Limite della tolleranza


di Lorenzo Merlo


Quante volte abbiamo sentito il fastidio per le espressioni altrui? Quante volte le abbiamo giudicate con definitivi aggettivi dispregiativi? Quante volte non abbiamo esitato a sentirci dalla parte giusta? E quante volte invece abbiamo accettato, dando pari dignità a quella che chiediamo per noi stessi, prospettive che mai avevamo sospettato esistessero? Quante volte ci siamo comportati secondo le leggi egoiche e quante volte ne abbiamo dimostrato l’emancipazione?

La Cultura della tolleranza
La cultura della tolleranza trova il suo fondamento nel concetto di Carità cristiana. Porgi l’altra guancia ne è emblema. Ma una certa disponibilità nei confronti del prossimo è presente anche in altre culture. Sebbene tra i cinque precetti dell’Islam non ve ne sia uno dedicato specificamente alla tolleranza, si trova la zakāt (dono, elemosina, devoluzione), che riguarda l’obbligo di aiuto ai bisognosi. In certe culture rurali e tradizionali come in il Pashtunwali afghano, nel Kanun del nord Albania, nel Codice barbaricino della Barbagia sarda, nel Bushido dei Samurai giapponesi, l’assistenza ai viandanti, con alloggio, cibo e cura, è un momento sostanziale di concreto rispetto delle norme sociali.
Per quanto l’applicazione di queste premesse sia personalizzata, vi si può riconoscere l’origine della cultura della tolleranza e della reciproca assistenza.
Man mano che la condizione sociale da comunitaria è divenuta materialista e individualista, l’obbligo di attenzione e tolleranza è andato perdendosi nella prassi, è andato calcificandosi nella politica. La tolleranza, da pratica sociale è involuta in concetto intellettuale. Da carnale e sentimentale a principio morale, da essenza a feticcio, spesso ben travestito da buonismo come dogmatica pillola quotidiana per sentirsi bene.


Si è perso nell’abitudine al rispetto del canovaccio delle formalità. Un buco del mondo dell’apparenza nel quale siamo precipitati, dove a mezzo del sistema della rana bollita*, non c’è ragione per interrogarsi in merito alla Tolleranza, in merito alla sua vera natura. Diamo così per scontato di possederne a sufficienza, di poterla applicare con le pennellate dei nostri gesti e delle nostre parole, di essere in diritto di colpevolizzazione di chi non dimostra pari indice specifico. Ma tutto ciò accade dentro quell’edulcorato buco, senza avvederci degli imperativi che ci impone, che è solo teoria e del tutto corrispondente all’immagine ideale di noi stessi. Quella che cerchiamo di farci riconoscere dal prossimo, nella quale amiamo riconoscerci. Che è poca cosa nel computo delle potenzialità umane.
Nel buco ci si dimena nel groviglio delle dinamiche che riguardano il dominio dell’io su noi stessi. Ovvero di una volontà emessa dalla vanità, dall’orgoglio, dall’importanza personale. L’io è anche l’utero della generazione dell’altro, come entità separata da noi; della cosiddetta oggettività; e più in generale del dualismo e della sua sussistenza, nonché inconsapevole celebrazione.
Il dominio dell’io genera e sostiene i suoi motti di avidità. Non a caso la cultura della competizione, celebrata come naturale, tramandata come insostituibile o anche solo riducibile da valore assoluto a relativo, ne è sufficiente dimostrazione. Sotto il giogo egoico produciamo le ragioni della legittimazione dell’accumulo, quindi quelle dell’avere come minimo comune multiplo della vita.

Verità condizionata
Avviluppati dalla suggestione dell’io, il meglio che possiamo esprimere riguarda la moralità. Questa è tanto più consistente e rappresentativa di noi quanto siamo in grado di argomentarla dialetticamente. Un processo che implica il Giudizio, il quale castiga o elegge in funzione di quanto sappiamo cognitivamente mettere in campo. Per quanto la questione riguardi e si esaurisca nella dimensione intellettuale, ovvero la più superficiale, la meno incisiva e necessaria alla nostra evoluzione, ne andiamo fieri come i mostruosi Generali di Enrico Baj. Il mondo delle apparenze è soddisfatto. Il buco egoico è saturo, tutto il resto gli è superfluo.

Generale, dipinto di Enrico Baj


In questo ambito, nel nostro ambito culturale, dire tolleranza è richiamare un valore e riferire di ciò che abbiamo capito, di ciò che vorremmo. Sebbene appaia che più di così non si può, non è che il culmine cultural-intellettualistico. Da quelle altezze crediamo si possa guardare in basso con diritto di superiorità. Inebriati di merito, inconsapevoli del processo autopoieutico e quindi autoreferenziale, ci riteniamo in diritto di autocelebrazione. Ci da diritto di vita e di morte non solo simbolica, allegorica e metaforica, nei confronti dell’altro. È questa la tolleranza che vantiamo, con la quale preferiamo non fare i conti.


