L’offensiva USA in America Latina nasconde i fallimenti della politica americana in altre parti del mondo

di Luciano Lago

In America Latina l’elite di potere di Washington ha ripreso in pieno il vecchio vizio di destituire i governi dei paesi Latino americani, quelli non conformi ai propri interessi, mediante golpe militare e sobillazione di violenza e guerra civile.
Questa offensiva del gruppo dominante dei neocon statunitensi in America Latina e nei Caraibi tende in realtà a nascondere il fallimento della loro politica in altre regioni del pianeta e la crisi di sistema interna negli States. Non è un caso che questa offensiva di concretizza in una fase di grandi difficoltà che sono emerse dopo i gravi problemi che l’economia USA ha dovuto affrontare per causa della guerra dei dazi inaugurata dall’Amministrazione Trump contro la Cina che, nella sua evoluzione, che causerà più problemi per i cittadini degli Stati Uniti che per quelli del paese asiatico che dispone di un suo enorme mercato e presenta tassi di crescita molto maggiori rispetto all’economia degli USA.
Un ulteriore motivo di intervento è dovuto alla necessità di contrastare la politica di espansione di Pechino che si era diretta anche verso i paesi dell’America Latina per realizzare accordi di cooperazione che mettono in secondo piano gli interessi di Washington nella regione. Normale quindi per Washington coordinare una offensiva di carattere politico, diplomatico e militare contro quei governi che non riesce a controllare, come nel caso della Bolivia, del Venezuela, del Nicaragua, di Cuba e consolidare i propri interessi negli altri paesi per alzare una barriera contro l’intromissione della Cina e della Russia in quell’area che Washington ha sempre considerato il proprio “patio trasero” (cortile di casa).


Questo spiega il golpe avvenuto ultimamente in Bolivia approfittando di una fase di tensioni dovute allo svolgimento delle elezioni in cui settori dell’opposizione contestano la rielezione di Evo Morales, il premier indio da oltre dieci anni alla guida del paese andino. Un paese che detiene notevoli ricchezze minerarie e giacimenti di gas e di litio, su cui Washington non aveva potuto fino ad ora mettere le sue mani per ottenere concessioni di sfruttamento, data la politica del governo social populista di Morales che pretendeva di statalizzare le risorse nazionali.
Allo stesso modo procede la politica delle sanzioni contro gli altri paesi non conformi con gli interessi di Washington, in particolare Cuba e Venezuela. Quest’ultimo , dopo tentativi falliti di colpo di stato, stretto in un vero e proprio assedio economico che ha la finalità di creare condizioni per una rivolta popolare che spinga verso un cambio di regime e apra a Washington le enormi risorse petrolifere e mineriarie di cui il paese dispone e che negli ultimi tempi ha aperto ai russi e ai cinesi. Ai russi si era rivolto il governo di Caracas per avere assistenza militare ed economica e Mosca ha avuto la possibilità di concessioni petrolifere in cambio di assistenza economica e militare in modo da contrastare l’assedio della superpotenza nordamericana. Idem con la Cina che ha erogato grandi prestiti finanziari per avere l’opportunità di inserirsi nel mercato di quel paese, potenzialmente ricco nonostante il ciclo di grave dissesto economico che sta attraversando negli ultimi anni.

Protesta anti USA in tutto il mondo

In questa fase critica che vede il declino della potenza americana, sorge la necessità per Washington di riprendere l’iniziativa e riassicurarsi il controllo di una serie di paesi che stavano sottraendosi al dominio della superpotenza nord americana.

Questo avviene tanto più quando quando si va delineando il fallimento delle politiche neoliberiste (dettate da Washington), evidenziato dalle rivolte che avvengono nelle nazioni del Latino America dove sono da anni al potere giunte di governo affiliate agli interessi dei potentati finanziari transnazionali, dal FMI alla Banca mondiale ed alle entità finanziarie di Wall Street. Le rivolte non a caso avvengono in Cile, in Honduras, sono avvenute in Argentina con la sconfitta del governo Macrì che, grazie alla sua sottomissione al FMI, aveva creato 5 milioni di nuovi poveri nel paese sudamericano.
È stato certamente un anno molto difficile per il presidente degli Stati Uniti Donald Trump che sembra aggrapparsi disperatamente alla dottrina Monroe, ma non ci riesce. Gli Stati Uniti non possono controllare direttamente la rabbia della popolazione in Ecuador e Cile, non possono cambiare il modo in cui le persone votano in Argentina e Uruguay e hanno fallito in modo spettacolare in Venezuela per ragioni che devono essere spiegate.

L’elite di potere USA deve nascondere i fallimenti della sua politica estera e la deriva della influenza americana per effetto degli eventi più immediati verificatisi in Medio Oriente, in Nord Africa e nelle regioni occidentali dell’Asia centrale, costituite da una maggioranza di paesi arabi e musulmani, dove gli Stati Uniti non sono riusciti ad attuare il loro piano egemonico e sono rimasti impantanati in guerre in terminabili, dall’Iraq all’Afghanistan.

Se si considera la vecchia massima per cui qualsiasi guerra, che è concettualmente la continuazione della politica – viene progettata in base al raggiungimento di obiettivi strategici, sarà necessario concludere che gli Stati Uniti hanno fallito miseramente nel raggiungere i propri obiettivi.

