di Pepe Escobar
Nessuno scommetterebbe che la maggior parte delle monarchie petrolifere del Consiglio di Cooperazione del Golfo in Medio Oriente abbia capito da che parte tira il vento.
Cina e Pakistan hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cinque punti sulla guerra contro l’Iran che, a prima vista, potrebbe sembrare estremamente timida.
- Cessate il fuoco immediato e accesso umanitario a tutte le zone colpite.
- Colloqui di pace rapidi; rispetto della sovranità dell’Iran e degli Stati del Golfo; diplomazia anziché forza.
- La protezione dei civili e delle infrastrutture non militari ai sensi del diritto internazionale.
- La sicurezza delle rotte marittime, in particolare dello Stretto di Hormuz.
- Rafforzare il ruolo delle Nazioni Unite e un quadro di pace basato sulla Carta delle Nazioni Unite.
Nonostante l’eccessivo entusiasmo del ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar , il tutto sembra un insieme di vuoti cliché. Dar ha fortemente sottolineato che sia gli Stati Uniti che l’Iran hanno espresso “fiducia” negli sforzi di mediazione del Pakistan. Questo è altamente discutibile.
Uno scenario plausibile: la Cina non è rimasta affatto convinta dai colloqui del Quad – i ministri degli esteri di Pakistan, Turchia, Arabia Saudita ed Egitto – tenutisi a Islamabad. Dar si è quindi dovuto recare d’urgenza a Pechino per rispondere ad alcune domande scomode.
Soprattutto, la Cina non poteva in alcun caso correre il rischio di farsi garante di un piano inesistente che sarebbe stato certamente spazzato via in men che non si dica dal babbuino berbero.
Naturalmente, la questione è molto più complessa di così. Ma questo argomento dovrà essere discusso esclusivamente tra Cina e Iran. Dar ha dovuto correre a Pechino perché Teheran non si fida completamente del Pakistan, figuriamoci dei turchi e degli arabi. Affinché si concretizzi qualcosa di significativo, l’Iran ha bisogno di serie garanzie da parte della Cina.
In precedenza, il governo iraniano – con tutti i suoi ministri – aveva risposto alla lettera americana in 15 punti inviata tramite il Pakistan (essenzialmente un’altra richiesta di resa). Aveva respinto tutti i punti americani e ribadito il proprio diritto ad arricchire l’uranio, a continuare a sviluppare i propri sistemi missilistici, a chiedere un risarcimento per la guerra illegale e a esigere una fine definitiva del conflitto garantita dalle Nazioni Unite.
Poi c’è un altro scenario intrigante. La vaga dichiarazione finale potrebbe essere interpretata come un’apertura che consentirebbe alla Cina di intervenire e plasmare il Golfo Persico post-americano.

Il capo dell’esercito pakistano, il feldmaresciallo Asim Munir (nella foto), l’uomo forte dell’attuale regime, ha il numero del “Babbuino Barbaro” in rubrica. Questo era il secondo viaggio di Ishaq Dar in Cina in tre mesi. Di recente ha parlato diverse volte al telefono con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi.
Quindi, come siamo arrivati a questo punto?
Quali sono i veri obiettivi di questo “Quadriforme musulmano”?
A dire il vero, l’Egitto è geopoliticamente insignificante; e, a peggiorare le cose, non ha fatto assolutamente nulla di fronte all’orribile genocidio di Gaza. L’Egitto e il Pakistan possono essere considerati per molti aspetti vassalli dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, che a loro volta sono vassalli del duo “culto della morte” statunitense in Medio Oriente (ma, nel caso dell’Arabia Saudita, la situazione potrebbe presto cambiare).
Si è ampiamente affermato che l’incontro di Islamabad sia stato coordinato da un “asse sunnita”. Questa è una totale assurdità. Ciò che conta davvero è che tutti loro sostengono il culto della morte in Medio Oriente; ad esempio, la Turchia, che continua i suoi commerci clandestini nonostante un divieto “ufficiale”.
Le relazioni intrecciate tra questi quattro paesi musulmani sono complesse. Pakistan e Iran condividono un confine delicato: il Sistan-Baluchistan in Iran, il Baluchistan in Pakistan, quest’ultimo brulicante di gruppi infiltrati e armati dalla CIA e dall’MI6, come il Movimento di Liberazione del Balochistan (BLM).
Lo scorso settembre Islamabad ha concluso un patto di difesa con Riyadh; tuttavia, ciò non significa che il Pakistan aiuterà l’Arabia Saudita contro l’Iran, che viene illegalmente bombardato da attori stranieri. Tutti, persino nei deserti del Balochistan, sanno che se l’Iran cade, il Pakistan sarà il prossimo.
Fidan, turco con ambizioni presidenziali, è essenzialmente un atlantista. Pakistan ed Egitto sono entrambi di fatto governati da due generali con legami con il sionismo. E, a complicare ulteriormente le cose, il Babbuino di Barberia ha pubblicamente definito MbS un leccapiedi: niente nel mondo arabo potrebbe essere più umiliante di questo.