Il sistema egocentrico di realtà può realizzare solo il succedaneo della Tolleranza. Un prodotto desiderato, considerato acquisito, ma che nasconde in sé il necessario per riconoscere quanto è stato sopravvalutato, quanto è limitato. Ha in sé tutto per essere contraddetto alla prima circostanza utile, alla prima occasione in cui l’importanza personale istintivamente si sveglia e alza la cresta.
Il dominio occulto dell’io ci impone identificazioni varie: a ideologie, morali, sentimenti, ruoli, cose. Ce li fa credere nostri. Segreta riduzione del nostro infinito, alla quale rispondiamo convinti e ubbidienti, con la difesa di quanto è nostro e perciò sacro. Il dominio dell’io sugli esseri umani è indispensabile alla loro storia di guerra.
Ma tutto ciò significa che il nostro gradiente di tolleranza dipende dal punto in cui ci consideriamo autorizzati ad intervenire per difendere qualcosa di noi, qualcosa che coincide con noi, qualcosa che siamo noi.
Dalla trincea di quel punto, nel buco dell’apparenza, combattiamo secondo leggi che, a parole, non avremmo accettato, e che nei fatti avremmo condannato senza se e senza ma, se da altri rispettate.
In nome dell’autodifesa la tolleranza diviene neve al sole.

La Tolleranza
Emancipati dalla rete dell’io e dal mondo che ci mostra, il registro cambia. Non c’è più nulla da difendere. Tutto è temporale e transitorio. Tutti siamo identici. Le suggestioni delle identificazioni ci sono ora evidenti ed identiche per tutti. Tutti reagiamo o non reagiamo in funzione della dominanza o emancipazione da forze apparentemente esterne, ma che invece generiamo. Non essere più identificati a nulla è non avere più nulla da difendere, è non avere più ragioni per sopraffare il prossimo. È un processo che tende all’invulnerabilità e dunque alla Tolleranza incarnata, realizzata. Quel genere d’essere che viene detto amore incondizionato.

Epilogo egoico
Dedicarsi a girare intorno al commento che allora la Tolleranza non è possibile per restarsene nel cantuccio protetto e caldo in cui vivere la nostra rannicchiata vita, significa non trarre materia per evolvere. Per interrompere il tran-tran, per contaminarci con forze che ne rimescolino lo status quo. L’epilogo egoico usa le categorie e le classificazioni separatorie e analitiche che le sono proprie, nelle quali ritiene di poter collocare le parti di realtà che vede. Singole monadi tra loro separate o collegate secondo strumentale necessità. In tali arbitrarie intitolazioni ripone ciò che chiama Conoscenza. Nel nostro caso, come farebbe con un ansiolitico, prenderà dall’opportuna cassettiera in cui ha riposto il vero, il concetto di utopia. Come per l’ansia, modalità utile per risolvere il problema della falsa tolleranza o della tolleranza secondo comodità.

Epilogo evolutivo
Intravedere le forze che agiscono su noi, cogliere quanto e quando siamo capaci di sentirle o meno, prendere le distanze dal nostro giudizio, permette un’esplorazione di sé altrimenti impedita. Permette di arrivare a ricreare l’amore disinteressato di cui alcuni ciarlatani vaneggiano. Intravedere dimensioni sulle quali la cultura non ci ha permesso di soffermarci, è intravedere anche il mondo che contengono. Un mondo dove l’io c’è ma non si burla più di noi.

Lorenzo Merlo

13 Commenti

  • giorgio
    30 Marzo 2021

    In questo articolo (pedante e barboso) salvo qualche passaggio nel quale si critica, in modo troppo blando, il modello di società individualista e competitiva trionfante in occidente ……

    • atlas
      30 Marzo 2021

      all’inizio ho letto che l’articolista è il Merlo; ciò nonostante, scevro da pregiudizi ho provato a leggere, ma dopo poche righe non vi ho trovato nulla d’interessante. Perdita di tempo

  • sublime
    30 Marzo 2021

    Caro merlotto: finchè tu ci sei,tu generico,non c’è Amore Incondizionato,AGAPE;
    quando c’è Amore Incondizionato,AGAPE,non ci sei più tu,sempre generico.
    Semplice no!
    Firmato ciarlatano sublime,in ordine alfabetico.

  • Woland
    30 Marzo 2021

    La tolleranza non è un concetto cristiano.
    Sul piano della verità non si può tollerare l’errore.
    Sul piano della relazione personale la tolleranza è troppo poco, squalifica l’altro.

    • sublime
      30 Marzo 2021

      Sì hai ragione ma,in toto,non mi impiallaccio al tuo pensiero.Qualche volta s’è d’accordo per sommi capi,ma con verbi sostantivi e aggettivazioni diversi e non ben compresi, si rischia,invece, di trovarsi su fronti opposti.Da parte mia ci sarà sempre il piacere di ascoltarti.

