Oltre l’orizzonte

di Lorenzo Merlo

Le realtà che descriviamo discendono da un solo campo volumetrico. Ogni narrazione è un incantesimo coerente, che entra in conflitto nel momento in cui la eleggiamo superiore alle altre. Ma nessuna è in conflitto se vediamo in quali termini è vera, in quali termini descrive una realtà. La dimostrazione cosiddetta scientifica non serve. Essa scompone e quantifica. Praticamente ferma in una bidimensione ciò la cui natura è un volume, entro cui tutte le entità della vita universale sono in perenne relazione reciproca e movimento, pronte a divenire qualunque realtà quando l’osservatore realizza un’affermazione.

Come già detto da millenni dalle tradizioni sapienziali, non il principio del calcolo/misurazione, ma quello di forza/tendenza è idoneo a riconoscere tanto il ripetersi, quanto il variare della storia, secondo una coerenza non più irreversibile, come nel tempo lineare in cui crediamo. Una coerenza che non sta nei principi della logica, ma include il proprio opposto alogico, e in cui il binomio materia e spirito non sono due terreni separati, ma cangianti facce dell’Uno.

Una sola realtà
La realtà concepita come ente oggettivo, composto da parti che rispondono a leggi e scomponibile fin dove la tecnologia lo permette, identica per tutti, impone e deriva dall’idea di matrice cartesiana e newtoniana, illuminista e scientifico-materialista; comporta una lettura e un’indagine esclusivamente appoggiata al piano logico-razionale, in quanto così si ritiene di trovare e di restare entro un’interpretazione impeccabile, autentica e definitiva, scalzando quanto a essa non confacente. È una realtà ridotta a materia, allo stato misurabile e quantificabile.
Ma la narrazione logica è incompleta. Dentro la camicia di forza meccanicista, il suo linguaggio non è idoneo per raccontare la realtà. Il suo discorso sempre finalizzato a dimostrare il vero non permette di accreditare quanto scarta e lascia fuori dal reale, né la serendipità verso l’inimmaginato alogico. Le sue parole reificano la realtà e ciò impedisce il volo leggero in ciò che ritiene utopico e impossibile.
Il concetto di tempo raduna bene l’impostura della reificazione. Per tutti noi, esso è uno, scomponibile e moltiplicabile in modo univoco, universale, irreversibile, sempre orientato in avanti. Non comporta sistemi-organismi, ma geometrie piatte e lineari, dove il progresso è sempre più avanti. Sic! Esso crea il passato e guarda al futuro, lasciando di sé solo l’attimo imprendibile del presente. Il suo sistema costretto entro il principio di causa-effetto non può contemplare quello del qui e ora al centro del pensiero magico-taoista, secondo cui solo nel presente possiamo cogliere l’intero.
L’efficacia della descrizione ha emozionato gli spiriti umani, al punto che è ora ordinario per questi intendere nello stesso modo della realtà fisica quanto è umano. La medicina ne è un portabandiera, i suoi protocolli ne sono un campione emblematico. L’inconsapevole idolatria della scienza materialista ha condotto gran parte delle culture del mondo allo scientismo, ovvero al pensiero che solo questa scienza conduca alla conoscenza e alla verità.


Lo si può riscontrare da sempre. Concludere un’affermazione con un è scientificamente provato toglie di mezzo discussioni e la imprime di verità garantita oltre ogni ragionevole dubbio. Anche se li conosce, chi la pronuncia non si cura di Karl Popper (1), che ci ha segnalato i limiti della scienza, tantomeno di Kurt Gödel (2) e del suo principio di incompletezza, né di Ludwig Wittgenstein (3), con la sua critica alla struttura logica del mondo universalmente valida, e men che meno di Alfred Korzybski (4), della sua legittimazione e valorizzazione dell’alogico e, parafrasandolo liberamente, del suo il protocollo non è il territorio (5).

“Ogni qualvolta una  teoria  ti sembra essere l’unica possibile, prendilo come un segno che non hai capito né la teoria né il problema che si intendeva risolvere” (6).

