Pence in Medio Oriente: minacce e sanzioni contro i paesi arabi che non si piegano ai “diktat” di Washington

Tour in Medio Oriente di Mike Pence: pressione totale e minacce come strumenti di politica estera

di  PETER KORZUN

Il re di Giordania Abdullah II vuole che Washington ” ricostruisca la fiducia ” dopo che il presidente degli Stati Uniti Trump ha riconosciuto Gerusalemme come la capitale di Israele, il re ritiene che Gerusalemme Est debba essere la capitale della Palestina. Secondo lui, da ora in poi gli USA hanno “una grande sfida da superare” “Gli amici hanno occasionalmente dei disaccordi “, ha detto mestamente Mike Pence nei suoi commenti sull’esito dei colloqui, e il disaccordo con la Giordania è venuto alla luce.

Il vicepresidente USA,Mike Pence, stava compiendo il suo viaggio in Medio Oriente (gennaio 19-23) per includere tre stati: Egitto, Giordania e Israele. I leader dell’Autonomia Palestinese hanno rifiutato di incontrarlo. L’Egitto è stato il primo paese in cui è arrivato Pence per prendere atto che il Cairo non sostiene la mossa degli Stati Uniti su Gerusalemme.

La Giordania e l’Egitto sono un caso speciale. Sono le uniche due nazioni arabe ad avere legami diplomatici e accordi di pace con Israele. Entrami i paesi sono minacciati dai militanti islamici e sarebbero potenziali mediatori chiave se i colloqui di pace tra Israele e palestinesi dovessero mai riannodarsi.

Nonostante il fatto che la Giordania sia un membro chiave della coalizione guidata dagli Stati Uniti, coalizione creata formalmente per combattere lo Stato islamico (ISIS), il regno si oppone fermamente alla decisione dell’Amministrazione statunitense di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele, decisione annunciata dal presidente Trump il 6 dicembre. Da allora le proteste si sono svolte di fronte all’ambasciata americana ad Amman. Il re Abdullah ha condotto intensi sforzi diplomatici per costruire un fronte arabo più forte e radunare il sostegno internazionale dietro di esso.

Secondo Debka , il vicepresidente USA ha avvertito in anticipo i leader egiziani e giordani di “tempi difficili” in arrivo se loro non smetteranno di opporsi alla politica degli Stati Uniti. Washington può rivedere i suoi piani per continuare a fornire assistenza economica e militare. Inoltre, il vicepresidente Pence ha chiesto loro di trasmettere un messaggio ai palestinesi secondo cui Washington ” bloccherebbe l’accesso dell’autorità palestinese ai finanziamenti da parte delle istituzioni occidentali e internazionali “.

Prima di allora, gli Stati Uniti avevano minacciato di tagliare i fondi all’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e il lavoro (UNRWA), l’organismo internazionale responsabile per il benessere di circa cinque milioni di rifugiati palestinesi registrati. La Giordania offre rifugio a circa due milioni di rifugiati dalla Palestina. Quindi, la minaccia è reale e gli Stati Uniti non fanno mistero dei loro piani.

Riyadh si è unita agli sforzi degli Stati Uniti per fare pressioni su Amman, ma è rimasta in stallo. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti stanno spingendo la Giordania ad abbandonare la sua posizione intransigente su Gerusalemme e a sospendere i legami con la Turchia e il Qatar. Il re Abdullah di Giordania ha rivendicato in modo provocatorio il suo ruolo religioso alla pari con quello della famiglia reale saudita il 31 dicembre, proclamandosi Custode e Servitore della Prima Qibla e della Terza Santa Moschea (Al-Aqsa a Gerusalemme).

Re Abdullah di Giordania

Questa costituisce un’ovvia sfida all’Arabia Saudita – la Custodia delle Due Sante Moschee situata nella città di La Mecca. La mossa è stata presa il giorno dopo che tre principi giordani sono stati messi in arresto con l’accusa di contatti clandestini con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman non si è preoccupato della dichiarazione su Gerusalemme fatta dagli Stati Uniti, manifestando le sue preoccupazioni per la presunta minaccia proveniente dall’Iran e spinto dalla necessità di accelerare le riforme fondamentali all’interno, dove gli Stati Uniti hanno un ruolo importante da svolgere. È stato riferito che il re saudita Salman ha fatto pressione sul presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas perchè questi ponga fine alla campagna contro il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele, fatto dal presidente Trump e diventare più reattivo alle proposte americane sulla gestione della questione palestinese.