      • Sandro
        30 Marzo 2021

        Complimenti! Non è da tutti usare un termine “artigianale” per esprimere un pensiero quanto più aderente a ciò si vuol intendere. Ai non addetti ai lavori ricordo che impiallacciare (impiallacciatura) è una pratica che il falegname – quelli di una volta – usa per “nobilitare” un manufatto in legno non pregiato. La parte interessata viene unita intimamente a fogli sottilissimi di altro legno di maggior pregio facendolo sembrare autentico. Se ben fatto, si realizzano veri e propri capolavori e, garantisco, con gran soddisfazione.

        • sublime
          31 Marzo 2021

          Gentile,acuto e non banale il tuo commento.
          Devotamente ringrazio.

    • Sandro
      30 Marzo 2021

      “La tolleranza non è un concetto cristiano.” Un esempio: Marco 11, 12-21

      • sublime
        31 Marzo 2021

        Hai scelto un brano evangelico”difficile”e soprattutto controverso nell’episodio del fico sterile dove si sono cimentati più scafati commentatori ed esegeti.Da parte mia quando sono in imbarazzo non scelgo proprio.Ho un piccolo trucco, che in molte situazioni evangeliche è servito per levarmi dall’impaccio.Gesù, qualsivoglia cosa dica o faccia,fa sempre la volontà del Padre.

  • Eugenio Orso
    30 Marzo 2021

    Di cosa parliamo?
    Se ci si appresta a una guerra culturale con un nemico spietato, non ci può essere tolleranza, se non si vuole andare incontro a una sconfitta aprioristica.
    Inoltre, in coda a questi “amorevoli discorsi” ricordo che se l’amore è il motore della storia, a quanto si capisce del pensiero di Merlo, è l’odio il carburante. L’odio di classe, di civiltà, l’odio politico, eccetera eccetera.

    Cari saluti

    • atlas
      30 Marzo 2021

      Weltanschauung

      le capacità intellettive degli esseri umani si basano su due stadi progressivi, uno primario, ed uno secondario. Lo stadio primario è quello dell’evidenza, del ‘non sparare cazzate’. Il secondo è quello delle competenze: il filosofo, il botanico, il geologo, l’ingegnere.

      Il primo stadio è alla portata di tutti, perché è facilmente verificabile, non servono conoscenze, basta l’intelligenza base, quella primaria, che ti fa capire al volo le cose.

      Per il secondo servono in generale anni di studi, per poter parlare. E dire cose intelligenti.
      Il secondo stadio presuppone il primo. Non può arrivare a negare l’evidenza. Altrimenti non è sapere ma favola. Un racconto personale a cui dover credere. Non c’è sapere, che, per avere una qualche parvenza di serietà, non debba dichiarare imprescindibile l’esperienza. La realtà intorno. Quello che è, perché si vede. Ma anche quello che è perché logico, valido, immediatamente certo. Nessun geologo può affermare che la pietra è materia liquida, come nessun fisico negare che il fuoco bruci. Altrimenti l’intelligenza primaria ha diritto di buttarli fuori dalla porta. Se un esperto afferma qualcosa che contraddice l’intelligenza primaria, le sue affermazioni entrano nel novero delle ‘cazzate’.

      Un esempio calzante (di cazzata), è quello della malattia asintomatica: il medico che si avvicina a qualcuno che sta bene per dirgli ‘tu sei malato ma non lo sai’, anzi, che lo cerca disperatamente per poterglielo dire, è figura grottesca, che dovrebbe solo suscitare risa. Non critiche (perché il vuoto non è criticabile), ma un bel coppino sì, un ‘ma va là’, un bello spintone ridanciano, tra amici, o un ‘ma mi faccia il piacere’ di decurtisiana memoria.

      Quando Crisanti tirò fuori dal cilindro di Vo’ Euganeo i malati asintomatici contagiosi, una reazione naturale, intelligente, umana, non era la contestazione dei suoi studi, ma il fargli le corna dietro in una bella foto di gruppo, disegnargli i baffi con un pennarello, o invitarlo a un vinello da bersi assieme, per dimenticare i brutti pensieri.

      Prendere sul serio l’idiozia, il ‘semplicemente deficiente’, la malattia asintomatica, è proprio di chi si è (già) bevuto il cervello a forza di ascoltare ‘cazzate’, al punto da non riconoscerle più come cazzate. Gettare nel cesso l’intelligenza primaria era la base per il credo pandemico. Uno stadio, il secondo, che ha potuto proliferare fino a raccontare ‘cazzate’ perché del primo, nell’uomo, non era rimasto più nulla. Una testa vuota, che poteva essere riempita di qualsiasi cosa

  • Mardunolbo
    31 Marzo 2021

    Ottima citazione, Atlas, apostata brillante…

  • Giorgio
    31 Marzo 2021

    Ottimo commento Atlas …….

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