Manipolare, controllare, sottomettere


di Antonio Catalano

Fino a qualche decennio fa era relativamente più semplice contestare le verità di sistema, quelle confezionate nei laboratori del potere per dipingere la realtà con i colori di volta in volta graditi. Relativamente dicevo non perché si avessero chissà quali mezzi a disposizione, ma semplicemente perché c’era una maggiore disponibilità generale ad ascoltare punti di vista dissonanti. E chi provava a mettere in discussione le versioni ufficiali si trovava sì di fronte al muro dell’ostracismo istituzionale e delle sue appendici mediatiche, ma in un certo qual modo gli era riconosciuta la legittimità della propria “controstoria”.

Chi si muoveva lungo il crinale della contestazione della “narrazione” istituzionale faceva quella che si chiamava controinformazione. Contro l’informazione accreditata dal potere come quella ufficiale. La controinformazione produceva dossier che smantellavano punto per punto le versioni ufficiali e, sostenuti da un forte attivismo, si riusciva anche a fare breccia nel muro dell’informazione. Per cui succedeva che punti di vista di estrema minoranza potessero anche diventare non dico maggioritari, ma rilevanti. Non mi perdo qui in tanti esempi, ma la nostra storia dal dopoguerra ne offre in buon numero. Comunque, quel che mi preme qui sottolineare è che non si metteva in discussione la legittimità dell’esercizio dell’attività di controinformazione.


Le cose poi hanno cominciato a prendere una piega del tutto diversa. Il sistema (lo so, parola generica), in concomitanza con l’evoluzione della comunicazione, divenuta sempre più totalizzante, per screditare punti di vista difformi ha cominciato a usare la micidiale arma della delegittimazione, in questo avvalendosi di veri e propri esperti della comunicazione che per mestiere fanno proprio questo. Per cui non è più necessario rispondere alle accuse dei “contro informatori” con argomenti solidi e razionali, ma basta delegittimarli, sia tramite il discredito personale sia, e soprattutto, tramite l’uso di categorie colpevolizzanti: negazionista, terrapiattista, complottista, razzista, sessista, omofobo…
Messe così le cose necessità principale di chi subisce tale colpevolizzazione diventa quella di smarcarsi dall’accusa infamante, per poi (provare) a passare alla spiegazione delle ragioni della propria posizione. Ma intanto buona fetta del lavoro si concentra sulla parte giustificatoria (“premesso che non sono negazionista”, “premesso che non sono complottista” eccetera) sulla quale furbescamente si accanisce la controparte, e già solo questo depotenzia la validità dell’argomentazione che si propone, e già questo è un buon vantaggio che si dà all’avversario che intanto prende tempo e distrae l’attenzione dal tema in questione (i talk show sono mirabili esempi di come funziona questa tecnica manipolatoria).

La capacità del “sistema” è oggi di gran lunga più manipolatoria che in passato, per il semplice motivo che a questo capitalismo non interessa più il solo dominio della sfera dei rapporti di produzione ma l’invasione e il controllo delle pieghe più intime della vita degli individui. Per accordarla alle esigenze del suo meccanismo di funzionamento. Che, ricordiamolo, ormai abbastanza esplicitamente considera il genere umano un fastidioso intralcio (trans-umanesimo), di cui purtroppo per esso non può fare a meno, ma comunque da ridimensionare sia nei numeri (neo malthusianesimo) sia nella sua importanza (aspecismo).

Fonte: Antonio Catalano

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