleghi hanno riportato che, tra 19.000 casi esaminati, quelli che avevano usato insetticidi organoclorurati avevano fino al 90% di probabilità in più di essere diagnosticati con depressione. Per i fumiganti il rischio era maggiore dell’80%.
In Francia, secondo uno studio pubblicato nel 2013, gli agricoltori che usano erbicidi hanno una probabilità quasi doppia di essere in trattamento per depressione rispetto a quelli che non li usano. Lo studio, condotto su 567 agricoltori francesi, ha trovato che il rischio è ancora maggiore dopo 19 anni di applicazione di erbicidi.
In breve, stiamo distruggendo il valore nutritivo del cibo che mangiamo e stiamo distruggendo anche gli agricoltori rimasti a coltivarlo. E’ una ricetta perfetta per l’estinzione della vita sul pianeta. E non è un’esagerazione.
Credo fermamente che gli agricoltori biologici onesti e consapevoli dovrebbero ricevere notevoli agevolazioni fiscali, per incoraggiare altri coltivatori a lasciarsi alle spalle il grottesco modello dell’agrobusiness e tornare a coltivare e allevare come facevano fino a pochi decenni fa. Al contempo si dovrebbe imporre un’elevata tassazione agli agricoltori che usano prodotti chimici dimostrati tossici, come il Roundup di Monsanto, o i neonicotinoidi come Confidor, Gaucho, Advocate e Poncho della Bayer, o Actara, Platinum e Cruiser della Syngenta, giusto per citarne alcuni tra i più venduti.

Al contrario, i nostri governanti nell’UE e negli USA fanno di tutto per scoraggiarlo: cosa in effetti molto stupida, a meno che, ovviamente, alcuni aridi oligarchi drogati dal potere, seduti sulla cima della loro montagna a guardare con disprezzo noi comuni mortali, abbiano deciso che è proprio quello che vogliono. In questo caso, è compito nostro smettere di rivolgerci alla montagna e guardare cosa noi stessi abbiamo accettato come normale, quello che sta lentamente uccidendo noi e gli agricoltori che ci nutrono. Forse è arrivato il momento di cambiare questa situazione malata.

*F. William Engdahl è un consulente e docente di rischi strategici; laureato in politologia alla Princeton University e autore di best-seller sul petrolio e la geopolitica.

Fonte: Journal-neo
Traduzione: Anacronista

*

code

  1. speriamobene 3 settimane fa

    Purtroppo però, so che alcuni obietteranno, è per buona parte colpa nostra perché non riusciamo più a rispettare la stagionalità dei prodotti, andando ad acquistare il cestino di fragole o le melanzane al supermercato anche a dicembre. È altrettanto vero che con un reddito da operaio alcune scelte di consumo, e non solo agroalimentare, sono dettate e/o indotte dal mantenimento di un equilibrio finanziario della famiglia.
    Mi ha lasciato perplesso, inoltre, la forte propaganda degli scorsi giorni sull’introduzione degli insetti nella nostra dieta.
    Meglio il soylent verde…

    Rispondi Mi piace Non mi piace
    1. Mardunolbo 2 settimane fa

      ah,ah,ah, il “soylent verde” …Ricordo, ricordo il film con Charlton Eston a cercare dove finivano i corpi degli eutanasizzati diStato!
      Siamo vicini a quel punto. Il film, prodotto d Hollywood era probabilmente eseguito secondo la”finestra di Overton” per cominciare ad assuefare i popoli !

      Rispondi Mi piace Non mi piace
  2. Alessandro 3 settimane fa

    Disegno molto fedele anche in Italia. Hanno fatto chiudere migliaia di aziende agricole e distrutto il lavoro di generazioni.

    Rispondi Mi piace Non mi piace
    1. atlas 2 settimane fa

      c’era Mussolini che si toglieva la camicia e valorizzava l’agricoltura dando Onore ai contadini e valorizzando l’agricoltura. Lo hanno appeso

      Rispondi Mi piace Non mi piace
  3. Mardunolbo 3 settimane fa

    Ottimo articolo che tocca un problema generale inerente quella insensata voglia di modificare il mondo per comandarlo e volgere milioni di schiavi al proprio servizio !
    Fa parte del medesimo ,luciferino, disegno !

