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Le donne palestinesi sfidano Israele – anche se Israele le imprigiona

Copertina – Dareen Tatour è una delle tante donne prigioniere politiche palestinesi che hanno subito la violenza del sistema giudiziario israeliano.

Lisa Gleeson, 1 marzo 2018

Volendo impiegare seriamente la Giornata internazionale della donna che si tiene ogni anno l’8 marzo per promuovere la libertà e l’uguaglianza delle donne e delle ragazze, non dovremmo ignorare le donne palestinesi.

La violenza e la discriminazione, che le donne di tutto il mondo sperimentano, in Palestina sono aggravate dall’occupazione israeliana e dalle pratiche di apartheid che colpiscono tutti i palestinesi – ma in modo sproporzionato le donne. Un esempio della violenza dell’occupazione israeliana è il trattamento che riserva alle donne palestinesi prigioniere.

Nell’approssimarsi della Giornata internazionale della donna, c’è un certo numero di donne prigioniere il cui destino nel migliore dei casi è incerto.

Ahed Tamimi

Ahed Tamimi
Forse il profilo più alto è quello della diciassettenne Ahed Tamimi. Ahed rimane in carcere dopo essere stata arrestata in dicembre per avere schiaffeggiato un soldato israeliano durante una manifestazione contro l’espansione degli insediamenti israeliani illegali nel suo villaggio natale di Nabi Saleh in Cisgiordania.

Il processo di Ahed in un tribunale militare israeliano è chiuso per gli osservatori (apparentemente per la sua “protezione”), rendendone quasi impossibile la copertura. La ragazza ha affrontato anche violenze da parte dei media israeliani.

A dicembre il giornalista israeliano Ben Caspit ha scritto delle manifestazioni della famiglia Tamimi, in commenti in seguito ritrattati, che “nel caso delle ragazze, dovremmo esigere un prezzo in una qualche altra occasione, al buio, senza testimoni e telecamere”.

Manal Tamimi è un membro femminile meno conosciuto del clan Tamimi e non è estranea alla brutalità dell’occupazione. Nonostante gli sforzi per sabotare i suoi account nei social media, Manal riesce a riferire in merito alle violazioni sistematiche dei diritti umani che i palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana di cui soffrono.

Facebook ha apparentemente limitato l’account di Manal dopo che il 25 febbraio aveva mandato in diretta le riprese di uno dei frequenti raid israeliani contro Nabi Saleh in cui sono stati rapiti otto giovani residenti. Tra gli arrestati c’era Mohammed Tamimi, cugino di Ahed.

L’arresto di Mohammed ha provocato una diffusa indignazione, poiché il ragazzo ha perso un terzo del cranio dopo che a dicembre era stato colpito a distanza ravvicinata da un soldato israeliano. Questo incidente scatenò la protesta in cui Ahed è stata arrestata.

Da parte loro, Rusaila e Sara Shamasneh sono madre e figlia abitanti della città palestinese di Qatanna. Sono state rilasciate dal carcere il 25 febbraio, ma non prima che Rusaila facesse ricorso a uno sciopero della fame per essere stata separata dalla figlia.

Cinque giorni prima erano state condannate a 40 giorni di carcere con l’accusa definita genericamente “incitamento”. Le accuse riguardavano commenti fatti due anni prima ai funerali del figlio e fratello Mohammed Shamasneh, ucciso dai soldati israeliani.

Dareen Tatour
L’esperienza del sistema giudiziario israeliano fatta dalla poetessa palestinese Dareen Tatour è un altro caso della sua ingiustizia. Inizialmente posta agli arresti domiciliari e con il divieto di usare internet dopo aver pubblicato una lettura di una delle sue poesie, la sua detenzione e il processo hanno finora preso più di due anni della sua vita.

972mag.com ha riferito a dicembre: “Nell’ultimo anno e mezzo, un dramma strano e inquietante si è svolto in un’aula di Haifa. Sul banco degli imputati c’è una poetessa sotto processo per una poesia politica che ha scritto, interpretato e pubblicato su Facebook. Se andrà in prigione per avere pubblicato quella poesia dipenderà in gran parte da come il giudice alla fine interpreterà alcune parole tradotte da un [ufficiale di polizia] la cui qualifica più alta è avere studiato letteratura araba alle superiori.

“Dareen Tatour, 35 anni, è cittadina palestinese di Israele della città di Reineh, appena fuori Nazareth. La sua poesia, “Qawem Ya Sha’abi, Qawemhum” (“Resisti il mio popolo, resisti”), è stata pubblicata nel 2015 al culmine delle proteste palestinesi portate avanti ovunque in Israele e Cisgiordania e di un’ondata di accoltellamenti del cosiddetto lupo solitario e attacchi con auto contro le forze di sicurezza israeliane e civili in gran parte a Gerusalemme e Hebron.

“Pochi giorni dopo, la polizia ha fatto incursione in casa sua e l’ha arrestata nel cuore della notte. Ha trascorso tre mesi in prigione e da allora è agli arresti domiciliari in attesa della conclusione del processo. È stata accusata di incitamento alla violenza ed di avere espresso sostegno per un’organizzazione terroristica”.

L’articolo osserva: “Il suo arresto e il processo politico rappresentano una nuova era terrificante in cui i palestinesi, e alcuni ebrei-israeliani, sono arrestati e incarcerati dalle autorità israeliane, a volte senza processo, per le cose che scrivono su Facebook …

“Negli ultimi due anni Israele ha arrestato centinaia di palestinesi … (e un esiguo numero di ebrei israeliani) per discorsi politici pubblicati online – principalmente su Facebook …

“A quasi tutti i palestinesi arrestati in questi giorni in qualsiasi contesto di dissenso politico o di protesta viene chiesto dai loro inquisitori di mostrare i propri account sui social media. I contenuti che vi si trovano diventano spesso la materia già pronta per accuse penali, la cui gravità è spesso calcolata in base al numero di seguaci, di mi piace, e di condivisioni di qualunque post sia considerato dannoso”.

