"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

L’imperialismo culturale statunitense

di James Petras

L’imperialismo culturale si può definire come invasione e dominazione sistematica della vita culturale delle classi popolari da parte delle classi che governano l’Occidente, con l’obiettivo di ri-orientare le scale di valori, le condotte, le istituzioni e le identità dei paesi oppressi per farli coincidere con gli interessi delle classi imperialiste.

L’imperialismo culturale ha forme “tradizionali” e moderne. Nei secoli scorsi la Chiesa, il sistema educativo e le autorità pubbliche svolgevano un ruolo fondamentale, inculcando nei popoli nativi idee di sottomissione e lealtà in nome di principi divini o assolutisti.

Mentre stavano ancora funzionando quei meccanismi “tradizionali” dell’imperialismo, le nuove mediazioni moderne, radicate nelle istituzioni contemporanee, sono diventate sempre più centrali per la dominazione imperialista: i mezzi di comunicazione, la pubblicità, i presentatori ed i personaggi del mondo dello spettacolo e vecchi intellettuali svolgono oggi questo ruolo fondamentale.

Nel mondo contemporaneo, Hollywood, CNN e Disneyland sono molti più influenti che il Vaticano, la Bibbia o la retorica delle relazioni pubbliche dei politici. Il colonialismo culturale convenzionale (CCC) si distingue dalle pratiche del passato per vari motivi:

1. Mira a catturare un grande pubblico e non solo la conversione delle élites;

2. I mezzi di comunicazione di massa, in particolare la televisione, invadono la casa e funzionano da “dentro” e “dal basso” tanto quanto da “fuori” e “dall’alto”;

3. Il CCC è globale per la sua portata e l’omogeneità del suo impatto: la pretesa di universalità serve per mistificare i simboli, gli obiettivi e interessi del potere imperialista;

4. L’imperialismo culturale nell’era della “democrazia” deve falsificare la realtà per giustificare l’aggressione, trasformando le vittime in aggressori e gli aggressori in vittime. A Panama, per esempio, lo Stato imperialista nordamericano e i mezzi di comunicazione di massa proiettarono l’immagine di quel paese come una minaccia del narcotraffico per la gioventù degli Stati Uniti;

6. Il controllo culturale assoluto è la contropartita della separazione totale tra la brutalità del capitalismo reale esistente e le illusorie promesse del mercato libero;

7. Al fine di paralizzare le risposte collettive, il colonialismo culturale cerca di distruggere le identità nazionali. Per rompere la solidarietà promuove il culto della “modernità”;

I mezzi di comunicazione di massa costituiscono una delle principali fonti di salute e potere del capitale nordamericano. I mezzi di comunicazione si sono trasformati in una parte integrante del sistema nordamericano di controllo politico e sociale e in una delle principali fonti di super-profitti. Man mano che aumentano i livelli di sfruttamento, disuguaglianza e povertà, i mezzi di comunicazione controllati dagli Stati Uniti agiscono per trasformare un pubblico critico in una massa passiva. Le celebrità dei media e dello spettacolo di massa sono diventati importanti ingredienti nella deviazione di potenziali inquietudini politiche.
Esiste una relazione diretta tra l’incremento del numero di apparecchi televisivi in America Latina, la riduzione dei redditi e la diminuzione delle lotte popolari. Tra il 1980 e il 1990, il numero di televisori per abitante in America è cresciuto del 40%, mentre la media reale dei redditi è scesa del 40% e una moltitudine di candidati politici neoliberali molto dipendenti dall’immagine televisiva ha conquistato la presidenza.

Mediante le immagini televisive si stabilisce una falsa intimità ed un vincolo immaginario tra gli individui fortunati che appaiono nei mezzi di comunicazione e gli impoveriti spettatori dei quartieri periferici. Questa relazione offre un canale attraverso il quale diffondere il metodo delle soluzioni individuali ai problemi privati. Il messaggio è chiaro: s’incolpano le vittime della propria povertà, riconducendo il successo allo sforzo individuale.

La strategia dell’imperialismo culturale consiste nel rendere insensibile il pubblico, per far accettare la massiccia mattanza compiuta dagli stati occidentali come un’attività di routine giornaliera. Per esempio, proponendo i massicci bombardamenti sull’Iraq in forma di videogiochi.