“[…] nessun sistema rigorosamente definito di assiomi corretti può comprendere tutta la matematica oggettiva, dal momento che la proposizione che afferma la coerenza del sistema è vera ma non dimostrabile nel sistema stesso” (7).

“Noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scientifiche hanno avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppur toccati” (8).

“Infatti, l’intero passaggio dal sistema aristotelico al sistema non-aristotelico dipende da questo cambio di atteggiamento dall’intensione all’estensione, dalla tendenza macroscopica a quella submicroscopica, dalla tendenza ‘oggettiva’ a quella processuale, dalla valutazione del soggetto-predicato a quella relazionale, etc.” (9).

E ne abbiamo visto l’applicazione su scala planetaria in occasione del Covid-19, il presunto esiziale virus. Non solo da parte dei professori dello scientismo, ma spettacolarmente da parte di chi, seppur inconsapevolmente, concepisce la cultura che c’è, i suoi specializzati ed esperti come la voce alla quale è sbagliato non attenersi. Ricchi dell’incoronazione che il sistema ha loro tributato, non si fanno cruccio dei paradossi e delle antinomie interne alla logica, unico e pregiato mattone delle loro villette con patio, portico e terrazza, dalle quali osservano, fieri di se stessi, il mondo di sotto.
Ogni loro nuova idea, che porta a cestinare la precedente – l’universo è ampio 4 mlr di anni luce, anzi 13 –, è nuovamente verità indiscutibile. Perché non sarebbe vero che l’universo è largo 13 mlr di anni luce, se loro dicono che lo è? Chi dice che l’universo è altro viene squalificato come ciarlatano che non si attiene alla scienza, cioè alla verità. Non è che un’ennesima planatina nel piccolo cielo del materialismo, di stelle e costellazioni razionali. Cioè ancora rinchiuso nella povera libreria babelica che non sapremo di seguitare a erigere, finché non ci crollerà addosso.
Il mondo è pieno delle ciarlatanate della scienza.

Prima di una pletora di alpinisti, Reinhold Messner e Peter Habeler erano saliti sull’Everest nel 1978 senza ossigeno ausiliario, nonostante il mondo scientifico affermasse in coro che la percentuale di ossigeno a quelle quote era insufficiente a mantenere la vita. Tra il 1950 e il 1989, Enzo Maiorca “si trovò in rotta di collisione con la scienza” (10) – parole sue – mentre, record dopo record, scendeva a profondità dove sarebbe morto per schiacciamento della gabbia toracica. Più recentemente, abbiamo l’esempio del record del mondo forse imbattibile. Ce lo ha riferito il signor Draghi sostenendo, imboccato dalla scienza, che “se non ti vaccini, ti ammali, muori” (11). Ma anche senza Draghi fiammeggianti, la scienza, con i suoi del Comitato scientifico, non ha mancato di ricordarci che i vaccinati non infettano.
La concezione dell’uomo, della conoscenza, del progresso, del bene e della verità totalitarista, meccanicista e materialista non è altro che una gabbia emozionale che impedisce un pensiero altro da quello ridondante che gira in tondo, ripetendosi e rinforzandosi. Né più né meno di quanto accade in contesto idolatrico o ideologico.
Se ciò soddisfa la dimensione e le prospettive razionali, non dovrebbe eleggere tuttavia la ragione. L’uomo non è solo ratio. Questa non è che un’espressione minore e superficiale che ha preso il sopravvento nella storia. Il resto, quanto oggi il razionalismo non può che denigrare, suo unico mezzo di interlocuzione, è infinito. Un territorio ben più ampio di quello maneggiato dallo scientismo, composto da limitate norme, elementi e dinamiche. Tutte inette a muoversi in campo sconosciuto, in quanto tutte a sfondo deterministico. La scienza scientista non ha proprio gli strumenti per indagare quanto è alogico e indefinibile. Ma ha l’arroganza e la prepotenza di considerare le sue quattro categorie, entro cui ha posto la realtà, le sole scatolette utili alla vera conoscenza.

