Lasciare l’Iraq mentre si bombarda l’Iran

Lasciare l’Iraq mentre si bombarda l’Iran

di Leon Hadar

Il ritiro militare americano dall’Iraq è reale; il suo disimpegno dal Medio Oriente non lo è

Il 30 settembre, le ultime truppe americane e della coalizione lasciarono la base aerea di Erbil e il Pentagono dichiarò una “partenza ordinata”.

La Casa Bianca l’ha definita una vittoria. Il presidente Trump, mai incline alla moderazione, ha descritto l’intera operazione come “una costosissima escursione all’inferno”. Per una volta, l’iperbole si avvicina di più alla verità rispetto ai comunicati ufficiali.

Ma prima che l’establishment della politica estera di Washington inizi a redigere i necrologi dell’egemonia americana in Medio Oriente, o a celebrarne la tanto attesa fine, vale la pena porsi una semplice domanda.

Gli Stati Uniti si stanno davvero ritirando dalla regione? O si limitano a spostare le proprie forze sulla scacchiera mentre la partita che stanno perdendo da due decenni continua? Temo che la risposta sia la seconda. Il ritiro dall’Iraq è reale. Il disimpegno dal Medio Oriente non lo è.

Siamo già stati qui

Questa è la seconda volta che Washington ritira tutti i soldati dall’Iraq.

Il primo episodio si verificò nel dicembre 2011, quando l’amministrazione Obama chiuse definitivamente il capitolo della guerra iniziata da George W. Bush nel 2003 per trasformare la Mesopotamia in un faro di democrazia. Meno di tre anni dopo, l’ascesa dello Stato Islamico richiese il ritorno delle truppe americane, e una missione presentata come temporanea si trasformò in una missione durata dodici anni.

Lo schema dovrebbe ormai essere familiare. Washington entra nella regione con grandi progetti: contenere Saddam, trasformare il mondo arabo, sconfiggere il jihadismo, ridimensionare l’influenza iraniana. Scopre che gli abitanti del luogo hanno i propri obiettivi. Dichiara vittoria e se ne va.

Il vuoto che ha contribuito a creare diventa quindi il pretesto per il successivo intervento. Più di 4.500 soldati americani sono morti in Iraq, e la regione non è diventata significativamente più stabile, democratica o filoamericana per questo motivo.

La lezione non è che l’America si sia ritirata troppo presto nel 2011, come insistono i falchi. È che l’America non avrebbe mai dovuto presumere che la sua presenza militare potesse creare un ordine politico che gli iracheni stessi non erano disposti o non erano in grado di costruire.

Truppe USA in Iraq

Disimpegno ipocrita

Ecco dove sta l’assurdità del momento.

Gli Stati Uniti stanno completando un ritiro negoziato dall’amministrazione Biden nel 2024, mentre sono impegnati in una guerra contro l’Iran iniziata con Israele il 28 febbraio. Una vera strategia di disimpegno non si presenta così. Si tratta piuttosto di prendere le distanze dalle controversie regionali, non di aprire un nuovo fronte nella più grande di esse.

Nemmeno la presenza militare è scomparsa. Il quartier generale della task force anti-ISIS è stato semplicemente trasferito in Giordania. Centinaia di soldati americani rimangono in Siria. Le basi nel Golfo sono ancora presenti, così come le portaerei.

Quella che Washington chiama una ritirata è, in pratica, un ridispiegamento: meno obiettivi in ​​Iraq per i gruppi filo-iraniani, maggiore libertà d’azione contro l’Iran stesso.

Può darsi che sia una logica militare sensata. Non si tratta di una nuova grande strategia. Il consenso bipartisan sul fatto che il Medio Oriente sia un interesse vitale per gli Stati Uniti, da tutelare con la forza americana, rimane intatto. È cambiata solo la mappa delle guarnigioni.

Lasciamo che la regione trovi il suo equilibrio

I critici del ritiro hanno già pronti i loro argomenti.

I curdi, che dall’inizio della guerra hanno subito più di mille attacchi di droni e missili iraniani, vengono abbandonati senza difese aeree. Le milizie filo-iraniane che Baghdad aveva promesso di disarmare entro la scadenza stanno festeggiando. Ci viene detto che Teheran colmerà il vuoto.

