"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Migranti, sentenza choc: permesso di soggiorno speciale per i non rifugiati

di  Ilaria Bifarini

Sarebbe bello per chi si occupa di economia poter parlare di come superare l’attuale modello economico tanto fallimentare quanto tenuto artificiosamente e ostinatamente in vita. Sarebbe bello e soprattutto utile concentrarsi sui modelli di sviluppo alternativi, ma purtroppo la situazione di emergenza che stiamo vivendo impone al nostro senso civico e morale di non abbassare la soglia di attenzione sulla questione dei migranti.

Già perché non c’è “solo” il vaso di Pandora delle ONG che è stato scoperchiato, con tanto di business collaterale di gommoni cinesi venduti on line come “refugee boat”, lo ius soli sempre in agguato pronto per essere approvato. No, mentre tutti siamo basiti dalle prove delle organizzazioni pseudo umanitarie che trattano amichevolmente con gli scafisti , come se fossero dei colleghi, da Torino arriva, piuttosto in sordina, una notizia choc: il rilascio dei permessi di soggiorno speciale per i migranti che lavorano con il riconoscimento dei “percorsi di integrazione sociale attraverso gli inserimenti lavorativi”. Si tratta di protezione umanitaria della durata di due anni a migranti che non rispondono ai requisiti per ottenere il diritto allo status di rifugiato.

E’ la prima volta in Italia. Un precedente pericoloso e esplosivo, che apre la strada a quello che da tempo si temeva: la legalizzazione di un esercito industriale di riserva pronto per essere sfruttato. L’iniziativa è partita da cento aziende torinesi che hanno scritto una lettera al prefetto, al sindaco e al governatore: “Metteteci nelle condizioni di assumere i migranti”.

Migranti avviati al lavoro

Dietro l’iter che in pochi mesi ha portato le richieste da parte dei datori di lavoro a essere accettate e ad aprire la strada a un nuovo percorso giurisprudenziale c’è, come di consueto, il lavoro di mediazione di un’organizzazione no profit, Senzastrada, che si batte per dare lavoro ai clandestini. Cosa avrà spinto le aziende e gli operatori commerciali torinesi a offrire lavoro a degli immigrati che non fuggono da guerre e condizioni tali da giustificare lo status di rifugiato, preferendoli al 40% di giovani disoccupati italiani? Una nuova forma di razzismo al contrario -per cui italiano è brutto mentre nero è sinonimo di progressismo e filantropia- o condizioni di lavoro ai limiti del disumano che solo chi non ha mai conosciuto lo stato di diritto del lavoratore può accettare?

Forse entrambe le motivazioni, di certo ora esiste il precedente giuridico per realizzare quell’esercito di lavoratori/schiavi, sottopagati e senza diritti, che dalla caduta del keynesismo rappresenta l’obiettivo ultimo degli economisti neoliberisti.

Disoccupati italiani in fila all’Ufficio di Collocamento

Si importano masse di giovani aitanti e disposti a tutto, si concede un permesso di soggiorno di due anni, vengono sfruttati senza diritti e con paghe da Terzo Mondo e, una volta esaurito il loro compito, vengono rimpiazzati con flussi migratori sempre vigorosi, che intanto generano profitti e speculazioni su cui si arricchisce il nuovo floridissimo mercato nero. Per i disoccupati italiani non c’è speranza, la legge della concorrenza applicata alla merce umana non fa sconti e per i prodotti fuori mercato non resta che la sostituzione.

Fonte: Scenari Economici

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  1. Giorgio 4 mesi fa

    Mi sa di bruciato.

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  2. Aldus 4 mesi fa

    Li vogliono, li vogliono in tutti i modi e se ne fottono della Nazione. Stratassarli, allora, stratassarli perché hanno assunto sottocosto gente che li fa guadagnare di più.

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  3. Citodacal 4 mesi fa

    Si stanno componendo tutti i tasselli perché la realtà ritorni ad essere simile a quella che fece da sfondo alle opere di Dickens…
    Per certi versi anche peggio, causa la presenza attuale di un caricaturale senso di carità ammaestrata, sapientemente affiancato allo scientismo e al progressismo, predisposti al far credere il contrario rispetto allo scopo per cui l’intera costruzione sia stata evocata (com’è proprio ad ogni evocazione di luciferina menzogna, sempre grandiosa e geniale quanto le tenebre implacabili che nasconde entro se stessa, e pertinente al profondo conoscere i costitutivi recessi della psiche umana, coi quali poter tragicamente giocare a piacimento, e per un po’ di tempo).

