La ricetta di Washington per fermare la guerra a Gaza: “dateci una vittoria!”

Ormai il mondo intero sa che il 20 febbraio 2024 gli Stati Uniti, per la terza volta, hanno posto il veto a un progetto di risoluzione che chiedeva un cessate il fuoco immediato a Gaza, mentre il Regno Unito si è astenuto.1

La prova, se ce ne fosse bisogno, che l’amministrazione americana non ha intenzione di esercitare pressioni su Israele, nonostante tutte le sue accuse riguardo al suo desiderio di fermare la guerra omicida in Palestina e di evitare la sua estensione al Libano, Yemen, Iraq, Siria… Paesi che subiscono raid aerei distruttivi e mortali, ma la cui resistenza popolare si afferma e si dimostra determinata a continuare le loro offensive terrestri o marittime contro gli aggressori israelo-americani e i loro alleati, sia che prosegua il massacro di Gaza.

D’altro canto, gli Stati Uniti avrebbero un altro progetto di risoluzione a sostegno di un cessate il fuoco “temporaneo”. Nonostante l’oscurità che lo circonda, l’editorialista di questioni israeliane del quotidiano libanese Al-Akhbar, Yahia Dabouk, sembra avere più informazioni che suggeriscono, tra l’altro, che la complicità criminale dell’amministrazione americana significa che essa ha imperativamente bisogno di una vittoria. …

Mouna Alno-Nakhal

*di Yahia Dabouk

Il piano americano di porre fine alla guerra nella Striscia di Gaza è nato morto. E questo perché appare più come un miserabile tentativo di nascondere l’esaurimento di tutti gli strumenti utilizzati in una guerra in cui l’esercito israeliano non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi, nonostante il sostegno militare e politico degli Stati Uniti.

In altre parole, questo progetto non è altro che il ricorso di Washington a un’opzione politica che prevede che coloro che si sono opposti alla sua opzione militare e hanno resistito alla sua barbarie offrano ai perdenti la vittoria che non hanno ottenuto sul campo di battaglia.

È infatti importante sottolineare che il fallimento della guerra israeliana contro i palestinesi di Gaza è anche un fallimento, o addirittura più che un fallimento, per gli Stati Uniti; lo sradicamento di Hamas o del suo potere era uno degli obiettivi più attesi.

Un obiettivo su cui hanno costruito la loro strategia del “giorno dopo” a Gaza e a partire dal quale alti funzionari americani, guidati dal presidente Joe Biden, hanno formulato con i loro sostenitori regionali le linee generali del dopoguerra nella regione del Medio Oriente, come se tutti i loro obiettivi sarebbero stati inevitabilmente raggiunti.

Questo non ha impedito che emergessero divergenze tra i due partner americano e israeliano. Così, all’inizio della guerra, il disaccordo verteva sulla necessità che l’amministrazione americana evitasse il più possibile di uccidere un numero troppo elevato di civili palestinesi per non danneggiare la sua immagine e quella del suo presidente, mentre il proseguimento della guerra e i massacri erano di per sé un obiettivo israeliano, non solo per vendicarsi di Hamas, ma anche per spingere questo movimento alla resa e ripristinare così l’equilibrio di deterrenza rotto il 7 ottobre 2023.

Combattenti palestinesi che resistono agli occupanti israeliani

D’altra parte, una volta che l’amministrazione americana si è resa conto che lo sradicamento di Hamas, o del suo potere, era irrealizzabile nonostante diverse settimane di guerra spietata, ha proposto di garantire che l’azione militare sul terreno e i progetti futuri tengano conto di questa impossibilità di schiacciare questo movimento. Tuttavia, ha mantenuto il suo sostegno militare e politico all’entità occupante perché è nel suo interesse.

È in questo contesto che il piano americano volto a porre fine alla guerra imponeva le seguenti clausole:

  • Primo: il rilascio dei prigionieri israeliani da parte delle fazioni della Resistenza palestinese, contro una tregua temporanea di diverse settimane e il rilascio parallelo dei prigionieri palestinesi.
  • Secondo: il riconoscimento ufficiale di Israele da parte dell’Arabia Saudita, del Qatar e di altri paesi arabi, accompagnato dall’annuncio di un piano per normalizzare le relazioni tra gli stati interessati.
  • Terzo: l’annuncio del riconoscimento di un futuro Stato palestinese smilitarizzato a seguito di negoziati tra le due parti, israeliana e palestinese, e la costituzione di un accordo politico e di sicurezza per la Striscia di Gaza, attraverso una forza multinazionale con partecipazione araba e un rafforzamento nascosto dell’Autorità Palestinese.