Il Quad di Islamabad si è riunito proprio mentre Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait esortavano privatamente l’Iran a fare tutto il possibile contro il Paese. La situazione è cambiata all’istante dopo la manovra degli adulatori.

Erdogan con Bin Salman (MBS)
Oggi il Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) è già frammentato. L’Oman e il Qatar si sono dichiarati neutrali e non si opporranno all’Iran. Riyadh, seguendo l’esempio di Islamabad, ha rilasciato una dichiarazione piuttosto altisonante. Mohammed bin Salman ha già iniziato a vendicarsi: “Non compreremo più armi americane”. Traduzione: una parte della colossale truffa del petrodollaro sta già crollando. L’altra parte sta crollando nello Stretto di Hormuz.
Era chiaro, ancor prima di Islamabad, che l’Iran avrebbe ignorato qualsiasi richiesta americana trasmessa dal Quad. Avrebbe tenuto conto solo di quelle trasmesse dalla Cina.
La diplomazia cinese padroneggia ancora l’arte della sofisticata sobrietà. E della prudenza. Fu la Cina a negoziare l’accordo diplomatico tra Iran e Arabia Saudita a Pechino: Wang Yi era presente per dare la sua approvazione. Ma in realtà, l’accordo non si è mai concretizzato.
Pechino non può assolutamente rischiare di garantire da sola un’iniziativa di pace, poiché non si fida né dell’amministrazione Trump né degli psicopatici genocidi di Tel Aviv.
L’unica via ragionevole da seguire sarebbe una sorta di patto di non aggressione pienamente garantito dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza; e persino questo potrebbe essere ridotto in cenere dal Babbuino di Barberia non appena i suoi capricci lo richiederanno.
Mettere i persiani, gli arabi, i turchi e i curdi gli uni contro gli altri
L’ambizione di Islamabad non ha limiti. Sognano di facilitare un accordo su Hormuz – già in fase di elaborazione da parte di Teheran – con Pechino come garante de facto, consolidando così l’influenza cinese nel Golfo Persico mentre il Pakistan raccoglie i frutti strategici del suo status di partner geopolitico chiave in Medio Oriente.
Ma c’è un intoppo. Né l’Iran né la Cina hanno bisogno del Pakistan per un accordo sullo Stretto di Hormuz. È già in atto: il parlamento iraniano ha già approvato una legge per rendere permanente il pedaggio, con un sistema a più livelli in cui Teheran riscuote i pedaggi in yuan e il passaggio è consentito a tutte le navi tranne quelle legate agli Stati Uniti e a Israele.
In Medio Oriente tutti sanno cosa vuole questo culto della morte: una strategia totale di “divide et impera”, che metta persiani, turchi, arabi e curdi gli uni contro gli altri. In sostanza, l’implosione del Medio Oriente – con le proverbiali e alimentate tensioni settarie sunnite-sciite che si estendono fino a coinvolgere il Pakistan – tutto a beneficio di questo orribile miscuglio che è Eretz Israel.
Ipotizzando che la guerra si concluda con un accordo negoziato – cosa assolutamente fuori discussione nello stato attuale delle cose – il Pakistan ne trarrebbe un enorme vantaggio: il gasdotto Iran-Pakistan (IP), perennemente fermo e bloccato dalle sanzioni statunitensi, vedrebbe finalmente la luce.
Poi c’è la questione di Gwadar: il porto pakistano sul Mar Arabico, che rappresenta la controparte del porto iraniano di Chabahar, situato a soli 80 km di distanza. Gwadar si trova a 400 km dallo Stretto di Hormuz. Gwadar è il terminale marittimo sud-occidentale del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), un progetto di punta della Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative – BRI), del valore di 62 miliardi di dollari.

Un boom a Gwadar consentirebbe al Pakistan di sviluppare infrastrutture di raffinazione, stoccaggio e transito, collegandolo ai flussi energetici iraniani. In altre parole, una maggiore integrazione tra il Medio Oriente e l’Asia meridionale. Non c’è da stupirsi che gli americani stiano facendo tutto il possibile per impedirlo, proprio come stanno bombardando i nodi di un altro corridoio di connettività fondamentale, il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC) che collega Russia, Iran e India.
Crepe nelle scintillanti mura del CCG
Il Consiglio di Cooperazione del Golfo si sta frammentando in tempo reale. Gli Emirati Arabi Uniti, una costruzione artificiale creata dagli inglesi su territori appartenenti al Sultanato dell’Oman, sono, a tutti gli effetti, entrati nella guerra americana contro l’Iran. Nessuna cultura. Nessuna storia. Solo una scintillante macchina per il riciclaggio di denaro, che potrebbe essere condannata all’estinzione o al ritorno in Oman.
