"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

L’antifascismo psichiatrico pre-elettorale del cane di Pavlov

di Roberto Pecchioli

Chi trova un nemico trova un tesoro. Rovesciando il detto popolare, questo ci sembra il commento più adatto all’ondata di antifascismo di ritorno che sta pervadendo l’Italia ufficiale. Colti di sorpresa da qualche inatteso successo elettorale “nemico”, nudi di fronte al loro fallimento politico, lorcompagni e l’esercito ausiliario progressista hanno trovato la soluzione, la solita: antifascismo, ancora antifascismo, ogni giorno di più, a dosi omeopatiche.

E’ diventata una dipendenza e, come per gli alcolisti irrecuperabili, basta un solo bicchiere per ubriacarsi. In qualche caso, è sufficiente l’odore del vino. Il neo- antifascismo è ormai giunto a questo stadio penoso.

Ricorda assai il povero cane di Pavlov. Per dimostrare le sue teorie sui riflessi condizionati, lo scienziato russo del primo Novecento Ivan Pavlov realizzò un esperimento in cui ad un cane era offerto un succulento boccone di carne mentre un campanello veniva fatto suonare. Dopo varie ripetizioni, Pavlov dimostrò che il cane iniziava a produrre saliva già al trillo del campanello, prima cioè della comparsa del cibo. Lo stimolo condizionava, producendola, la risposta del cane, ovvero la salivazione che anticipava il piacere del boccone di carne. Siamo esattamente allo stesso punto: opportunamente attivate le aree neuronali dell’antifascista tipo, la risposta è immediata e scontata. Si manifesta attraverso l’immediato corrugamento della fronte, il linguaggio non verbale dell’indignazione a comando, poi in lunghe intemerate sul tema della democrazia violata, per sfociare in manifestazioni di moralismo politico da operetta, interrogazioni parlamentari, “spontanee” adunate di piazza, richiesta di “pene esemplari”, intimazione di escludere i reprobi dal consorzio umano.

Potremmo cavarcela affermando che si tratta di convulsioni, rigurgiti uguali e contrari a quelli di coloro che davvero pensassero di resuscitare il fascismo attraverso bandiere, simboli trapassati, abbigliamento o parole d’ordine del tipo di quelle di Catenacci, la macchietta neofascista di Alto Gradimento o di Fascisti su Marte di Corrado Guzzanti. Potremmo anche liquidare tutto come un caso di ubriachezza molesta di gruppo (ricordate il “botellòn”, la riunione del sabato in piazza dei giovani spagnoli per bere e sballare in branco?).

Temiamo che le cose stiano diversamente e che non regga del tutto neppure la spiegazione psicanalitica secondo cui l’antifascismo rappresenta la coperta di Linus (l’unica, l’autentica) delle sinistre. Per il personaggio di Peanuts, la coperta è un oggetto transizionale, ovvero quella cosa prediletta ed insostituibile scelta come sostituto simbolico della mamma. Linus recupera la sua serenità soltanto accanto all’amata coperta. In parte è così’, poiché il popolo progressista (qualunque cosa significhi il termine) perplesso, disilluso e scoraggiato si rianima ed insorge come un sol uomo alla semplice parola fascismo, anzi, all’apparire o balenare di qualunque cosa, simbolo, persona, allusione che richiami l’odiato, ma sepolto regime. Non serve neppure il suono del campanello perché scatti il riflesso, ma la sua semplice vista o evocazione. Pavlov aveva ragione e i cuochi del ristorante di sinistra lo sanno bene, apparecchiando la solita rancida minestra e trovando ancora commensali.

Corteo antifascista

Ecco dunque le giornate intere a deprecare, le paginate di giornali, le pensose tirate televisive contro un gruppetto di stupidi ragazzini tifosi della Lazio (uno ha solo tredici anni, un bambino) che hanno travestito da romanista l’immagine di Anna Frank. Cretini insensati, figli di questo tempo senza ritegno, poiché la morte ingiusta di una ragazza di 16 anni non può essere oggetto di sfottò, lazzi o insulti tra tifoserie. Ma da qui a farne oggetto di terribili revival ideologici ce ne corre. Specialmente se passano inosservate le blasfemie quotidiane, l’ostentazione sfrontata di qualunque porcheria spacciata per liberazione, la bestemmia, l’esibizione di ogni vizio in nome della libertà.