    Rispondi Mi piace Non mi piace
  4. Citodacal 2 settimane fa

    Che gli piaccia o no, l’uomo in quanto essere fisico dipende dalla terra per l’ambito nutrizionale; la qualità del nutrimento e il rapporto percettivo che si ha col medesimo possono determinare, o influenzare, anche aspetti più sottili dell’essere umano. La vita sul pianeta dipende dalla presenza vegetale, rappresentando essa la produzione primaria del ciclo biologico e agendo in modo determinante sul ciclo O2-CO2 (il carbonio della CO2 viene tradotto dalle piante nei composti organici che costituiscono le medesime e l’O2 rilasciato serve per salvaguardare l’atmosfera e consentire la respirazione biologica). I vegetali esistono in virtù di quel capolavoro biochimico, niente affatto opera dell’uomo, che è la sintesi clorofilliana la quale è in grado di impiegare direttamente l’energia solare per produrre sostanza organica vivente; a seguito delle considerazioni testé composte dunque, molti culti solari originari dell’antichità – pertanto non ancora soggetti a degenerazione – potrebbero non più apparire come semplici superstizioni di uomini poco “evoluti” (non fosse altro per il fatto che il Sole rappresenta, non solo simbolicamente, il centro del sistema in cui viviamo, e dunque di rimando anche il concetto di “centro” immobile e imperituro da cui prende avvio la vita manifestata).
    Al di là dell’agricoltore di professione, chi ha anche solo un piccolo appezzamento di terra riesce a coltivare ancora qualcosa per il proprio autoconsumo, pertanto è meno soggetto alla totale dipendenza dalla grande produzione e distribuzione, mantenendo quel minimo di rapporto diretto in grado di rammentare con empirica evidenza che mele e cavolfiori non crescono confezionati sui banconi del supermercato (ma nemmeno dentro un opificio).
    Dunque il ridurre anche il processo produttivo alimentare a mera concatenazione merceologica standardizzata, pure attraverso l’impiego di modelli di consumo volutamente indotti (la mela trattata con prodotti chimici di cosmesi che ne rendono la buccia più attraente, l’accentuazione dei caratteri organolettici non si sa bene quanto a discapito degli effettivi valori nutrizionali etc…) non solo accentua il carattere di dipendenza nei confronti di chi detiene le leve di potere effettivo, ma snatura il rapporto innato e naturale che lega l’essere umano al suo sostentamento psico-fisico, della cui portata lo stesso essere è diventato sempre meno consapevole.

    Rispondi Mi piace Non mi piace
    1. Mardunolbo 2 settimane fa

      Le considerazioni di “speriamobene” e Citodacal, mi ricordano, e lo scrivo per conoscenza, che personalmente rifuggo sempre dalla frutta e verdura fuori stagione (proveniente da Sudamerica o altri paesi) e da quella troppo pulita e “sana”.
      I pomodori “toccati” o la frutta un po’ piccola o poco armonica nella forma, mi attraggono perchè so che gli insetti conoscono bene dove poter succhiare ed io pure e scarto il troppo bello.
      Così pure si dovrebbe scartare tutto ciò che proviene da fuori Italia.
      Anche io immagino che qualcuno arricci il naso, ma prediligere la produzione nostrana è impedire al commercio internazionale di ampliarsi ed impedire ai commercianti di lucrare sul trasporto e sulle nostre stupide voglie di esotico !
      Certo, le banane, e gli ananas non sono prodotti in Italia e non sarebbe possibile reperirli, qui, ma, tanto per fare esempio di questi due prodotti, nessuno sa che in Portogallo, Isole Azzorre, si producono ottime banane e succosi e saporiti ananas.
      Perchè farli arrivare dal Sudamerica, dal momento che il viaggio è più lungo ?
      Ragioni commerciali certamente ! E spetta a noi dare un taglio a queste speculazioni !

      Rispondi Mi piace Non mi piace