"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Moneta sovrana e posti di lavoro, o addio Italia

di Nino Galloni

Macché reddito di cittadinanza: serve moneta sovrana per creare 7-8 milioni di posti di lavoro, nel più breve tempo possibile, o il grande capitale straniero – francese, in primis – sbranerà quel che resta dell’Italia.

Così Nino Galloni risponde all’allarme lanciato sul “Corriere della Sera” da Roberto Napoletano, già direttore del “Messaggero” e del “Sole 24 Ore”: «La Francia ha un disegno di conquista strategico e militare sull’Italia: indebolirne le banche, prenderne i gioielli, conquistare il Nord e ridurre il Sud a una grande tendopoli».

Attenzione, perché Napoletano è stato molto vicino al potere: «Quindi, se in questo momento lancia un grido d’allarme così forte – dichiara Galloni a Claudio Messora, su “ByoBlu” – vuol dire che effettivamente chi è vicino al potere ha la percezione di quello che potrebbe succedere in Italia da qui a uno o due anni: una situazione sociale che si sta sempre più lacerando, fino a un’eventuale rottura».

In estrema sintesi: se lo zero-virgola di Pil dell’ultimissima mini-ripresa racconta che 20 milioni di italiani stanno un po’ meglio, ce ne sono 15 che restano in condizioni di povertà vera e propria, mentre 25 milioni di italiani stanno scivolando verso il baratro, senza neppure il paracadute del welfare, che ormai è residuale e protegge solo i poveri.

Non si sa fino a che punto tutto questo sia sostenibile, riassume Galloni, economista post-keynesiano e vicepresidente del Movimento Roosevelt. Il paradosso? «Quelli che stanno bene possono permettersi di pagare di tasca propria i servizi sanitari per i figli, l’assistenza agli anziani e quant’altro. I più poveri, bene o male, hanno accesso alla gratuità. Ma il grosso della classe media non ha sufficiente reddito per pagarsi i servizi essenziali, e in alcuni casi neppure per fare la spesa al supermercato o andare al cinema, al ristorante o in vacanza, per pagare le bollette, le rate del condominio. E non ha neppure accesso alla gratuità del welfare residuale».

Il guaio? Ci sta crollando addosso la storia. Una storia “sbagliata”, che ha cominciato ad andare storta proprio quando l’Italia ha cessato di essere prima “un’espressione geografica”, e poi un paese popolato di contadini analfabeti. Ai fratelli maggiori d’Europa non è mai andato giù il fatto che il Belpaese potesse stupire il mondo con il suo sviluppo da record, il boom del dopoguerra fondato sull’industria. Probabilmente avremmo potuto superare la Francia, dice Galloni, se non ci fossimo fatti sfilare di mano il futuro delle telecomunicazioni, a patrire dalla geniale invenzione di Olivetti: il personal computer.

Poi, aggiunge l’economista, fu essenziale il passaggio dell’89 in cui la Germania, per riunificarsi, rinunciò al marco per ottenere l’appoggio della Francia e puntare al suo vero obiettivo strategico: frenare l’Italia. «Perché un’Italia estremamente competitiva avrebbe reso proibitiva l’opera di riunificazione della Germania». Ma i “cugini” d’oltralpe, ricorda Galloni, prima ancora dei tedeschi hanno sempre lavorato contro l’Italia, contribuendo a far fuori gli italiani più decisivi, a cominciare da Enrico Mattei. Il capo dell’Eni era odiato dalle Sette Sorelle perché concedeva più soldi ai paesi petroliferi, ma a costargli la vita fu lo scontro con Parigi sul gas algerino: di fronte alla mano tesa dei francesi per accordarsi su quel business, Mattei rispose “no, grazie”. Disse: «Io tratterò solo col legittimo governo algerino, quello del popolo, che è rivoluzionario e anti-francese». E così avviene: «Gli algerini – ricorda Galloni – vincono la loro guerra di indipendenza nazionale, fanno gli accordi con l’Italia e però, poco dopo, Mattei viene ucciso. Le ultime ricostruzioni convergono sul coinvolgimento dei servizi segreti francesi».