Le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, la guerra in Siria e le minacce continue contro l’Iran sono state la manifestazione di questa politica di volontà egemonica che si sono risolte in un fiasco ininterminabile e in battute d’arresto che non hanno consentito di raggiungere gli obiettivi programmati: la rivoluzione islamica continua al potere in Iran, l’asse della resistenza, realizzatosi in occasione della sconfitta USA in Siria, e che riunisce Iran, Siria, Hezbollah e l’Iraq sciita, si è rafforzato e, insieme al risorgere della potenza russa, oppone un ostacolo insormontabile all’espansione del dominio USA e dei suoi alleati (Israele ed Arabia Saudita) in Medio Oriente.
Nel caso dell’Afghanistan, dopo 18 anni di guerra, gli USA ed i loro alleati della NATO sono tuttora impantanati senza essere riusciti a prendere il controllo del paese, nonostante le perdite subite, 3.564 morti della coalizione creata per combattere i talebani (tra cui 2.428 del Paese nordamericano) e 20.467 feriti, oltre a 841 miliardi di dollari spesi dal 2001 al 2018 Secondo i dati forniti dall’analista del Center for International and Strategic Studies, Anthony Cordesman, gli Stati Uniti non hanno potuto vincere la guerra e oggi sono stati costretti a negoziare con i loro nemici la fine dell’interminabile conflitto.
Un conflitto che, secondo alcune stime, ha dilapidato una spesa totale di circa due miliardi di dollari, oltre a indescrivibili costi umani di vittime civili e distruzioni. Una situazione catastrofica dove oggi si sono inseriti la Russia e l’Iran che hanno stabilito negoziati e un buon rapporto con le autorità di quel paese asiatico per arrivare ad una soluzione del conflitto.

US Army in Afghanistan

D’altra parte, il lungo intervento degli Stati Uniti non è riuscito a fornire una maggiore sicurezza ai suoi alleati nella regione, Israele per prima che vede, al contrario, un forte aumento delle forze che non tollerano l’egemonia degli Stati Uniti e di Israele nell’area Medio orientale. Si è verificato anche il rafforzamento della resistenza palestinese, oltre alla crescita della capacità militare di Hezbollah in Libano, grazie alla esperienza fatta nel conflitto siriano e al miglioramento del suo potenziale combattivo con l’acquisizione di materiale bellico moderno che ha trasformato l’organizzazione libanese in una potenza militare regionale sul confine settentrionale di Israele.

A tutto questo si aggiunge il fiasco della partecipazione delle forze armate USA e delle agenzie di intelligence statunitensi in Siria, dove l’obiettivo principale, il rovesciamento del presidente Bashar el-Assad, non è stato raggiunto e con questo Washington ha fallito il suo piano di smembrare il paese e installare un governo filo-occidentale , attraverso il quale si proponevano di ottenere la realizzazione di gasdotti dal Gofo Persico al Mediterraneo al fine di portare petrolio e gas in Europa attraverso l’Iraq, la Siria e la Turchia. Questo piano, che si basava sull’utilizzo di una forza mercenaria di ribelli jihadisti, armati ed addestrati da USA, Arabia Saudita e Qatar, ha costretto la Russia ad assumere una partecipazione più efficace nel conflitto, provocando la sconfitta del terrorismo e la sua espulsione quasi assoluta dal territorio siriano.

In termini geopolitici, questo ha portato a una maggiore presenza della Russia nel Mar Mediterraneo, che si manifesta sul piano militare negli accordi per rafforzare le sue forze armate nel territorio della Siria e con i principali progetti di cooperazione energetica, dopo la scoperta di importanti riserve di petrolio sulle coste di Siria, Libano, Israele e Palestina.
Tuttavia la Storia non termina ma procede in avanti e assistiamo attualmente ad un cambio di strategia della superpotenza USA che potremmo definire il “Piano B” di Washington per riprendere l’iniziativa.
Questo piano prevede la sobillazione di rivolte e guerre civili nei paesi che sono ostili al dominio americano, l’Iraq sciita, il Libano in Medio Oriente e, possibilmente, anche l’Iran. Gli avvenimenti si svolgono sotto i nostri occhi e sono strettamente collegati dalla stessa matrice, anche se si svolgono in aree e continenti diversi.
Protagoniste, come sempre, le agenzie di Intelligence degli Stati Uniti che, da una parte all’altra del mondo, sotto la regia delle centrali USA, stanno promuovendo manifestazioni violente, assalti ad edifici pubblici, aggressioni contro le forze di polizia e miltari, agenti provocatori infiltrati fra i manifestanti, al fine di arrivare ad una cambio di regime o, quanto meno, indebolimento dei governi considerati ostili agli interessi degli Stati Uniti.
Si potrà constatare se questo piano avrà successo oppure no ma, in ogni caso, si è aperta una nuova fase di turbolenze e conflitti nella storia che non mancherà di manifestare i suoi effetti. I signori della Guerra e del caos non dormono mai.

2 Commenti

  • La soluzione
    13 Novembre 2019

    Anche se non dormono mai gli americani sono in declino. Oramai hanno più nemici che amici. La ghigliottina è pronta anche per loro, e il carnefice sarà il loro stesso popolo.

  • Eugenio Orso
    14 Novembre 2019

    Non concordo.
    Gli usa satanici, con tutta l’asse del male finanz-globalista giudaica, sono sempre all’attacco, costi quel che costi.
    In Medio Oriente (Libano, Iraq) come in America Latina (golpe in Bolivia) e persino nel Donbass ucraino …
    Quanto precede è un’evidenza, se pensiamo anche a ciò che sta accadendo a Hong-Kong (crescendo di violenze, un cinese bruciato vivo dalla feccia “degli ombrelli”), o alle violenze degli ebrei in Gaza..
    L’asse del male è ancora all’attacco e non molla la presa, incurante dei rischi di un conflitto planetario.
    La Russia combatte questa guerra senza quartiere come un gentiluomo, con il fioretto in una mano e l’altra dietro la schiena.
    Non dovrebbe, perché ha davanti spietati criminali che dovrebbero essere combattutti con uguale, se non con superiore ferocia … e senza alcuna regola!

    Cari saluti

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