Queste preoccupazioni non sono futili e i curdi meritano di meglio di un comunicato stampa di addio. Ma sono un argomento a favore della diplomazia e della vendita di armi, non per una presenza americana permanente a Erbil.

L’Iraq è uno stato sovrano con un grande esercito, entrate petrolifere e un governo che ha chiesto a Washington di andarsene. I suoi leader ora parlano di partenariati bilaterali con Washington e altri. Questo è esattamente il comportamento di un paese normale.

Per quanto riguarda l’Iran, la sua influenza in Iraq è cresciuta in modo più significativo durante il periodo di occupazione del paese da parte di oltre 150.000 soldati americani. Iracheni sciiti, arabi sunniti, curdi, turchi, sauditi e iraniani si contenderanno l’influenza a Baghdad.

Lo facevano già molto prima dell’arrivo degli americani, e continueranno a farlo anche dopo. Un equilibrio di potere tra gli attori regionali, per quanto caotico, è più duraturo di uno imposto da Washington.

Milizie sciite in Iraq

Come apparirebbe un vero disimpegno

Se il ritiro dall’Iraq deve avere un significato, dovrebbe essere il primo passo di un ripensamento più ampio, non una ritirata tattica in vista della prossima campagna.

Ciò significherebbe riconoscere che il Medio Oriente ha meno importanza per la sicurezza americana rispetto a quanto ne avesse durante la Guerra Fredda. Gli Stati Uniti sono ora un importante produttore di energia e il petrolio della regione è esportato in Asia in misura di gran lunga maggiore rispetto a quello destinato all’America.

Significherebbe passare dal ruolo di poliziotto regionale a quello di garante dell’equilibrio a distanza. Washington interverrebbe solo quando una potenza ostile minacciasse di dominare l’intera regione, una prospettiva che un Iran sottoposto a una pressione militare costante difficilmente rappresenta. Significherebbe lasciare che Turchia, Arabia Saudita, Egitto, Israele e, sì, anche l’Iran, gestiscano le proprie rivalità e si assumano le proprie responsabilità in materia di sicurezza.

Ciò significherebbe porre fine alla guerra con l’Iran attraverso negoziati anziché con un’escalation. Altrimenti, la partenza da Erbil non verrà ricordata come la fine del pantano mediorientale degli Stati Uniti, ma come un’ulteriore pausa prima del prossimo atto.

Questo  articolo  è stato originariamente pubblicato su Global Zeitgeist di Leon Hadar e viene ripubblicato con gentile autorizzazione.

Come apparirebbe un vero disimpegno

Se il ritiro dall’Iraq deve avere un significato, dovrebbe essere il primo passo di un ripensamento più ampio, non una ritirata tattica in vista della prossima campagna.

Ciò significherebbe riconoscere che il Medio Oriente ha meno importanza per la sicurezza americana rispetto a quanto ne avesse durante la Guerra Fredda. Gli Stati Uniti sono ora un importante produttore di energia e il petrolio della regione è esportato in Asia in misura di gran lunga maggiore rispetto a quello destinato all’America.

Significherebbe passare dal ruolo di poliziotto regionale a quello di garante dell’equilibrio a distanza. Washington interverrebbe solo quando una potenza ostile minacciasse di dominare l’intera regione, una prospettiva che un Iran sottoposto a una pressione militare costante difficilmente rappresenta. Significherebbe lasciare che Turchia, Arabia Saudita, Egitto, Israele e, sì, anche l’Iran, gestiscano le proprie rivalità e si assumano le proprie responsabilità in materia di sicurezza.

Ciò significherebbe porre fine alla guerra con l’Iran attraverso negoziati anziché con un’escalation. Altrimenti, la partenza da Erbil non verrà ricordata come la fine del pantano mediorientale degli Stati Uniti, ma come un’ulteriore pausa prima del prossimo atto.

Fonte: Asia Times

Traduzione e nota: Luciano Lago

Nota: Tutto vero quello che sostiene l’autore ma bisogna considerare che gli equilibri sono cambiati i tutta le regione e sono ormai in pochi a desiderare un ritorno al passato con gli Stati Uniti che fungono da garanti. Lo hanno fatto in passato e se ne sono visti i risultati.