mattei con Nasser

Poi è il turno di Aldo Moro, «altro uomo odiatissimo in Europa». Si era lamentato del fatto che i francesi e gli stessi “servizi” della Fiat (che come l’Eni aveva una sua “polizia segreta”, in gran parte composta da ex poliziotti e carabinieri) non comunicassero tutte le notizie riguardo alle Brigate Rosse, e che addirittura alcuni brigatisti venissero ospitati in territorio francese. Mattei e Moro, quindi Berlusconi: voleva evitare la guerra con la Libia scatenata da Sarkozy, ma è stato “convinto” dal crollo in Borsa del titolo Mediaset, precipitato del 40% in poche ore. Così ha dovuto «abbassare la testa e accettare la terza grande aggressione degli interessi nazionali dell’Italia da parte da parte dei francesi». Ci hanno sempre messo i bastoni tra le ruote, ma il peggio è che adesso l’ossigeno di sta esaurendo: «Non abbiamo più un welfare universale, abbiamo solo un welfareresiduale che sta creando ulteriori lacerazioni sul territorio, anche perché spesso è destinato soprattutto agli immigrati. E quindi crea tensioni politiche e sociali che poi diventano determinanti nelle scelte dell’elettorato». Nonostante ciò, osserva Galloni, l’Italia non è ancora crollata: ha dimostrato capacità di resistenza impensabili.

«In Italia ci sono 4 milioni di imprese, su quattro milioni e mezzo, che ormai sono fuori dal capitalismo perché non lavorano più per il profitto, ma per controllare risorse reali, darsi una dignità, un futuro». Aziende che «sfuggono a quelle che sono le regole dell’economia e della finanza». Anziché vendere l’azienda e vivere di rendita finanziaria, quattro milioni di imprenditori italiani – caso unico, in tutto l’Occidente – hanno tenuto duro pagando le tasse sulle perdite, senza nessun aiuto dal sistema bancario, e in più con infrastrutture oblsolete e la pubblica amministrazione che rema contro. «Però queste piccole imprese italiane hanno la caratteristica di essere competitive sui mercati internazionali, tant’è che noi siamo, con la Germania, l’unico paese che ha visto aumentare le esportazioni». Stiamo parlando di 9 miliardi di euro: «Non è tanto, però è significativo che ci sia un segno positivo. Ma ancora più significativo e positivo è che ci sia stata una riduzione di 40 miliardi di euro nell’importazione di prodotti agricoli e alimentari, dovuta ad un impressionante ritorno di tre milioni e duecentomila giovani che si sono impegnati nell’agricoltura, per fare quello che i loro padri non volevano più fare: riprendere il mestiere dei nonni». Giovani che «sono tornati a fare quello che si faceva in Italia prima del miracolo economico, che è stato soprattutto industriale».

Abbiamo perso tutta la nostra grande industria privata, compreso l’80% di quella a partecipazione statale, che era un gioiello (ma quel 20% che ci rimane ancora fa molta gola a parecchi, compresi i francesi). Però, aggiunge Galloni, abbiamo mantenuto in vita l’80% della piccola industria, delle piccole imprese. «Stiamo parlando di più di 7 milioni di famiglie, che poi corrispondono grossomodo a quel 50% di elettorato che non va più a votare: è gente che non si farà abbindolare da nessuno di quelli che si presentano alle elezioni».

La Francia non sta molto meglio: il suo grande problema, sociale, è quello che divide i francesi dagli immigrati, cittadini di serie B. «Da noi è esclusivamente un problema di censo, mentre da loro è un problema di nazionalità: e questo fa sì che lo studente che si è preso una laurea e che vive nella banlieue parigina non potrà mai accettare questo sistema francese». Ora, i grandi potentati finanziari – che finora si erano orientati verso i grandi immobili, i grandi alberghi – adesso stanno puntando all’agricoltura, ai terreni. E con la scusa delle crisi del sistema bancario italiano «cercheranno di entrare con grandi capitali per comprare i mutui al 10-20% del loro valore nominale, per poi rivendere gli appartamenti al 20-30% del mutuo residuo stesso. È un’operazione semplicissima, però potrebbe essere estremamente drammatica».