Da parte sua, MbS ha già iniziato a vendicarsi: e ciò che vuole non è certo ciò che MbZ vuole ad Abu Dhabi. L’Iran, nel frattempo, ha già acquisito, grazie ai suoi missili balistici, la capacità di devastare le petromonarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo che persistono nel permettere i raid aerei americani.
Eppure, a parte gli infiniti sfoghi furiosi e le modifiche al discorso, non sembra esserci alcuna possibilità concreta che lo psicopatico criminale squilibrato che incarna la presidenza degli Stati Uniti trovi una via d’uscita onorevole dalla sua guerra.
Deve ripagare i suoi donatori sionisti, scelti personalmente da lui, che gli hanno elargito miliardi di dollari; ha bisogno di un diversivo per distogliere l’attenzione dal caso Epstein; eppure, allo stesso tempo, ci sono segnali che indicano che si sta annoiando; che è pronto ad abbandonare le monarchie petrolifere del GCC; pronto a dichiarare “missione compiuta”; e pronto a cambiare nuovamente la narrazione, ad esempio attaccando Cuba.
La Cina e il Sud del mondo, d’altro canto, sono pienamente consapevoli che la resistenza sovrana iraniana è ora il fattore che cambierà radicalmente le carte in tavola.
La geografia è un’inevitabilità, così come la storia è geografia in movimento: l’Iran è il crocevia fondamentale e il ponte logistico marittimo/terrestre che collega la Russia, tutta l’Asia, il Medio Oriente, l’Europa e l’Africa. Cina, Russia e i paesi BRICS+, attualmente in un profondo coma, non possono permettersi di non sostenere l’Iran. Perché l’intero futuro di qualsiasi potenziale multipolarità globale dipende da un Iran sovrano, prospero e sopravvissuto, rafforzato dalla resistenza.
Tuttavia, al momento nessuno scommette che la maggior parte delle petromonarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo in Medio Oriente abbia capito da che parte tira il vento.
Fonte: Strategic Culture Foundation
Traduzione: Luciano Lago

5 commenti su “L’enigma Cina-Pakistan-GCC”
La dichiarazione congiunta Cina – Pakistan fuffa allo stato puro.la non ingerenza, dottrina sacra della diplomazia cinese, continua imperterrita,coniugata alla seduta sulla sponda del fiume in attesa di veder passare,a cospetto del mondo, la loro dignità e reputazione.
Buona Pasqua alla Redazione
Io non capisco di preciso cosa fanno Cina e Russia…
Nel senso, volete proteggere l iran dagli attacchi?
Allora perche non mandare provvisoriamente truppe ad esempio cinesi (che stan a poltrire letteralmente in Cina a grattarsi le uova stipendiati) in iran (col permesso ovviamente)?
Di modo che gli Usa non possano piu attaccare?
Mah ….
Se dovesse cadere l’Iran il prossimo non sarebbe il Pakistan, ma la Turchia. Poi, sì, toccherebbe anche al Pakistan, che è, però, di gran lunga,l’osso più duro : 250 milioni di abitanti e, soprattutto, un arsenale nucleare da fare impallidire persino lo Yahweh degli ebrei…
Devo precisare due cosette che mi sembrano assolutamente non secondarie, letto l’articolo del simpatico brasiliano Pepe Escobar, brillante come il solito:
1) Gli obbiettivi dell’aggressione all’Iran sono stati stabiliti dalla “classe epstein” che domina gli u.s.a. – alla quale importa poco che trump voglia far dimenticare il suo rapporto con epstein con una guerra – la quale “classe epstein”, come sappiamo, porge qualsiasi appoggio agli ebrei dell’entità sionista e al loro progetto criminale del “grande israele”, anche a scapito degli interessi vitali del popolume statunitoide non ebreo, che vuole in maggioranza la pace e un “ripiegamento” dell’amministrazione sugli affari interni.
2) I principini parassiti del petrodollaro nella penisola arabica, non possono liberarsi dal gioco ebreo-statunitoide semplicemente perché non hanno la forza per farlo e il loro potere è “feudale” e dinastico, esposto a tutte le intemperie (sono troppo deboli), come avremo modo di notare bene nel prossimo futuro, e se non sarà rovesciato da una parte dei cittadini e dai molti lavoratori immigrati in maggioranza musulmani sunniti, trattati da schifo, in seguito alla devastazione provocata dalla reazione iraniana, sarà sicuramente rovesciato da ebrei e statunitoidi, nel caso i principini viziati vorranno “sganciarsi” e porre fine al petrodollaro.
Cari saluti
Una bella notizia ci dice Pepe, che Mbs non farà acquisti in Usa.
Sicuramente, ciò creerà problemi al petrodollaro, il quale a presto subirà conseguenze negative dal pedaggio Iraniano.
Inoltre, la parte Nord dell’Arabia Saudita dovrebbe fare parte della grande Israele. Il che dovrebbe convincere Mbs e dinastia che in cado di sconfitta dell’Iran perderebbero una bella porzione del loro regno.
Una cosa è certa, si avvicina sempre di più il tracollo dell’impero U$raele.