La Giordania riceve circa 1,6 miliardi di dollari all’anno in aiuti dall’America. Una sovvenzione di $ 400 milioni dagli Stati Uniti è parte integrante del budget 2018 della Giordania. Il regno è un partner privilegiato e gode dello status di maggiore alleato non NATO (MNNA) concesso a diversi stati che collaborano strettamente con il Pentagono mentre si trovano fuori dalla NATO. La Giordania ospita militari statunitensi e britannici. Tiene esercizi regolari con le forze americane. I gruppi militanti di Anti-Assad seguono la loro formazione militare in campi di addestramento sul suo territorio.

In agosto, la Germania ha trasferito i suoi aerei dalla Turchia alla base aerea di Al-Azraq dopo che il governo turco aveva rifiutato ai suoi parlamentari di visitare Incirlik – nella base erano presenti sei jet da combattimento tedeschi Tornado e una petroliera era disposta a contribuire all’azione in corso della coalizione internazionale – anti- terroristica.

Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita sono alleati strettamente uniti da un obiettivo comune: contrastare l’influenza dell’Iran nella regione. Lo scorso maggio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha autorizzato un accordo di circa $ 110 miliardi di armi con l’Arabia Saudita del valore di $ 300 miliardi per un periodo di dieci anni.

Entrambi i regni sono membri della denominata coalizione anti-ISIS guidata dagli Stati Uniti. Entrambi sono preoccupati per l’Iran. È vero, hanno votato contro gli Stati Uniti su Gerusalemme all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ma è stato compreso fin dall’inizio che questi partner americani, così come l’Egitto, lo fanno solo per salvare la loro faccia davanti agli arabi ed evitare sconvolgimenti politici in patria. Dopo tutto, l’Assemblea Generale è sempre stata una valvola di sfogo per i sentimenti di rabbia anti-USA e anti-Israele. Ma non sono i voti su risoluzioni non vincolanti che contano davvero, ma piuttosto e le azioni concrete dietro le quinte.

Chiaramente, Washington ha bisogno di coinvolgere i suoi alleati arabi come complici silenziosi su questioni relative alla nuova iniziativa di pace israelo-palestinese . Secondo quanto riferito, lo schema statunitense prevede uno stato palestinese indipendente con la Striscia di Gaza e la Cisgiordania senza Gerusalemme Est come capitale. Non prevede il ritorno dei profughi palestinesi sfollati durante i conflitti arabo-israeliani. Washington sta spingendo un piano piuttosto vago sui dettagli e lo sta facendo senza definire la sua strategia in Medio Oriente. (Washington non si esprime sugli insediamenti israeliani in Cisgiordania – oltre 500.000 coloni ) Vedi: Chi sono i coloni israeliani che vivono nella Cisgiordania occupata

Washington afferma che l’obiettivo principale è combattere l’ISIS ma il gruppo terrorista è quasi sconfitto (per merito dei russi e siriani) e non svolge alcun ruolo significativo né in Siria né in Iraq. È difficile immaginare come il riconoscimento di Gerusalemme, una mossa giudicata contraria anche da parte degli stretti alleati di Washington, possa contribuire alla lotta contro il terrorismo.

Proteste contro Trump in Giordania

La Giordania è un paese vulnerabile e impegnato a diventare più flessibile o altro. Gli alleati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Kuwait, non hanno rinnovato un programma quinquennale di assistenza finanziaria con la Giordania del valore di $ 3,6 miliardi che si è concluso nel 2017.

Il membro del parlamento giordano Wafa Bani Mustafa ha dichiarato ad Al-Jazeera che stanno cercando di strangolare economicamente il paese fino a che non diventi più malleabile.

Se Amman si rifiuta di piegarsi, l’alleanza araba guidata dagli Stati Uniti, necessaria per opporsi all’Iran, si spaccherà per indebolire la posizione dell’America in Medio Oriente. Sarebbe una grave battuta d’arresto ad influenzare negativamente l’intera politica mediorientale degli Stati Uniti. Quindi, il vice presidente degli Stati Uniti ha fatto ricorso a pressioni e “avvertimenti” per far ballare la Giordania sulla musica di Washington. L’intimidazione è diventata uno strumento di politica estera normalmente utilizzato dagli Stati Uniti per imporre la propria volontà ad altre nazioni, compresi gli alleati privilegiati dell’America.

Fonte: Strategic Culture

Traduzione: Luciano Lago

Inserisci un Commento

*

code