Poi abbiamo avuto lo sdegno telecomandato per “l’irruzione” di un gruppo di giovani in un centro di aiuto agli immigrati. Meglio se avessero fatto altro, ma sono entrati da una porta aperta, hanno letto un loro documento, non hanno torto un capello a nessuno, né hanno danneggiato o asportato beni o suppellettili, quindi se ne sono andati. Esattamente come i gentili esponenti dei centri sociali, anzi i “ragazzi”, quando svolgono le loro attività ludiche, consistenti in genere in devastazioni, imbrattatura di muri, intimidazioni, insulti e cariche alle forze dell’ordine. Loro non fanno irruzione, bensì usano spazi dialettici di libertà.

L’ultima prodezza del cane di Pavlov è la segnalazione (la delazione, il dito accusatore puntato restano marchi di fabbrica indelebili di lorcompagni) di una bandiera nazista in una caserma dei Carabinieri. Si è mosso persino il ministro della Difesa, disinteressato a difendere le frontiere dalle invasioni di clandestini che arrivano dal mare e non solo. Donna Roberta Pinotti, ex girl scout di Genova Sampierdarena, ha promesso pene esemplari per il ventenne carabiniere, i telegiornali hanno aperto le loro edizioni con il terribile episodio (in Italia non succede mai nulla, non c’è corruzione, delinquenza, disoccupazione, degrado), convocando alla bisogna persino un superstite partigiano fiorentino, che ha definito “infame” l’accaduto.

Il problema è che quella bandiera è solo l’insegna di guerra della marina dell’Impero tedesco, detto anche Secondo Reich, anno 1871. Non sapevamo che Bismarck e l’imperatore Guglielmo II fossero vietati, ma evidentemente i nervi sono scossi e la cultura (di cui pure sono depositari esclusivi) non li soccorre. Un ultimo episodio tra i tanti: la richiesta di un consigliere municipale della Spezia di vietare e rimuovere ciò che riguarda la Decima Mas dal Museo Navale della città. Peccato che la Decima flottiglia abbia fatto parte della marina nazionale, che il museo sia dedicato ad una medaglia d’oro al valore militare, Mario Arillo, un ufficiale che si rifiutò di consegnare ai tedeschi il sommergibile che comandava ed ebbe un ruolo centrale nel convincere gli stessi, nel 1945, a non far esplodere le mine che avrebbero distrutto il porto di Genova, come gli riconobbe pubblicamente un giovane monsignore che sarebbe diventato il grande cardinale Siri. Ma tant’è, l’odore, anzi il fumo del fascismo avvolge tutto in un’atmosfera da incubi notturni: lavoro per il dottor Freud.

Manifestazione antifascista a Como

Ecco perché occorre porsi qualche domanda in più rispetto ad un fenomeno anacronistico, alimentato ad arte e con aspetti tragicomici. A noi sembra che il sistema di potere abbia bisogno, come in tutti i momenti di crisi, di un capro espiatorio. Il fascismo ed i neofascisti, veri o presunti fa lo stesso, rispondono egregiamente alla bisogna. Sono il nemico assoluto, i malvagi per definizione ufficiale ed indottrinamento coatto, sono pochi, deboli e dispersi. Splendide condizioni per fungere da nemico pubblico e ricompattare la folla dei buoni e dei giusti, i membri del gruppo.

Ne parlò con grande acutezza René Girard, antropologo e filosofo francese scomparso nel 2015, autore de La violenza e il sacro. Il capro espiatorio ha la funzione di restituire la comunità a se stessa: la folla si raccoglie unanime attorno alla vittima designata e la distrugge. L’eliminazione fa sfogare la violenza e la frenesia che era stata indotta ed ha un enorme impatto emotivo sulla comunità, il gruppo lacerato. La vittima è insieme responsabile della crisi ed insieme causa del miracolo della concordia ritrovata. La coazione a ripetere evoca la speranza che ogni volta si riproducano i taumaturgici effetti di sutura delle ferite sociali, e comunque sotto lo strato sottile della lotta contro il Male serve a suscitare e sublimare i più bassi sentimenti di violenza o vendetta della massa congregata.