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La Redazione

6 commenti su “Lasciare l’Iraq mentre si bombarda l’Iran”

  1. Le nazioni USA-NATO-ISRAELE anche se si ritirano dai territori invasi ed occupati militarmente a loro piacimento adducendo svariate scuse li possono invadere ed occupare di nuovo con nuove guerre !
    Poiché le basi militari USA in Iraq di invasione-occupazione militare ci sono stati morti e feriti a centinaia tra i soldati USA perché sono state bombardate e distrutte sia da parte del ” Iran e anche dai combattenti Iracheni ed Yemeniti . Saggiamente e furbescamente lo stato maggiore USA ha optato per il ritiro delle sue truppe di invasione ed occupazione militare del Iraq .
    Mezzi e uomini in più provenienti dal Iraq ora saranno più utili in altre basi militari del Golfo Persico e fuori dalla portata di rappresaglie Iraniane-Yemeniti-irachene .
    Ogni tanto pioveranno sul Iraq bombe USA e Israeliane e forse perfino della NATO se l” Iraq oserà diventare un Stato Indipendente dagli USA !

  2. Sicuramente gli americani non lasceranno mai il vicino Oriente. Stanno solo lasciando l’Irak per poi stazionarsi in Iran. Non a caso sul quotidiano Milano Finanza appare la notizia che lo stretto di Hormutz è totalmente controllato dagli americani. Quindi,quale sarebbe la reale situazione?

  3. Li stanno cacciando a pedate nel sedere !!! Gli Americani si stanno rendendo conto dell’impossibilità di tenere al sicuro le proprie basi e i propri uomini, la lezione che hanno dato loro gli Iraniani è chiara. Dopo l’Iraq,l’augurio è che lascino anche la penisola arabica ; del resto è interesse anche delle monarchie del Golfo che gli yankees spariscano, lungi dal rappresentare un fattore di sicurezza e stabilità, la presenza di basi americane sul proprio territorio, comporta ( e ha,effettivamente, portato) rischi enormi di ritorsioni e tensioni con altri Paesi…

  4. Caro Tacabanda 1964, Ti devo correggere , al momento , almeno in Medio-Oriente non esistono Nazioni fuori dalla portata dalle rappresaglie delle Nazioni che citi. Al contrario se come pare le truppe americane si concentreranno in Giordania l’ eventuale obbiettivo sara’ piu’ semplice.
    Cari saluti.
    W VOVA

    1. Caro Dancer ognuno è libero di sognare ciò che vuole ! Purtroppo la realtà dei fatti è un” altra : l” Iran ha dei grossi problemi poiché non riceve dei veri aiuti militari-politici-economici-mediatici dai paesi come Russia & CINA che da quello che si capisce danno un aiuto più che simbolico che reale al” Iran !
      Anche qualche sognatore idiota credulone vittima consapevole della propaganda di guerra occidentale che sogna la sconfitta del Iran per mano USA-ISRAELE-NATO con la relativa invasione USA di Hormuz e del” Iran si sbaglia di grosso !
      L” Iran non possiede bombe nucleari perciò NON può difendersi da un attacco nucleare USA-NATO-ISRAELIANO questa è una realtà !
      Senza l” uso delle armi nucleari USA-NATO-ISRAELIANE sul ” Iran indifeso una sconfitta militare Iraniana è impossibile !
      Questa è la pura realtà dei fatti reali !
      Russia & Cina sanno molto bene che una opzione Nucleare contro l” Iran è stata già pianificata e studiata al tavolino dai paesi USA-NATO-ISRAELE da almeno due decenni .
      Questa opzione Nucleare USA-NATO-ISRAELE fatta per poter aggredire ed invadere l” Iran però potrebbe essere molto controproducente perciò tentennano indecisi !
      Oggi è tutto in stallo !
      Ai paesi aggressori USA-NATO-ISRAELE segnare il passo e limitarsi a qualche piccola aggressione militare sul ” Iran gli fa comodo perché indebolisce l” Iran !
      Anche al” Iran segnare il passo e limitarsi a qualche piccola rappresaglia di risposta per ora gli fa comodo .
      Tutti i contendenti stanno facendo una piccola guerra con grande logoramento economico e di risorse ed enorme inquinamento mondiale !

  5. Russia e Cina, che hanno condannato a morte il c.d. ‘petrodollaro’ e supportano militarmente l’Iran a cacciare gli Usa fuori dalla zona, saranno i prossimi interlocutori d’affari di quei paesi, che lo vogliano o meno. Quella regione è tutta Eurasia

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