Però poi è difficile che queste ciambelle riescano col buco, aggiunge Galloni, «perché l’Italia ha le energie per reagire e rimettersi in pista». Grande incognita, ovviamente, l’Unione Europea: avremo ancora il “quantitative easing” della Bce o prevarrà un ritorno alle posizioni più rigide, con la riapertura dell’incubo spread, che è un grande ricatto nei confronti del paese? Si insisterà sul Fiscal Compact, «che ovviamente ci metterebbe in ginocchio», oppure i “falchi” perderanno e ci sarà un recupero di fiducia fra i vari paesi? «I grandi potentati finanziari e le grandi multinazionali sono, per loro stessa natura, predatori: non guardano in faccia a nessuno. E dove vedono delle prede di più facile cattura (come siamo noi italiani, perché non abbiamo un governo, una guida, non abbiamo una pubblica amministrazione che funziona, non abbiamo un sistema bancario adeguato alle condizioni e non abbiamo – salvo alcune eccezioni – un sistema infrastrutturale adeguato) è chiaro che loro se ne approfitteranno». Nel 2018 saranno quotate in Borsa le Ferrovie dello Stato? Pessima idea: «Dopo, invece d’inseguire il miglioramento del servizio, dovranno inseguire l’aumento dei saggi d’interesse, altrimenti il titolo perderebbe valore».

Lo sappiamo: è in atto una sorta di deindustrializzazione dell’Italia, a vantaggio di élite europee ed extra-nazionali a svantaggio della nostra popolazione. Come possiamo tenerci le industrie? «Dei modi ci sarebbero», risponde Galloni, «ma fanno perno sul ripristino della sovranità nazionale», che non è per forza la chiusura delle frontiere. La sovranità “saggia”, e ormai indispensabile, poggia sulla consapevolezza che quest’Europa dell’euro non sta funzionando: potrebbe implodere.

Il Piano-B? «Affiancare alla moneta internazionaleche è straniera – una moneta nazionale». E gli altri paesi dovrebbero fare lo stesso. «Una moneta nazionale non è proibita dai trattati europei, perché avrebbe solo circolazione interna, ma sicuramente servirebbe per fare quegli investimenti e quelle assunzioni – dove servono – per ridare respiro al paese e ripristinare quel concetto di “welfare universale” che ci salva dalla guerra civile». Dopo il 1970, quando cioè l’umanità ha raggiunto livelli record di capacità produttiva, «la crisiha iniziato a significare che la gente non ha abbastanza reddito». E perché il denaro non circola, beché ormai svincolato dal valore dell’oro? Presto detto: «Non esercitando più la propria sovranità monetaria, lo Stato si trova nella stessa situazione di un qualunque disgraziato che debba chiedere un prestito, se vuole fare investimenti. E non ne può fare di più grandi rispetto a quello che incamera con le tasse».

Ma quello delle tasse è un falso problema, spiega Galloni: se si tagliano le tasse ma anche la spesa pubblica, la gente avrà più soldi ma li spenderà tutti per pagare i servizi che prima erano gratuiti. A quel punto la classe media si impoverisce, faccendo crollare i consumi: addio quindi a qualsiasi possibile ripresa. «I consumi aumentano se aumentano i salari, ma oggi non ci sono le condizioni: purtroppo ce le siamo bruciate per tutta una serie di scelte furiosamente sbagliate in tutti i campi, cioè tutte le politiche che hanno portato la flessibilizzazione del lavoro in precarizzazione». Questo ovviamente ha impoverito tutti, «tranne le multinazionali che venivano qui a depredare». Ma l’impresa normale «non ha un vantaggio se i lavoratori sono sottopagati, perché allora chi compra i suoi prodotti?». Si potrebbe rispondere: ci pensano le esportazioni. «Ma per essere competitivi con le esportazioni – cioè con paesi dove i salari sono ancora più bassi dei nostri – devi ridurre i salari. Quindi è sempre un cane che si morde la coda, perché per essere competitivo devi ridurre la domanda interna, ovvero l’economia eurointerna. Che è esattamente il modello europeo. Per questo non funziona, il modello europeo. Se non si supera questo modello deflattivo, il salario sull’occupazione, non ne esce vivo nessuno. Questo lo devono capire i francesi, i tedeschi o gli olandesi e tutti quanti».

