L’Italia e la via della seta


di Roberto Pecchioli

Forse l’Italia ha battuto un colpo. La visita a Roma del presidente cinese Xi Jinping, la sottoscrizione di accordi commerciali e memorandum d’intesa relativi alla presenza italiana nel gigantesco progetto della Via della Seta, contano molto di più delle sterili polemiche provinciali su futili questioni. Parliamo spesso di sovranità: ebbene, gli accordi bilaterali con il colosso asiatico sono un concreto esercizio di sovranità. Si incaricherà il tempo di stabilire se il vizio italico di cercare padroni stranieri ci consegnerà agli interessi cinesi, o se, al contrario, in questi giorni stia muovendo i primi passi un’era nuova. Affermiamo da anni che l’Italia ha la necessità di smarcarsi dalla tutela americana e dalla tenaglia franco tedesca. Con tutta la prudenza del caso, forse il momento è giunto.

A giudicare dalla reazioni stizzite dei nostri amiconi europei, il governo e il presidente Mattarella, per una volta in prima linea nella promozione dell’interesse nazionale, hanno centrato il bersaglio. A Washington il silenzio ufficiale nasconde certamente manovre politiche, economiche e finanziarie sventare le quali non sarà facile.

Cerchiamo allora di capire in che cosa consista il grande progetto cinese e in che misura può cambiare in meglio il futuro della nostra Patria.
Il nostro è e ancor più sarà il secolo cinese e asiatico. Una piccola nazione come la nostra può solo prenderne atto e cercare di trarne benefici. Il progetto chiamato Via della Seta è un enorme disegno geopolitico e infrastrutturale teso a collegare l’Asia, in particolare la Cina, con il resto del mondo attraverso corridoi che da Est vanno verso Ovest e Sud Ovest. Tagliano fuori il continente americano e questo spiega il panico statunitense. Chi è causa del suo mal, tuttavia, pianga se stesso, giacché la potenza cinese si è nutrita dell’errore storico di ammettere il Dragone nel Wto.

Nel settembre 2013 Xi Jinping ha lanciato il progetto Via della Seta, ufficialmente chiamato BRI (Belt and Road Initiative), costituito una banca dal capitale iniziale di 100 miliardi di dollari, la Banca Asiatica di Investimenti per Infrastrutture di cui la Cina è il maggior finanziatore, a cui partecipano l’India, la Russia e la stessa Italia, con una quota di circa il 2 per cento.
Il mondo cambia con incredibile rapidità. L’ Italia, divenuta periferia di un impero calante, quello americano, costretta a sottostare a regole imposte da una potenza economica regionale, la Germania, che non ha peso militare ed è sottodimensionata per sfide globali, può ritrovare uno spazio proprio e fermare la discesa verso il sottosviluppo. La Cina intende costruire un vasto sistema integrato di porti, aeroporti, ferrovie e strade, supportate da reti di telecomunicazione e distretti industriali, lungo ben sei grandi direttrici in tre continenti. Una di esse coinvolge direttamente l’Italia, in particolare il sistema portuale viario e ferroviario del Nord, ma avrà ricadute anche sull’Italia meridionale.

Per tutto questo, salutiamo con ottimismo i primi concreti accordi tra la Cina e l’Italia, non senza cautela per l’evidente diseguaglianza tra i contraenti e soprattutto, per il fuoco di sbarramento proveniente da importanti settori del potere italiano legati agli interessi euroatlantici. Preoccupa anche l’inadeguatezza delle nostre classi dirigenti, non solo politiche. Alla Cina andrà chiesto di non comportarsi come fanno gli Usa, ossia da padroni. Sotto il profilo degli scambi commerciali, la Cina dovrebbe interrompere pratiche gravi e diffuse come la sottofatturazione, che permette di regolare in Cina parte delle transazioni sottraendo quote di PIL e entrate milionarie all’erario nazionale.
Peraltro, le norme europee, costruite per favorire gli interessi privati, disarmano tutti gli Stati dell’Unione nei confronti dei comportamenti illeciti dei grandi attori economici, come dimostra l’impossibilità di raggiungere un accordo intraeuropeo per una tassazione del 3 per cento (tre per cento!) a carico dei giganti tecnologici evasori ed elusori fiscali.

Primo treno dall’Italia alla Cina

Comunque vada nei prossimi anni, qualunque sia il ruolo italiano, la Via della Seta cambierà il mondo, spostandone il baricentro verso Oriente. L’Italia deve sfruttare il suo ruolo naturale al centro del Mediterraneo, la sua storica capacità di interloquire con l’Est e il Sud del mondo, affermando il suo peculiare ruolo in un’Europa non più a trazione tedesca e telecomandata da Washington. L’occasione è decisiva; starà a noi non cambiare semplicemente livrea, o peggio, servire un padrone in più, come Arlecchino.

Roberto Pecchioli


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