di Alfredo Jalife-Rahme
Mentre si pone già la questione del prossimo presidente degli Stati Uniti, che sarà eletto nel settembre 2028, emergono due candidati in ciascuno dei due principali partiti politici. Uno si opporrà ai genocidi perpetrati dalla coalizione sionista revisionista di Benjamin Netanyahu, l’altro, al contrario, sosterrà Israele a prescindere dalle sue politiche.
Il controllo sovrano dello Stretto di Hormuz da parte di Iran e Oman influenza e condiziona – più delle elezioni di medio termine di novembre negli Stati Uniti – la questione delle prime candidature repubblicane e democratiche per le elezioni presidenziali del 2028.
Nel bel mezzo della sua seconda guerra contro l’Iran — la “prima” essendo la guerra dei 12 giorni del 2025, conclusasi con un pareggio tecnico a tre tra Israele/Stati Uniti e Iran — costellata da tregua instabili dopo oltre 100 giorni di scontri regionali, Trump ha commentato, nel suo stile da “si risolverà con i coltelli” , che la sua successione era assicurata grazie alla “coppia ideale” formata da JD Vance (millennial di 41 anni) e/o Marco Rubio (55 anni).
La stragrande maggioranza degli autoproclamati guru dà per scontata la sconfitta repubblicana alle elezioni di metà mandato a causa della disastrosa incursione statunitense nel Golfo Persico. Io non mi spingerei a tanto, perché, in un’ottica più qualitativa che quantitativa, Trump ha ancora diverse carte da giocare nei prossimi cinque mesi per influenzare la psiche di un elettorato altamente manipolabile, il che spiega la sua fretta nel concludere l’accordo sul nucleare iraniano. Due questioni cruciali dominano: il controllo dell’inflazione galoppante e la sua “vittoria” ma disumana lotta contro l’immigrazione “impopolare”, a cui si aggiungerà la leggendaria “sorpresa di ottobre”, che potrebbe essere un’altra guerra in stile neo-Monroe, come la sua fulminea presa di potere in Venezuela in appena un’ora e quarantacinque minuti.
Negli Stati Uniti, i disastrosi “consigli di guerra” di Netanyahu a Trump hanno scosso e frantumato il tradizionale sistema elettorale, quando il fattore israeliano – manifestatosi in particolare con l’influenza della lobby israeliana (attraverso l’AIPAC) sul Congresso – è stato inaspettatamente messo alla gogna, soprattutto dalla Generazione Z, la fascia demografica predominante all’interno del Partito Democratico, che sta iniziando ad emergere in modo evidente anche nel Partito Repubblicano. Il crollo del sostegno agli interessi israeliani negli Stati Uniti (un calo di 18 punti percentuali – una cifra che ritengo significativamente sottostimata – fino ad oggi) è drammatico, e il suo impatto è ora più evidente nelle primarie per le prossime elezioni presidenziali, dato che le elezioni di metà mandato dipendono sempre più da fattori locali.1
Il controverso sito di scommesse online Polymarket, fondato dal khazaro Shayne Coplan, che detiene una quota significativa del capitale iniziale di Peter Thiel, padrino del vicepresidente JD Vance, prevede per il 21 giugno i seguenti risultati: per il Partito Repubblicano, JD Vance con il 20,4% dei voti e Marco Rubio con il 15,4%. A sfidarli ci sono i Democratici Gavin Newsom, il potente governatore della California, con il 15,4%, e Jon Ossoff, senatore della Georgia, con il 5,9%. Esiste un legame tra Newsom e Marco Rubio: quest’ultimo è un ex mormone convertitosi al cattolicesimo, che lo stesso Trump ha definito una “marionetta israeliana” del magnate dei casinò Sheldon Adelson.2
Come se tutto ciò non bastasse, il quotidiano neoliberista globalista Financial Times —nominalmente di proprietà di Nikkei Inc., ma in realtà con chiari legami con il gruppo del mega-speculatore George Soros, che ha nominato “Uomo dell’anno” (sic) nel 2018—ha appena portato alla luce la candidatura dell’influente Khazar Rahm Israel (sic) Emanuel, che è stato capo di gabinetto di Barack Obama, nonché sindaco di Chicago e ambasciatore degli Stati Uniti in Giappone.3. Scopriamo non solo che Rahm Israel Emmanuel ha prestato servizio come “volontario” nell’esercito israeliano, ma anche che lo scorso aprile il Financial Times,affermava già che“l’era dei sussidi militari a Israele finanziati dai contribuenti statunitensi è finita”.4
La retorica militarista di Netanyahu è diventata un anatema all’interno del Partito Democratico, poiché i suoi strateghi prevedono una vittoria presidenziale visibile solo a condizione di prendere le distanze il più possibile dal genocidio talmudico e dalla “dottrina della Dahiya” che Israele pratica impunemente.5
Nella sua intervista con Edward Luce, collaboratore di Clinton, che lo aveva lanciato come “possibile candidato presidenziale del Partito Democratico” , Rham Israel Emmanuel ha mostrato un iper-pragmatismo e ha riassunto lo schema della questione elettorale da sfruttare in questi termini: “Trump è stato ingannato dall’Iran con un cattivo accordo di cessate il fuoco“ .
Chi sarà dunque il candidato democratico, Gavin Newsom o Rahm Israel Emmanuel?
Fonte: La Jornada
Traduzione: Luciano Lago