Qui abbiamo un campione di quanto detto finora. Il testo è tratto da un commento relativo al seguente articolo: https://gognablog.sherpa-gate.com/la-mente-nella-natura-2/.
“‘Nel 1927 il fisico tedesco  Werner Heisenberg  (Fisica e Filosofia, Natura e Fisica Moderna) formulò il suo famoso  principio di indeterminazione  con il quale veniva introdotta inevitabilmente  l’osservazione  (cioè la  mente) in tutti i fenomeni e in tutti i processi. Negli studi e nei comportamenti successivi si sarebbe dovuto tener conto che si stava trattando sempre con entità miste di mente-materia, ormai inscindibili’ [brano dell’articolo in questione riportato dal commentatore stesso, N.d.A.].
Basta questo incipit a far passare la voglia di leggere il resto (cosa che comunque ho fatto, vincendo la naturale repulsione). Parole in libertà. Non c’è niente di male; adoro il nonsense, e alcune delle fantasie linguistiche dei futuristi erano gradevoli, nel loro delirio. Ma se si vuole parlare di scienza, e di fisica quantistica in particolare, sarebbe bene avere una sia pur vaga idea di ciò di cui si sta parlando. Pare però che il fascino esercitato dall’idea che si possa contrapporre il “nuovo paradigma” della fisica quantica alla obsoleta prospettiva “cartesiano newtoniana” della “scienza ufficiale” sia troppo potente per perdere tempo a studiare. Mi limito a far notare che da circa cent’anni a questa parte la fisica quantistica È la “scienza ufficiale”. Ma che te lo dico a fare”.
Se avessimo seguito la bandiera della ragione, e non quella del razionalismo, non ci troveremmo oggi costretti a doverla issare sul pennone affinché proprio loro, i razionalisti, si avvedano che le mappe che hanno realizzato e seguito non solo non sono il territorio, ma lo stravolgono oltremodo.

Campi chiusi e campi aperti
La concezione meccanicistica del mondo non è la sola possibile. Non è che una parte – non disponibile in percentuale fissa, ma solo circostanziale – di quanto l’uomo è in grado di esprimere o elaborare. La ragione è infatti in grado di vedere anche le linee non euclidee che si aggirano nella mente degli uomini. È in grado di vedere che senza relazione non esiste il mondo. Può ritenere che altre visioni contengano verità e non siano meno opportune di quelle protocollabili della concezione razionalista. Può rifiutare che il benessere e il progresso vengano compressi in risibili categorie autoreferenziali.
Non c’è libretto di istruzioni che tenga, quando il campo della relazione non è condiviso, cioè chiuso. Quest’ultimo è un territorio dove l’equivoco non ha terreno per fiorire, il pensiero diviene unico e la creatività si irreggimenta. Sostenere che la realtà è nella relazione è sostenere un’emozione differente rispetto a quella dominante che la considera “oggettiva”. Questa tuttavia è idonea a descrivere quanto avviene in un campo chiuso. È necessario ricordare che la definizione stessa ne crea uno, univocamente definito e condiviso tra le parti di un’interlocuzione. Ciò sottintende che si necessita dell’uso del linguaggio logico-razionale, a sua volta espressione della concezione materialista del mondo.
Campo chiuso, quindi, allude a una relazione simmetrica (emozione condivisa) nei confronti dell’oggetto concettuale o materiale in questione. Una relazione asimmetrica implica invece un campo aperto, territorio dove le emozioni sono individuali, non riconosciute e implicitamente non condivise.
Il campo chiuso è ben rappresentato da un gioco. Il calcio e la briscola ne sono due esempi, nella misura in cui i giocatori intendono che ogni affermazione da loro compiuta è riconosciuta e condivisa dalle parti. Ma insieme ai giochi c’è altro. Campo chiuso è la ricerca scientifica, i contesti amministrativi, il linguaggio radicalmente condiviso e colto nelle sue accezioni, senza spazio per gli equivoci, come quello matematico e quello grammaticale. O anche certi contesti umani, come quello della complicità. In ognuno di questi, chi vuole giocare deve conoscere le regole che lo definiscono e rispettarle, pena l’esclusione o la sanzione. La realtà diviene oggettiva, unica per tutte le parti in causa. Basta non capire il fuorigioco per essere esclusi dal dialogo del gioco.
La configurazione del campo aperto è invece ben rappresentata dalla comunicazione spontanea, terreno in cui, alla faccia di chi ritiene che l’affermazione sia comunicazione, l’equivoco regna sovrano, finché le parti non riferiscono pari livello, prospettiva, intento, motivazione, bisogno, cioè finché il campo non si chiude.
Già Paul Watzlawick (12), Heinz von Foerster (13) ed Ernst von Glasersfeld (14) avevano fatto presente che ogni osservatore del reale ne comporta una narrazione personale. Una considerazione banale a ben guardare – con ragione –, ma ancora senza fioritura nelle culture razionaliste del mondo. Ancora assente nel fare ordinario degli uomini, anche se in qualche contesto, didattico, psicomotorio e psicoterapeutico, nella Pnei (psiconeuroendocrinoimmunologia), in qualche sospiro della medicina e della pedagogia, essa è ben sbocciata. (Non perdo però l’occasione di colpevolizzare i relativi esperti che, a mio parere, non si adoperano come penso dovrebbero per contaminare il pensare comune e sottrarlo così alle limitanti dinamiche egoiche di fondo).