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  4. SEPP 4 mesi fa

    Senza spostarci da casa finalmente vediamo dal vivo
    le meraviglie della vita delle citta’ americane come detroit o chicago,
    delle citta’ latinoamericane tipo: caracas, medellin,
    Sinaloa. Le favelas brasiliane.
    Delle bidonville africane del kenia e di johannesburg.
    Tutto il mondo in una sola volta.
    Maledetto cristoforo colombo e soci.

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    1. animaligebbia 4 mesi fa

      Avranno offerto un fortissimo sconto sui contributi,sempre che li versino,ecco la nuova dimensione lavorativa neoliberista:il caporalato.Io boicotto queste realta’;pochi mesi fa,dietro casa mia, apri’ un supermercato con personale esclusivamente straniero,non ho mai comprato un solo panino li’,molte persone devono aver avuto il mio stesso sentire,perche’ a distanza di pochi mesi il personale rispecchia la composizione reale del posto.L’auto la porto al lavaggio gestito da italiani,compro la frutta da italiani e cosi’ via,non si tratta di razzismo ma di proteggere noi stessi.

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    2. Jane doe 4 mesi fa

      Già,maledetto!!

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  5. Walter 4 mesi fa

    Ho posto una domanda ad un amico che fa l’imprenditore edile: “Se dovessi assumere un nuovo dipendente, assumeresti un italiano o un immigrato?”. La sua risposta è stata: “Dipende. Se avessi bisogno di un muratore esperto, di 40-50 anni, assumerei un italiano; se avessi bisogno di un giovane manovale, allora assumerei un immigrato”. “Perché?” domando io. Risposta: “Perché i giovani in Italia hanno le mani delicate, non sanno fare niente e dopo tre giorni sono già in mutua”. Questa è la realtà, tutto il resto è Filosofia.

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    1. Giorgio 4 mesi fa

      Che risposta è questa, Walter?
      Le solite generalizzazioni. Ho costruito fino al 1998 fino a che non mi sono ritirato e non condivido affatto le convinzioni del suo amico, ogni individuo è un caso a se e non dipende dalla nazionalità la sua professionalità o meno.
      In oriente le armature per costruire i grattacieli sono di bambù, lei crede che ci siano più morti bianche rispetto all’occidente dove i ponteggi sono in tubi d’acciaio? Pensa che i scalpellini indiani abbiano qualcosa da invidiare a quelli italiani?
      Potrei continuare a lungo a proporle esempi ma quest mi sembrano più che sufficienti.

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      1. Walter 4 mesi fa

        Ogni individuo è un caso ma le persone tendono a generalizzare e a dividere gli altri come gruppi con caratteristiche comuni. Un amico di mio padre, negli anni ottanta aprì una fabbrica (non ricordo di cosa) in provincia di Napoli, approfittando di incentivi statali che favorivano queste iniziative. Dopo una settimana, l’80% dei dipendenti erano in mutua. Probabilmente l’amico di mio padre avrà pensato che ogni individuo è un caso e che ci sono senz’altro dei napoletani onesti e lavoratori e non si può fare di tutta un’erba un fascio. Però ha chiuso la fabbrica. Del resto, se ci fermassimo all’affermazione che ogni individuo è un caso, non avrebbe senso parlare di sostituzione etnica: che importanza ha l’etnia se ogni individuo è un caso? Quelli che arrivano non sarebbero da considerare immigrati o invasori, sono individui, ognuno dei quali è un caso diverso dagli altri.

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        1. Giorgio 4 mesi fa

          Ultimamente ho letto alcune riflessioni di persone che ragionano con la loro testa e mi hanno positivamente colpito perché sostenevano/engono ben venga il meticciato.
          Augurandosi che tutte le caratteristiche negative, in senso sociale, venissero annacquate e che sorgessero degli individui fieri anziché degli individui smidollati come sono gl’italiani oggi.
          In uno dei post che ci seguono si vede chiaramente che gli “abbronzati” sono immediatamente passati ai fatti, e non si sono proni nei confronti delle forze dell’ordine, in questo caso ha ragione il suo amico da lei citato in un altro commento.

