Per l’Europa di domani meglio Althusius che Bodin

di Alain de Benoist

Il concetto di sovranità è probabilmente uno dei più complessi in scienza politica: se ne è potuti dare una dozzina di differenti definizioni, di cui alcune sono totalmente contraddittorie tra loro. In regola generale, tuttavia, la “sovranità” rinvia a due accezioni principali. Una definisce la sovranità come il potere pubblico supremo, quello che ha il diritto – e, teoricamente, la capacità – di far prevalere in ultima istanza la sua autorità.

L’altra designa il detentore ultimo della legittimità del potere, rinviando allora al fondamento di quella autorità. Quando si parla di sovranità nazionale, definendola in particolar modo come il mezzo dell’indipendenza, cioè della libertà di azione di una data collettività, ci si situa nella prima accezione; quando si parla di sovranità popolare, ci si situa nella seconda. Le nozioni di potere e di legittimità si trovano così subito associate a quella di sovranità.
Sarebbe però un errore grave credere che l’unica sovranità possibile possa esistere solo nel quadro di uno Stato di tipo classico, cioè di uno Stato-nazione, come sostengono teorici della scuola “realista” come Alan James e F.H. Hinsley, o dei teorici neomarxisti come Justin Rosenberg1. Un tale errore giunge a confondere lo Stato e la nazione, quando invece le due cose non vanno necessariamente di pari passo e, d’altra parte, arriva a far credere che la sovranità sia apparsa solo nel momento in cui le si è data una chiara formulazione nel quadro di una teoria dello Stato. L’affermazione di John Hoffman – secondo cui «la sovranità rappresenta un problema insolubile già da parecchio tempo prima che si volesse associarla ad ogni costo allo Stato» – si avvicina molto più alla verità. Anche se la nozione di sovranità non è stata pienamente concettualizzata prima del XVI secolo, non ne consegue che non sia esistita prima in quanto realtà politica. Non ne consegue nemmeno che non la si possa concettualizzare in altra maniera.

Secondo Hobbes, “Uno Stato si dice che è istituito quando una moltitudine di uomini si accorda e pattuisce, ognuno con ogni altro, che, a qualsiasi uomo, o assemblea di uomini, sarà dato dalla maggioranza il diritto di rappresentare le persone di tutti loro, il che vuol dire di essere il loro rappresentante, e ciascuno di loro, sia colui che ha votato a favore sia colui che ha votato contro, autorizzerà tutte le azioni e tutte le decisioni di quell’uomo o di quell’assemblea di uomini allo stesso modo come se esse fossero sue azioni e sue decisioni, e tutto ciò allo scopo di vivere in pace fra loro e di essere protetti contro gli altri uomini”. (dal Leviatano di Thomas Hobbes).
Da questa istituzione di uno Stato sono derivati tutti i diritti e le facoltà di colui o di coloro a cui è stato conferito il potere sovrano da parte del popolo riunito in assemblea.
Nota: L’istituzione dello stato assoluto è un atto sostanzialmente democratico: è una moltitudine, o “popolo riunito in assemblea”, che detiene il potere sovrano e lo trasferisce – con una decisione a maggioranza a un individuo o a una assemblea. Chiunque sia investito del diritto a esercitare la sovranità diventa un “uomo artificiale”: in lui e attraverso di lui agiscono tutti i cittadini che gli hanno conferito il potere. Per Hobbes dunque il potere sovrano è assoluto, altrimenti non può essere definito sovrano. Rispetto all’altro teorico del potere assoluto (inteso come non limitato dalle leggi positive), ovvero Bodin che vedeva nel potere del sovrano dei limiti quali l’osservanza delle leggi naturali e divine e nel diritto dei privati. Hobbes al contrario fa cadere questi due limiti.
Secondo Hegel: La sovranità “è la prima libertà e il supremo onore di un popolo”

Il punto centrale nella istituzione dello stato (cioè nella scelta del sovrano) consiste nella rinuncia di tutti i cittadini all’uso della forza, che è un diritto naturale dell’uomo e che viene delegato interamente al sovrano e allo Stato che egli presiede e rappresenta. Anche a questo proposito è da sottolineare il distacco razionale con cui Hobbes analizza la questione: i patti sono parole e fiato e non hanno alcuna forza per obbligare qualcuno al loro rispetto; ma quelle stesse parole possono diventare potenza straordinaria quando sono utilizzate per conferire a qualcuno il diritto all’uso della forza.

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