È assai probabile che la realtà sia quella che noi rendiamo tale o, per dirla con le parole di Amleto, ‘… non v’è nulla di buono o di cattivo, che il pensiero non renda tale’. Noi possiamo soltanto congetturare che alla radice di questi conflitti di punteggiatura ci sia la convinzione, saldamente radicata e di solito indiscussa, che esista soltanto una realtà, il mondo come lo vedo io, e che ogni opinione diversa dalla mia dipenda necessariamente dalla irrazionalità dell’altro o dalla sua mancanza di buona volontà” (15).

“Coloro che decidono di essere osservatori di un universo indipendente, e ci riferiscono i risultati delle loro osservazioni, ci forniscono il vasto campo del sapere ortodosso. Il potere di questa posizione è la fiducia nelle capacità di descrivere in modo definitivo e inequivocabile l’unicità dell’universo — VERITÀ — e di descrivere questo universo senza che le caratteristiche proprie dell’osservatore entrino a far parte delle sue osservazioni — OGGETTIVITÀ —.  Le nozioni di Verità e di Oggettività garantiscono la popolarità di questa posizione: la prima promuove autorità — È come  io  ho detto —, la seconda toglie responsabilità — Te l’ho riferito  così come  è. Inoltre, separandosi dall’universo, ci si separa anche dagli altri” (16).

[…] finché parlo a me stesso, il mio linguaggio è denotativo, nel senso che mi riferisco a cose che stanno nel mio campo esperienziale e che posso quindi rapportare a parole. Se gli altri mi parlano, questi altri stanno sì nel mio campo esperienziale, ma ciò di cui parlano sta nel loro campo esperienziale ed è per me inaccessibile” (17).

(Fine Prima Parte)

3 commenti su “Oltre l’orizzonte

  1. nessuno scienziato serio dirà mai di conoscere LA REALTA’ o di avere scoperto LA VERITA’; attenti a non confondere scienza con la dilagante cattiva divulgazione scientifica e con l’uso (e abuso) politico della scienza.

  2. Ottimo articolo !
    Lo scientismo è il nuovo dogma, che sostituisce quelli religiosi, che non ammette repliche nè dubbi, e a differenza di tante religioni, nelle quali la punizione per i dubbiosi e per chi non crede, arriva nell’aldilà, in questo caso arriva subito, e non è una punizione divina ma ci viene comminata dai nostri simili che si autoproclamano esperti, eletti, predestinati, unici detentori della verità ! Il caso covid è stato emblematico ! Siccome non sono biologo nè virologo non ho diritto di commentare quanto è successo, nè tantomeno criticarlo !
    Niente a che vedere con la ragione e lo stesso concetto di scienza, che invece mette in discussione le certezze acquisite per mezzo di una continua autocritica, per spiegare la realtà !

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