Questa sembra essere il ruolo assegnato al fascismo fantasmatico da alcune menti pensanti (oggi si dice influencer) che lottano per riconquistare l’egemonia perduta sul pensiero comune. Sono ingegni finissimi a cui tuttavia è sfuggito di mano il presente. Essi sanno di aver perduto l’esclusiva, di non essere più in sintonia con lo spirito del popolo, temono di essere sorpassati dalla realtà. Fascista è per loro qualunque idea, persona, attitudine, discorso, sentimento che non coincida con la loro visione del mondo. Il fondo totalitario e poliziesco dell’animo loro si manifesta nell’imposizione del linguaggio politicamente corretto come nell’esigere leggi e sanzioni penali per chi non sia d’accordo con la vulgata “sinistra” sui temi che contano, con particolare riguardo alle questioni morali, etiche, identitarie, politiche e, innanzitutto sui due temi tabù della nuova narrazione: la santificazione dell’immigrazione e la promozione dell’omosessualismo.

Renzi e i ministri del PD a manifestazione antifascista

I loro argomenti sono screditati e la gente comune – non a caso tacciata di “populismo” nonché di ignoranza – non li segue, nonostante l’immenso spiegamento di risorse mediatiche ed economiche. Serve un nemico, uno spauracchio, come ci vuole pane per gli affamati: niente di meglio dell’Uomo Nero, il cattivo ideale, valido per tutte le stagioni.

Hanno potere, fanno leggi sempre più repressive ma hanno bisogno di testarne l’esito a partire da quelle destinate a colpire il Capro Espiatorio più facile ed immediato. Di qui il tentativo (vedi legge Fiano) di proibire persino i calendari del deprecato ventennio, le immagini, ogni iconografia anche detenuta in privato. Se funziona, andranno avanti, e la repressione colpirà tanti altri soggetti, giacché il neo antifascismo psicanalitico e pavloviano non è che una “false flag”, un’operazione sotto falsa bandiera dietro la quale si nascondono operazioni di normalizzazione e divieto del dissenso assai più serie.

Adesso tocca ai fascisti, nessuno si lamenterà, anzi molti applaudiranno. Domani andranno a cercare altri non conformi. Abbiamo capito, però, e “benché il parlar sia indarno” rispondiamo ai cani di Pavlov rammentando loro un brano che dovrebbero apprezzare, pronunciato da un pastore protestante al tempo della Repubblica di Weimar ed attribuito erroneamente ad uno dei loro venerati maestri, Bertolt Brecht.

“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare. “

Meditate, democratici, progressisti e cani di Pavlov, meditate. Con un po’ di impegno, potete farcela, passata la sbornia, esaurita la salivazione, scesi dal lettino dello psicanalista e pagata la parcella.

Fonte: Ereticamente

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  1. Citodacal 7 mesi fa

    Hannah Arendt definì questa tendenza come la necessità del “nemico metafisico”, e forse dovremmo scomodare la presenza di certe tendenze archetipiche pregresse, nell’essere e nel genere umano, che spingono a ricercare il conflitto con un nemico creato o potenziale, piuttosto che la convergenza, per l’accreditarsi più agevole d’una identità individuale peraltro traballante e dipendente – il che suona piuttosto puerilmente, non fosse altro per il fatto che convergere e collaborare, al di là delle inevitabili diversità, risulta ben più difficile e impegnativo, pertanto molto più virile, del semplice contrastarsi o mettersi in competizione compulsiva per credere d’esistere –; ma questo rimandare alle suddette tendenze ci condurrebbe troppo lontano e in una dimensione interiormente troppo remota ai più; l’educazione dunque alla convivenza cosciente e consapevole passa più agevolmente per i corridoi mielosi del sentimentalismo e del buonismo, senza per nulla accorgersi che altro non sono da una conflittualità capovolta ed ingabbiata con la solita mordacchia psico-pedagogica: buonismo da una parte, ricerca del nemico metafisico dall’altra si rimandano dunque, e da sempre, la medesima palla sostanzialmente inutile.
    Attenzione quindi; Franco Cardini, in un articolo del 2009 ospitato dal sito di Arianna Editrice, ricorda che il bisogno di un nemico metafisico sia proprio e ai benpensanti e agli xenofobi, pertanto “patrimonio” ben più attinente a un modo d’essere e pensare che a una mera fazione politica: e a chi la circostanza risulta affatto chiara, riesce l’evocarne l’insorgenza artata anche nel prossimo, a proprio ovvio vantaggio manipolatorio.
    Anche nelle fattezze del conflitto siamo dunque, nel migliore dei casi, lontani mille miglia dalla sottile forma mentale di uomini come Uesugi Kenshin che si asciugò lacrime di dispiacere allorché venne a mancare il suo acerrimo, ma nobile e leale avversario di sempre, Takeda Shingen; e quando toccò anche il suo momento, lasciò i seguenti versi:

    Persino una prosperità lunga una vita è null’altro che una tazza di sakè
    Una vita di 49 anni è trascorsa in un sogno.
    Non so che cosa sia la vita né la morte
    Anno dopo anno finiti come un sogno
    Sia il Cielo che l’Inferno sono lasciati dietro
    Sto in piedi nell’alba lunare
    Libero dalle nubi dell’attaccamento.