Il caso di Tatour ha scatenato le proteste di una serie di importanti scrittori e di PEN International (International Association of Poets, Playwrights, Editors, Essayists, and Novelists), una ONG che supporta la libertà di espressione degli scrittori a livello globale.

Khallda Jarrar

Khalida Jarrar
Khalida Jarrar è un’avvocata dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), l’organismo ufficiale rappresentativo del popolo palestinese e un membro eletto del Consiglio legislativo palestinese per il rivoluzionario socialista Fronte popolare per la liberazione della Palestina (PFLP). È stata condannata a sei mesi di “detenzione amministrativa” nel luglio scorso dopo essere stata arrestata in un raid prima dell’alba a Ramallah, in Cisgiordania. È stata accusata di “incitamento alla violenza”.

La detenzione amministrativa è una misura controversa che consente alle corti israeliane di tenere i palestinesi in carcere senza accusa né processo. Nonostante non abbia affrontato alcun processo per l’accusa di “incitamento”, Jarrar a gennaio si è vista rinnovare il provvedimento di detenzione amministrativa per altri sei mesi, ha dichiarato Amnesty International.

Tali ordini possono essere rinnovati indefinitamente senza alcuna necessità di accuse contro la detenuta.

Il caso di Jarrar non è così conosciuto al di fuori della Palestina come quello di Ahed Tamimi, ma Amnesty International ha chiesto il rilascio di entrambe, così come la fine della pratica della detenzione amministrativa.

Un’aggiunta al profilo del caso di Ahed: la comica ebrea-americana Sarah Silverman ha affrontato l’indignazione dei difensori israeliani per aver chiesto la liberazione di Ahed. In precedenza Silverman aveva chiesto la fine dell’occupazione israeliana della Palestina e agli ebrei di difendere la stessa causa.

In un segnale della portata della solidarietà internazionale verso Ahed e altre prigioniere palestinesi, una coalizione di gruppi di donne in India – in rappresentanza di circa 10 milioni di donne – ha chiesto il suo rilascio e espresso il suo sostegno per la campagna globale di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele. La coalizione ha anche espresso la propria indignazione per l’uccisione dal 2000 di 500 donne palestinesi da parte delle forze di occupazione israeliane.

Affermazioni disperate

Il sostegno internazionale ai prigionieri palestinesi sta crescendo, facendo sì che Israele faccia passi talvolta bizzarri per screditare i dissidenti palestinesi. Ad esempio, in quella che sembra un’affermazione da un oscuro sito di cospirazione di estrema destra, Israele lanciò due anni fa un’inchiesta ufficiale sostenendo che la famiglia Tamimi – le cui prolungate dimostrazioni stavano attirando l’attenzione – erano in realtà attori che fingevano di essere palestinesi.

The Intercept ha riferito il 25 gennaio: “Michael Oren, alto funzionario israeliano incaricato della diplomazia, è stato ridicolizzato per l’ammissione di aver aperto un’indagine formale su una famiglia di attivisti palestinesi basata su una teoria della cospirazione su Internet, con cui si afferma che non si tratta di una vera famiglia, ma di una troupe di attori pagati per fingere di essere sconvolti dall’occupazione della loro terra in Cisgiordania …

“Alla richiesta di spiegare cosa lo abbia portato ad aprire un’indagine classificata come teoria del complotto … Oren ha detto ad Haaretz di sospettare che ‘i membri della famiglia siano stati scelti per il loro aspetto,’ apparente riferimento al fatto che Ahed e suo fratello minore Mohammed sono biondi e dalla pelle chiara.

“Ha anche trovato i loro abiti sospetti, definendo i loro jeans e le T-shirt un vero costume. Vestiti americani sotto ogni aspetto, non palestinesi, con cappelli da baseball all’indietro. Nemmeno gli europei indossano cappelli da baseball all’indietro”.

“E’ stato tutto preparato. Quello che è conosciuto come Pallywood”, ha aggiunto, riferendosi alla teoria del complotto di un blogger americano secondo cui tutti i video che documentano incidenti in cui soldati israeliani vengono ripresi mentre usano violenza contro palestinesi sono messe in scena.”

Tali affermazioni evidenziano la disperazione di Israele dietro al discredito di dissidenti pacifici come Ahed. Un editoriale di Al Jazeera del 15 gennaio ha suggerito che Ahed sta diventando una “Rosa Parks palestinese”, un riferimento alla famosa icona dei diritti civili afro-americani che si rifiutò di lasciare il suo posto a un uomo bianco in Alabama più di sessant’anni fa .

Queste tattiche disperate mostrano come la resistenza delle donne palestinesi stia terrorizzando Israele.

Traduzione: Simonetta Lamberini – invictapalestina

Fonte: Greenleft

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  1. atlas 6 mesi fa

    Israele è solo il nome di Giacobbe nella Bibbia e nel Corano, ma come stato non esiste. Un giorno la Palestina sarà libera dai suoi coloni perché questi non esisteranno più

    salutiamo
    Emanuele Reho Musulmano Siciliano

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    1. dolphin 6 mesi fa

      Amen!

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  2. Mardunolbo 6 mesi fa

    Israele puzza di violenza ovunque ! I suoi lacche’ ebrei che difendono questo stato srto con la violenza e che si mantiene con la violenza, dovrebbero battersi il petto e stracciarsi le vesti per la vergogna internazionale !

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