Che può fare l’Italia, da subito? Lo Stato può emettere una sua moneta, in qualsiasi momento. Il Trattato di Maastricht (articolo 128a) dice che non possiamo stampare banconote. Che problema c’è? Basta stampare “Statonote”, a circolazione nazionale, da usare per assumere e per fare investimenti, «perché poi chi le accettasse le utilizzerebbe per pagare le tasse». In questo modo, si aggirerebbe anche la tagliola del pareggio di bilancio in Costituzione (regalo di Monti), «perché se abbiamo spese superiori alle tasse, basterà aggiungere questa moneta sovrana, la quale – non essendo a debito – avrà lo stesso segno algebrico delle tasse, e cioè il segno più. Quindi: tasse più moneta sovrana, uguale spesa. E abbiamo anche il pareggio di bilancio senza tanti drammi». E possiamo persino coniare degli euro. Le monete vengono stabilite dalla Bce in base a dei plafond nazionali, «quindi non possiamo coniare monete della stessa pezzatura di quelle che abbiamo in tasca. Ma possiamo farlo con altre pezzature. Già la Finlandia lo fa con monete da 2,50 euro, e la Germania ha emesso monete da 5 euro. Anche in Italia sono state emesse monete da 10 euro».

In Europa, fino al 1979 la filosofia dominante era che chi fosse stato più forte doveva fare delle rinunce per aiutare gli altri. Funzionava fino a un certo punto, «perché comunque i francesi e tedeschi facevano i marpioni, i furboni, e noi italiani – come al solito – invece aiutavamo gli spagnoli, i greci e i portoghesi a entrare». Dopo il 1979, con il G7 di Tokyo, si rompe il patto di solidarietà e l’Europa ne risente, «per cui il progetto europeo diventa un altro», continua Galloni. «E allora avvengono tutta una serie di scelte che poi porteranno all’euro». A quel punto l’abbrivio è stato molto negativo, ma si voleva fare una politica “di convergenza” che costringesse gli Stati ad avere gli stessi parametri finanziari, anche se avevano situazioni diverse a livello di economia reale. E poi magari si dava un contentino con i fondi la coesione, che furono utili soprattutto per i paesi come la Polonia, che entravano nell’Unione Europea in condizioni molto difficili. «Però alla fine ci siamo trovati con un’Europa dove l’obiettivo è la massimizzazione delle esportazioni, anche a basso valore aggiunto, che si realizzano riducendo salari e occupazione. Quindi è una politica deflattiva dove l’euro funge da moneta straniera, artificiosamente scarsa, che per averla Draghidevi pagare». Una vita d’uscita? «La moneta parallela statale, che non è a debito». Non è l’unica soluzione, ma è un passaggio fondamentale: «Dobbiamo rompere l’artificiosità della scarsità, perché sennò non ne usciamo».

Mario draghi BCE

Ad esempio, per fare il reddito di cittadinanza «dobbiamo togliere a una parte della classe media delle risorse per darle a quelli che non hanno reddito». Errore: il vero reddito di cittadinanza, dice Galloni, deve consistere nella creazione di 7-8 milioni di posizioni lavorative «per mandare a regime tutte le esigenze della società italiana in termini di ambiente, di assetto idrogeologico del territorio, di cura delle persone (soprattutto gli anziani, ma anche i bambini) e di recupero del patrimonio artistico, archeologico e comunque esistente: manutenzioni, strade e ferrovie».

Quindi, «se davvero vogliamo essere un paese moderno, è chiaro che abbiamo bisogno di 7-8 milioni di addetti». Ma non ne abbiamo, «quindi non c’è bisogno di fare il reddito di cittadinanza». C’è bisogno, invece di lavoro: che si può creare rapidamente, con moneta sovrana. «Dobbiamo rompere la condizione di scarsità artificiosa, che è voluta per asservire la gente e rendere la democraziaun costo. Invece, la democrazia dev’essere un modo che noi scegliamo per vivere, come scritto nella nostra Costituzione. Se invece diciamo che la democrazia non ce la possiamo permettere – perché non abbiamo i soldi per gestirla – è chiaro che non c’è soluzione».