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    1. giannetto 7 mesi fa

      Il bisogno del capro espiatorio è l’esperienza catartica di una psiche ossessionata dal complesso di colpa. Illumina una dimensione psico-intellettuale tipica dell’antropologia ebraica, che poi ha condizionato, per contagio veterotestamentario, tutta la psico-intellettualità del cristianesimo. Per questo aspetto mi pare che i musulmani se la siano cavata con minori angosce. Quanto alla cultura classica, ricordiamoci di Edipo, che vede non in sé, ma nel volere dispotico del dio, la causa prima delle proprie colpe. Edipo rivendica fieramente fino alla fine la sua fondamentale innocenza. L’uomo classico è immune da complessi di colpa, se non come suggestione magica di un passato mitico, da esorcizzare con il lume della ragione.
      Ma gli italioti son cristianissimi da duemila anni… perciò è anche comprensibile questa loro necessità di scovare un capro espiatorio in ogni cosa… purché – dico io- sia un qualche Isacco in carne ed ossa, perdio! L’ultimo ad aver in parte assolto questa funzione sembra sia stato Berlusconi. Poi, più niente. Insomma è perfin ridicolo ripescare capri espiatori in dei cadaveri negati a qualsiasi resurrezione. Ma per rendersi conto di tale ridicolaggine occorre quel che al nostro popolo-bue spessissimo manca: il lume della ragione.

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      1. Citodacal 7 mesi fa

        Esperienza catartica incompleta e niente affatto trasfigurante; la catarsi reale libera infatti gli spiriti sottili dalle incrostazioni – le lebbre dei metalli, per procedere con una terminologia alchemica – incorporando nei medesimi le ceneri combuste dal fuoco purificatorio, depotenziate del loro aspetto infero (i testi indicano che il “diadema del re” si trovi proprio entro il “caput mortuum”); la purificazione intesa nel senso profano, benché si ammanti di religiosità, manca completamente dall’essere un procedimento davvero spirituale, perpetuandosi invece come assunto moralistico, o peggio sentimentalistico, in cui il senso dell’ego permane dominante anche nell’affermare la propria fede in Dio (il che ne impedisce la reale transustanziazione; a credere in Dio in modo siffatto si rischia di finire col comportarsi in maniera simile a quanto Ramana Maharshi dice in merito ai poteri psichici: “Queste pagliacciate sono come le vanterie di uno storpio che dica ai suoi amici: « Se mi aiutate a reggermi, quei nemici fuggiranno davanti a me »”).
        Ciò che Aristotele indicava col termine di “intelletto agente” – che il sanscrito rende sostanzialmente col termine di “buddhi” – è quanto nell’uomo rappresenti la natura divina in senso pienamente ontologico; pertanto l’essere umano, in quanto creatura, è sì “colpevole” di perdersi nella manifestazione contingente e transitoria (ed è pure stupido a farlo…), ma in quanto divino in Dio (“jivatma” secondo l’Induismo, figlio di Dio secondo il Cristianesimo) invece no (scriveva Basilio Magno che “L’uomo è una creatura che ha ricevuto da Dio l’ordine di diventare Dio per grazia”; e ancora Enrico Suso: “Il discepolo: Signore, da dove vengono allora il peccato o il male o l’inferno o il purgatorio o il diavolo e cose simili? Risposta: La creatura ragionevole dovrebbe avere una reintroversione che si sprofonda nell’Uno; ma perché essa resta estroversa all’esterno con un ingiusto sguardo di proprietà sul proprio io, vien fuori allora diavolo e ogni malizia”; vedasi anche il noto viaggio del solitario verso il Solitario di Plotino, per restare nella Grecia classica).
        Il senso di colpa è quindi una frattura di comprensione profonda che il moralismo spinto all’eccesso crea, di contro generando obbligatoriamente la necessità d’un riscatto moralistico individuale (atteggiamento che nel protestantesimo giunge alla giustificazione del successo mondano in quanto determinato dalla “grazia” ricompensante di Dio, come fosse Egli poco più d’un padrone delle ferriere) e non sovraindividuale, esperienza quest’ultima invece trascendente l’individualità con tutte le sue pastoie e dunque dirimente alla radice. Il monaco esicasta che ininterrottamente ripete “Signore Gesù abbi pietà di me peccatore” compie opera piena dello Spirito, appoggiandosi anche alla morale per dissodare il terreno iniziale: ma non si lascia prendere dalla morbosità di continuare a considerarsi un individuo, in quanto peccatore in cerca di riscatto o eternamente condannato ad autocommiserarsi, bensì tenta d’aprire le porte alla teofania che estingue l’ego medesimo (come intenderebbero i sufi col termine “fana”) con i “suoi” vizi ed anche le sue virtù, e non annichilendolo o disprezzandolo moralisticamente, così pertanto mantenendolo in vita e rafforzandolo per altra via.
        Cosicché, come spesso accade in ogni ambito, riportate e perseguite le cose a metà ne esce meno della decimillesima parte…
        Buona serata e alla prossima.