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      2. Walter 4 mesi fa

        Quello che voglio dire, Gorgio, è che gran parte dei giovani italiani (non tutti, per fortuna) non sanno piantare un chiodo senza darsi il martello sulle mani e, quel che è peggio, arrivano all’Università senza saper scrivere tre righe in italiano corretto. Certo, non è colpa loro, ma questa è la realtà. Sono una generazione sfortunata, sono nati in un periodo difficile, si sono sentiti dire mille volte che non c’è lavoro, che non c’è futuro. Molti giovani sono viziati e privi di valori, vivono alla giornata e se possono ti fottono, perché è questo che hanno imparato dalla società in cui sono cresciuti: fotti il tuo prossimo e scappa. E’ questa la filosofia dominante del ventunesimo secolo e non riguarda solo i politici ma tutta la società.

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        1. Giorgio 4 mesi fa

          Con questa sua riflessione con me sfonda una porta aperta.
          Maledetto il ’68, mi prenderei a sganascioni in faccia per avervi partecipato. Con questa pseudo rivoluzione è passato il “Vietato vietare” e si è diventati eruditi per legge, infatti non si è più bocciato a scuola. Poi è stata abolita come materia d’insegnamento la geografia, non serve c’è il tom-tom, successivamente si è instaurata la laurea breve ed adesso si pensa di accorciare anche la frequenza liceale. Tutta questa conoscenza è impossibile da stipare dentro i cervelli dei giovani, sono già sovraccarichi dei gadget elettronici.
          I politici sono lo specchio della società. Cossiga andava ripetendo che il parlamento era zeppo di finocchi e drogati, e se mi guardo attorno nella società ho la netta sensazione di esserne circondato.

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        2. Citodacal 4 mesi fa

          @Walter
          Quest’ultimo tuo commento è alquanto più articolato rispetto ai precedenti e fotografa più nel dettaglio la situazione; come sempre, non si tratta di schierarsi dalla parte dei colpevolisti o dei garantisti nei confronti delle ultime generazioni – operazione dopotutto decisamente facile e assai poco cognitiva – , quanto piuttosto provare a comprendere le cause d’ogni fenomeno. La degenerazione complessiva ha condotto, se non alla mera “quantità”, a una “qualità” concettualmente spesso diversa da quella auspicabile per l’essere umano integrale; di ciò ne ha sofferto ogni componente l’attività e la realtà umana; nell’ambito di certi ordini esistenziali ora viene richiesto di meno, con la conseguenza per cui venga insegnato e appreso di meno, e dunque siano inferiori le capacità complessive dell’individuo, per il quale viene invece richiesto sempre di più in un ambito altamente specialistico – non soltanto da un punto di vista specificamente tecnico-formativo – e sociale (riassumendo la questione: un sistema educativo genuinamente tradizionale ed equilibrato arricchisce l’individuo richiedendogli di seguire una rigorosa e sfaccettata formazione – che nulla spartisce col miserevole sussidio del “non siate choosy” di forneriana memoria -, mentre l’attuale sistema gli richiede egualmente tutta l’anima, concedendogli soltanto parti funzionali al sistema stesso, creando il prodromo per una alienazione soltanto compensabile attraverso altre concessioni/pretensioni da parte del medesimo sistema).
          Un anziano muratore che veniva a fare i lavori in campagna (recentemente mancato attraverso un penoso travaglio – un sentito pace all’anima sua) mi raccontava di come non si sia più capaci di tendere una volta a botte perché non ve n’è più richiesta (e lui ancora prendeva i tubi in PVC tagliati per il lungo, per utilizzarli come stampi a creare delle modanature in cemento sotto al davanzale delle finestre, come semplice decorazione aggiuntiva…).