La manipolazione culturale mondiale si fonda sulla corruzione del linguaggio della politica. Una delle maggiori “innovazioni” recenti dell’imperialismo culturale è l’appropriazione del linguaggio della sinistra e il suo uso per razionalizzare pratiche e politiche profondamente reazionarie. Questa è una politica di “disinformazione” che ruba alla sinistra il linguaggio e i concetti utilizzati per attaccare la dominazione della classe capitalista.

In nome della “auto-espressione”, l’imperialismo culturale opprime le popolazioni del Terzo Mondo che temono di essere considerate come “tradizionali”, seducendole e manipolandole mediante false immagini di “modernità” senza classi. I popoli del Terzo Mondo ricevono divertimento, coazioni e stimoli per essere “moderni”: si arrendono davanti al moderno rifiutando i propri confortevoli e tradizionali capi d’abbigliamento larghi, per rimpiazzarli con jeans stretti e scomodi.

E’ diventato di moda evocare termini come “globalizzazione” e “internazionalizzazione” per giustificare gli attacchi contro qualsiasi forma di solidarietà, comunità e/o valori sociali. Sotto il travestimento dell’”internazionalismo”, Europa e Stati Uniti si sono trasformati negli esportatori dominanti di forme culturali più efficaci di depoliticizzazione e banalizzazione dell’esistenza quotidiana. Le immagini di mobilità individuale, di self-made person, l’enfasi sulla “esistenza autocentrata” (prodotta e distribuita massicciamente dall’industria nordamericana dei mezzi di comunicazione) si sono trasformati in importanti strumenti di dominazione.

La cultura che glorifica il “provvisorio” riflette lo sradicamento del capitalismo nordamericano, il suo potere di contrattare e licenziare, di muovere capitali senza considerazione alcuna per le comunità. Il mito della “libertà di movimento” riflette l’incapacità della popolazione di stabilire e consolidare le proprie radici comunitarie prima dei cambiamenti che esige il capitale. La cultura nordamericana glorifica le relazioni fugaci e impersonali come espressioni di “libertà”, quando in realtà quelle condizioni riflettono l’anomia e la subordinazione burocratica di una massa di individui al potere del capitale transnazionale.

L’imperialismo culturale e i valori che promuove hanno svolto un ruolo fondamentale nel prevenire la risposta collettiva degli individui sfruttati al peggioramento delle loro condizioni. La maggiore vittoria dell’imperialismo non è solo l’aver ottenuto profitti, bensì la conquista dello spazio interno della coscienza attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Là dove sia possibile un risorgimento della politica rivoluzionaria, questa dovrà cominciare con l’aprire un fronte di lotta non solo contro le condizioni di sfruttamento, ma anche contro la cultura che sottomette le sue vittime.L’impoverimento prolungato e l’estesa decadenza erodono l’incantesimo e l’attrattiva delle fantasie dei mass media. Le false promesse dell’imperialismo culturale si trasformano in amare beffe.

In secondo luogo, le risorse dell’imperialismo culturale sono limitate dal perdurare di vincoli collettivi. Dove perdurino i vincoli di classe, etnia, di sesso e dove sono forti le pratiche di azione collettiva, l’influenza dei mezzi di comunicazione di massa è limitata o respinta. In terzo luogo, dal momento in cui esistono tradizioni e culture preesistenti, queste formano un “circolo chiuso” che integra pratiche sociali e culturali orientate verso il dentro e verso il basso, non verso l’alto e verso il fuori. La lotta culturale è radicata nei valori di autonomia, comunità e solidarietà, necessari per creare una coscienza favorevole alle trasformazioni sociali. L’imperialismo culturale si alimenta delle novità, delle manipolazioni personali e transitorie, ma mai di una visione di autentici e profondi vincoli.