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  2. Animaligebbia 7 mesi fa

    Gia’ il titolo e’ da orgasmo,geniale, e ho detto tutto.

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  3. GRAF 7 mesi fa

    Che nichilsmo cito! Niente che innalzi lo spirito al povero gregge italiano bisogna saper leggere tra le righe : antifascismo significa anti EBREI ,e I nostri padroni lo SANNO bene e’ per quello che starnazzano appena c’e’ qualche persona con il Braccio destro teso ,piano piano i popolo Europe STANNO riacquistando la vista

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  4. max tuanton 7 mesi fa

    Sminuire denigrare dileggiare I fascisti e gli antifascisti ,Pecchioli e’furbo scrive come se non fosse affar suo quel che succede al popolo,si sente diverso come un protetto da qualcuno ,sara’ ma I’ll ghetto manda sempre avanti I propri scribacchini sui quotidiani in TV AL cinema e anche su internet ,in giro c’e’pieno di questuanti pronti a TUTTO

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  5. lister 7 mesi fa

    GRANDE, Pecchioli!!!

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  6. giannetto 7 mesi fa

    A quando gli orwelliani due minuti di odio giornalieri? Decretati come un rito, come una messa. Certo il Potere deve essere proprio alla frutta per riesumare dalla necropoli un nemico inesistente. Pecchioli sottolinea che la gente non ci casca più in bufale così sfacciate, e può aver ragione. Però casca in pieno in tante altre bufale e, quanto più le “scalette” delle varie “rese dei conti” si restringono, tanto più finirà per credere, in un modo o nell’altro, anche in queste.

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  7. Eugenio Orso 7 mesi fa

    Esattamente!
    I cani confluiti di recente a Como (con tutto il rispetto per i cani, lo scrivo da animalista convinto …) hanno dato una risposta pavloviana.
    Alta concentrazione di feccia, nella bella Como, con bandiere piddiote, della cgil e di tutte le altre cosche, più piccole, sinistroidi filo-troika pro-atlantiste.
    Un Uomo che conserva ancora capacità di giudizio, quindi assolutamente non sinistroide zombi pavloviano, vivendo nel mondo reale, nell’Italia che esiste a dispetto di rai, la7, repubblica, espresso, corriere e tutte le altre centrali sistemiche della disinformazione, quotidianamente nota intorno a sé nuovi poveri (18 milioni, parrebbe, in continua crescita) e i disastri sociali provocati dai padroni sopranazionali dei sinistroidi, con la loro complicità collaborazionista.
    Sicuramente non vede cortei “nazifascisti” da mane a sera, oppure “squadracce” in ogni angolo di strada pronte all’azione.
    Gli zombi pavloviani, invece, se ne fottono dei poveri (fra i quali, magari, c’è anche qualche loro parente) e starnazzano al pericolo “nazifascista”, alla minaccia per questa splendida democrazia elitista, ciappincula del libero mercato sovrano, che ci ha ridotto in simili condizioni!
    Gli zombi sinistroidi di cui sopra, sono uno dei fondamenti del potere della spietata élite finanziaria che effettivamente dominano il nostro disgraziato paese.

    Cari saluti

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