Tratto da Arianna Editrice

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  1. Anonimo 7 mesi fa

    complimenti

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  2. Eowin 7 mesi fa

    Questa frase è del 1920 della filosofa russo-americana Ayn Rand:
    Quando ti rendi conto che, per produrre, è necessario ottenere il consenso di coloro che non producono nulla; quando hai la prova che il denaro fluisce a coloro che non commerciano con merci, ma con favori; quando capisci che molti si arricchiscono con la corruzione e l’influenza, più che di lavoro e che le leggi non ci proteggono da loro, ma al contrario essi sono protetti dalle leggi; quando ti rendi conto che la corruzione è ricompensata e l’onestà diventa autosacrificio, allora puoi affermare, senza paura di sbagliarti, che la tua società è condannata.

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  3. Eugenio Orso 7 mesi fa

    Infatti, il reddito di cittadinanza, che non potrà essere che da fame, di piccola entità, elemosinale, è una misura perfettamente compatibile con le dinamiche neocapitaliste, finanziarie e globalizzanti. Spegnerebbe, fra l’altro, possibili incendi sociali, o ne limiterebbe la portata.
    Non a caso, è un cavallo di battaglia – mai realizzato, in un lustro, della falsa opposizione grilloide, il cui vero compito è preservare l’integrità del sistema …
    Che ci sia una drammatica necessità di lavoro, in Italia, è verissimo. Per quanto mi riguarda, il lavoro tutelato, a tempo indeterminato, può crearlo direttamente e indirettamente solo uno stato forte e sovrano, non certo il mercato anarchico e distruttore (di posti di lavoro).

    Cari saluti

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  4. PieroValleregia 7 mesi fa

    salve
    Galloni scrive il vero sul ritorno alla terra da parte dei giovani (tra i 25/35 anni); nelle mie parti sono nate e prosperano diverse aziende agricole a conduzione tra la famigliare a quella di gruppi di amici.
    E tutti con sistemi tradizionali e con l’uso molto limitato (o nullo) di roba chimica o meccanica.
    Noi eravamo e dobbiamo tornare ad essere, una nazione agricola, artigianale, turistica e culturale … qualcuno, con la testa pelata, l’aveva capito …
    un saluto
    Piero e famiglia

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  5. Salvatore Penzone 7 mesi fa

    È da un po’ che si parla di “stagnazione secolare” riguardo all’economia dei paesi occidentali. Questa nasce dalla condizione di deflazione competitiva, indotta dal tenere basso il tenore di vita interno per rendere competitivo il prezzo dei prodotti sul mercato estereo, di cui il capitalistico globalizzato sembra non poter più fare a meno. L’Unione Europea che ha strutturato il suo modello economico sulla base della moderazione salariale e della flessibilità, ha adottato la logica della deflazione competitiva anche all’interno della stessa area dell’Euro. La condizione endemica di deflazione salariale che ne deriva costringe i governi a proporre meccanismi per ammortizzare la significativa e progressiva contrazione del reddito in modo da prevenire possibili disordini sociali dovuti ad un livellamento verso il basso della quota di distribuzione della ricchezza e quindi una povertà che si estende sempre più anche alla classe media. In quest’ottica il reddito di cittadinanza è funzionale alla sopravvivenza dell’economia di mercato e di conseguenza alla UE e alla gabbia della moneta unica. non a caso chi ne fa richiesta, come il Movimento 5s, non vuole abbandonarla come dimostra chiaramente la volontà, da parte di tale movimento, di confluire nell’alleanza liberale ed europeista dell’ALDE. Entrando nel merito, per quanto riguarda il nostro paese, non essendo in possesso di risorse aggiuntive sul tipo di quelle ricavate dal petrolio, scrive Luciano Barra Caracciolo: “il reddito di cittadinanza è sostitutivo di altre spese dello Stato. Esso deve cioè essere finanziato LIMITANDO O ABROGANDO IL RESTO DEL WELFARE. L’effetto di ciò non è una mera redistribuzione, fra diversi destinatari, della spesa pubblica. Il finanziamento del reddito di cittadinanza, mediante distruzione del welfare costituzionale, è, infatti, una gigantesca misura combinata di deflazione salariale, distruttiva di ogni livello di reddito e della stessa quota salari su PIL.” http://orizzonte48.blogspot.it/
    Motivo per cui anche se viene propagandato come un tappo per fermare il defluire del reddito dovuto alla deflazione salariale, in realtà non fa che accelerare il processo di impoverimento. Il punto quindi, se si vuole combattere la deflazione salariale, è la crescita, ma come garantirla se in un regime di cambi fissi paesi con costi di produzione più alti si trovano penalizzati perché il mercato interno di questi paesi, che già si trova svantaggiato per le scelte dovute alla deflazione competitiva, preferisce i prodotti dei paesi concorrenti che hanno bassi costi? Quindi la gabbia monetaraia indebolisce ulteriormente la capacità produttiva dei paesi più svantaggiati, e, inoltre, i paesi forti con la loro disponibilità di capitali, che prestano a quelli deboli perché acquistino le loro merci, portano in “sofferenza” le banche dei paesi importatori per il debito privato accumulato e costringono lo stato a intervenire trasformando il debito privato in un debito pubblico dato il trasferimento di risorse alle banche in sofferenza. Alla luce di queste considerazioni solo la sovranità, nelle scelte di politica economica e monetaria, può permettere la crescita e quindi l’occupazione. Tutto ciò è dovuto allo svuotamento della sovranità nazionale in nome di un europeismo ideologico fatto per mettere i popoli alla mercé del mercato.