          @Giorgio
          Si risparmi la necessità di prendersi a sganassoni, pur mantenendo il nobile sentire che la spinge a farlo. Qualcosa del mito del ’68 potei prenderla soltanto a paradigma (classe ‘61) per un certo tempo, dopodiché il crescente e sotterraneo disagio fecero riaffiorare gradualmente lo spirito tradizionale (il quale non nega affatto le “rivoluzioni”, però le adatta alla scorza della manifestazione fenomenica, mantenendo intatto il nocciolo noumenico). Poteva non essere facile, al tempo, comprendere come il prosieguo della storica contestazione avrebbe preso una china del tutto funzionale al liberismo più ottuso e incontrollato (bisognerebbe avere esperienza d’Alchimia reale per intuire i pericoli insiti in molte operazioni ai limiti del necessario); una ragazza conosciuta per breve periodo qualche anno fa mi diceva d’aver colloquiato in una occasione con una matura donna americana che aveva partecipato al movimento hippie, la quale affermava come, almeno agli albori, la stessa cosiddetta controcultura fosse affatto differente da ciò che poi sarebbe diventata.
          Del resto, sta notoriamente scritto in Matteo 24:24 “Sorgeranno infatti falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi portenti e miracoli, così da indurre in errore, se possibile, anche gli eletti” (la verità di questa precognizione la incontriamo in molti frangenti attuali, almeno volendo osservare meglio). V’è un modo di dire orientale che recita sostanzialmente: “Per poter uscire da una trappola bisogna prima entrarvi”; pare banale di primo acchito, ma non lo è affatto: rammenta le inevitabili insidie celate nel viaggio della coscienza/conoscenza, di ciò che rende operativo il “fatti non foste a viver come bruti”, e sottintende qualcosa d’ampio ed elevato di ciò che fisiologicamente aveva intuito Mitridate.

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          1. PieroValleregia 4 mesi fa

            salve
            i giovani italiani hanno anche delle colpe, in gran parte però, eredidate da pessimi genitori, da ancor peggio religiosi e
            da scandalosi “insegnanti” e da chi ha imposto loro programmi scolastici atti a forgiare ignoranti meglio manipolabili.
            Se fossero stati professori seri, si sarebbero ribellati (alcuni lo fanno ma sono subito “crocifissi” dai vari mentana, tg3,
            repubblica, fabiofazio, ecc) a tutto ciò, invece, forti del motto: franza o spagna purchè se magna, sono diventati loro
            complici.

            saluti
            Piero e famiglia

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          2. Giorgio 4 mesi fa

            Purtroppo nella trappola, Cito (mi scusi per l’abbreviazione) ci sono caduto con tutti e due i piedi, a mia discolpa posso solo affermare che me ne sono reso conto quasi subito ed immediatamente ne ho marcato le distanze.

            Ringrazio Werner per la comprensione riservatami. Naturalmente tutte le esperienze, specialmente quelle più dolorose e pregnanti, ti arricchiscono e ti aiutano a consapevolizzare. Dopo il calice amaro del ’68 ho fatto un balzo evolutivo di eoni e mi sono disincantato nei confronti della vita.

            Piero, anch’io sono stato giovane ma non mi ritengo corresponsabile delle conseguenze portate da quell’epoca. piuttosto le ascrivo alle figure da lei elencate, perché nelle loro mani c’erano tutte le leve di comando: materiali e spirituali. Vedremo se i giovani di oggi sapranno fare resipiscenza.

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  6. Werner 4 mesi fa

    Il fatto che si sia ravveduto sul Sessantotto, va solo a suo favore. Meglio tardi che mai nel rendersi conto che quello fu un fenomeno che ha distrutto la nostra società nelle sue fondamenta. La scuola italiana, che grazie alla Riforma Gentile era all’avanguardia nel mondo, è stata progressivamente smantellata e non dà alcuna valida formazione agli studenti. Fa acqua da tutte le parti, perché è stata trasformata a immagine e somiglianza dei fancazzisti sessantottini, ovvero assenza totale di meritocrazia. Le opportunità vanno concesse a tutti, ma bisogna essere selettivi, non come oggi che in nome di un concetto distorto di egualitarismo nato col ’68 all’università vi accedono molti somari.

    Purtroppo Walter scrive cose vere a proposito dei giovani italiani che snobbano i lavori manuali, e la carenza valoriale da lui menzionata è senz’altro una delle tante cattive eredità del Sessantotto.

    La sentenza del Tribunale di Torino non mi sorprende affatto, quindi il minimo che si possa fare di fronte a una cosa del genere, è indignarsi.

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