Fonte: Appello al Popolo

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  1. mardunolbo 3 mesi fa

    Articolo che ha spunti interessanti ma mi sembra viziato all’origine da un marxismo fondamentale che vede persino nella chiesa del passato invece di una forma di liberazione dalla tirannia ed ogni forma di sottomissione , una struttura che vincola alla subordinazione !
    Povero articolista! Non ha ancora capito bene le connessioni tra capitalismo e lobbies economiche…

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  2. Max Tuanton 3 mesi fa

    Per me ha ragione in tutto l’articolista , il problema e’ che e’ come quando I giornalisti che tornavano dalla russia e accusavano il comunismo I bolscevichi stalin di tutte le atrocita’ ma si scordavano sempre di nominare I miei amici,I’ll perche’ e ‘ presto detto ,se ti metti contro quell’etnia ti si crea il deserto intorno,diventi un appestato a vita ,piu lavoro piu soldi ,finito nel momento in cui li critichi si diventa una cloaca

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  3. Silvia 3 mesi fa

    A me pero’ sembra che molte popolazioni del cosiddetto Terzo Mondo, almeno quelle dell’Asia, si facciano manipolare un po’ meno di quelle europee.

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  4. Giorgio 3 mesi fa

    L’apologia all’idiozia.

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  5. Renè 3 mesi fa

    I compagni sono cavalli da soma con i paraocchi: tutti e sette i punti citati all’inizio dell’articolo potrebbero identificare un regime comunista, l’attribuire solo al capitalismo la distruzione delle identità nazionali ed il culto della “modernità” è una dichiarazione assolutamente esilarante. Come tutto il resto… infatti tutti i regimi seguono lo stesso manuale:”Propaganda” di E.Bernays… che non mi si venga a dire che i compagni qui in Italia non hanno occupato istruzione e media, anzi poco prima che il “muro” crollasse, quel ridicolo personaggio dei fumetti, tal Occhetto, per accreditarsi con i nuovi padroni americani, portò in dote proprio l’infiltrazione del PCI nei gangli vitali della nostra Italia a cominciare dall’ magistratura, che fu poi usata in “mani pulite” e nei mass-media.
    Dunque il successo della subcultura capitalistica in Italia è stata possibile proprio grazie alla struttura del partito comunista ed al totale servilismo, obbedienza al partito dei suoi iscritti.

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  6. Fabio 3 mesi fa

    Non è propriamente così: si tratta sempre e solo di una sporca questione di soldi. Dalla quale deriva una invasione culturale vera e propria e planetaria. All’indomani della vittoria alleata, gli USA imposero l’acquisto continuato di tutto ciò che producevano nei loro studi cinematografici e credo che ciò fosse collegato al fottuto Piano Marshall. In poche parole, io ti “regalo” i soldi per rimetterti in piedi ma tu in cambio comperi con quei soldi i miei prodotti e per di più firmi perché tu sia alleato (cioè incatenato) entro l’antemurale europeo (NATO) che in caso di guerra con l’URSS verrà distrutto al primo cozzo dei sovietici e così noi potremo contrattaccare con le forze intatte. I primi governanti di quegli anni erano un insieme di galantuomini e di farabutti. Firmarono e comprarono o fecerocomperare di tutto dallo zio Sam. Del resto non erano liberi e dovevano recitare la barzelletta della democrazia. Così arrivò la TV con RInTinTin e Mike Bongiorno e prima ancora Topolino e Paperino e “Nembo Kid” (Superman) eccetera eccetera. Coca Cola e il sogno di Dysneiland come viaggio premio per il bravo lettore di Topolino eccetera eccetera. Ma tutto era forse sopportabile, suvvia. E’ stato con la deboscia dilagante nella cultura americana, con la sua decadenza morale, che le cose sono divenute insopportabili. Ah!, dimenticavo le 7 sorelle e l’assassinio di Mattei che ci hanno tolto la possibilità di avere l’indipendenza petrolifera e sono il segno di chi comandava realmente.

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    1. Fabio 3 mesi fa

      la commedia, pardon, mentre la democrazia italiana è da sempre una barzelletta

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  7. Fabio 3 mesi fa

    Ricordiamoci di quel film americano sulla guerra nel Vietnam. Nel finale si vedevano e sentivano i soldati che si dirigevano finalmente nelle loro caserme per tornare a casa dopo essere stati mezzo decimati, che cantavano a squarciagola la canzone di Topolino….No, non qualcosa di speciale come “Il ponte di Perati” o “Il testamento del capitano”, severo monito alla durezza di una guerra affrontata e sofferta volenti o nolenti, ma la canzone di Topolino, sì, proprio quella, quella dei cartoni animati. Teste di cazzo! Il materialismo più assoluto e nessuna speranza di un mondo migliore o di una dignità personale profonda…

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    1. mardunolbo 3 mesi fa

      Tristi verita´, Fabio ! Concordo !

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