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  6. max tuanton 7 mesi fa

    Parla di fare le stato- note ,dice Galloni,come se non sapesse di Kennedy accoppato proprio per averle messe in circolazione in America ,sembra di leggere LA lista dei doni che I bambini chiedono a BABBO NATALE ,SOLO CHE quello auspicato da Galloni si chiama UTOPIA,A VOI EUROPEI NON VI SI CHIEDE NIENTE IDEE MEN CHE MENO VI SICHIEDERA SOLO DI ANDARE IN GUERRA PER DIFENDERE L’ORO DEI VOSTRI PADRONI ,SOLO QUESTO

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  7. Alessandro 7 mesi fa

    È 10 anni che Galloni dice queste cose

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  8. GRAF 7 mesi fa

    Sito semplice e CHIARO DIGITATE:”LA nostra ignoranza e’la loro forza” sembra in buona fede ,mentre quel orizzonte48 mi sa uscito da una CUCINA kosher come quasi tutto in internet non bisogna mai dimenticare che loro sono I padroni del discorso I piu grandi lettori di sempre ,il film” I 4 giorni del condor” svela un po I loro piani

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  9. Eugenio Orso 7 mesi fa

    Uno strumento per combattere lo stato nazionale sovrano europeo e ridimensionarlo ai minimi termini, è la spinta indipendentista che nasce dalla frantumazione regionalista.
    In passato, qualcuno affermava che la dimensione regionale è foriera di guai, mentre quella locale è benefica e attenua gli effetti negativi della globalizzazione. Si parlava, in passato, persino di “glocalismo” (crasi fra le due espressioni globalizzazione e localismo). Localismo buono, quindi, capace di correggere le storture della globalizzazione e regionalismo cattivo, portatore di conflitti.
    Non voglio addentrarmi in questo tipo di discorsi, chiaramente di retroguardia perché superati dagli eventi degli ultimi anni, ma porre in evidenza che il caso scozzese, ad esempio, potrà giocare a favore di un tardivo “Remain” britannico nella Ue (per altri versi, già lo annunciano i soliti “sondaggi”), oppure mutilerà la GB in favore della Ue sopranazionale … Senza tener conto dei problemi con l’Irlanda del nord.
    L’indebolimento dello stato spagnolo a causa della possibile nascita di un’entità statale catalana indipendente, in verità favorisce l’élite che si muove nella dimensione sopranazionale, togliendo ulteriore forza a uno stato unitario che va verso la frantumazione.
    Se ci pensiamo, con metodi violenti e apertamente stragisti, l’élite ha fatto la stessa cosa in Medio Oriente e in Africa settentrionale, cercando di frantumare con l’uso delle bande jihadiste Siria, Iraq e Libia.

    Cari saluti

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  10. Massimiliano 6 mesi fa

    Alle prossime elezioni, chi porta nel sul programma politico anche questo pensiero? Grazie

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