A queste tre clausole si aggiungono altre misure, alcune più ambiziose come la ristrutturazione delle alleanze di Washington nella regione affidate alla buona cura di una leadership israeliana; altre meno ambiziose, legate a questioni di immagine, pubbliche relazioni e interessi personali in ambito israeliano e americano.

Questo piano porta con sé le ricette del suo fallimento, essendo gran parte delle sue premesse fluttuanti e contrarie agli interessi e agli obiettivi dei presunti stakeholder. Soprattutto perché si tratta di esperienze vecchie e nuove, che si sono rivelate inefficaci negli ultimi decenni, e il successo di un accordo politico e di sicurezza a Gaza non è affatto garantito dal momento in cui si accetta che Hamas non verrà schiacciato.

Ma l’ostacolo più grande a questo progetto è che Israele non vi aderisce, dato che Netanyahu lo respinge in toto, contando per questo su una coalizione che ha dimostrato la sua coesione e un consenso quasi generale degli israeliani, compresi i suoi oppositori, che ritengono che il successo del piano americano non è assicurato e che il suo costo sarà superiore ai benefici attesi dalla normalizzazione con i paesi arabi.

Inoltre, Netanyahu ha un interesse personale a continuare la guerra e scommette, giustamente, che il suo rifiuto di ascoltare le richieste degli Stati Uniti non porterà a danneggiare lo “Stato” di Israele, in un momento in cui il gioco politico interno non riesce a trovare un’alternativa.

Pertanto, il circolo vizioso rimane intatto e ad Israele viene imposta la continuazione della guerra, fine a se stessa.

Fonte : Al-Akhbar ( Libano )

Articolo tradotto dall’arabo da Mouna Alno-Nakhal

Traduzione: Gerard Trousson

7 commenti su “La ricetta di Washington per fermare la guerra a Gaza: “dateci una vittoria!”

  1. Già il piano era svantaggioso per i Palestinesi in quanto smilitarizzati e quindi in totale balia dei sionisti, per rifiutarlo i sionisti significa che vogliono il dominio totale. Sono loro che devono andarsene, quella terra si é sempre chiamata Palestina e tale resterà.

  2. Già il piano era svantaggioso per i Palestinesi in quanto smilitarizzati e quindi in totale balia dei sionisti, per rifiutarlo i sionisti significa che vogliono il dominio totale.

  3. Gli USA sono talmente sudditi dell’entità sionista che dal 1948 le hanno elargito a fondo perduto quasi 300 miliardi di dollari, e adesso gliene vogliono assegnare altri 14 o 15, tanto per cominciare, mentre il debito pubblico federale raggiunge i 34300 miliardi di dollari e quello delle famiglie aggregato supera i 17000.
    Del resto l’entità sionista dal punto di vista economico è al collasso, solo nell’ultimo trimestre il suo PIL è crollato di oltre il 20%, mentre quello dell’Iran su base annua nel 2023 è cresciuto di circa il 6%.
    Al contrario il PIL dell’Arabia Saudita è sceso nello scorso anno dell’1,1, ma nell’ultimo trimestre è sceso dello 0,4 a causa della contrazione del settore petrolifero il quale da solo supera il 40% del PIL saudita, segno che l’economia saudita è destinata a ridimensionarsi gradualmente mentre quella iraniana, molto più industrializzata e diversificata, è destinata a diventare l’economia egemone in Medio Oriente, superiore anche a quella turca che non possiede le risorse energetiche iraniane.

  4. Partiamo da un punto. Lo stato di Palestina storicamente non è mai esistito. Esiste una regione palestinese ed una cultura. L’ idiozia occidentale, seconda solo all’ arroganza, e’ stata quella di pretendere uno stato israeliano dove era duemila anni fa’; senza NULLA IN CAMBIO alle popolazioni sfrattate. E sfrattate con la violenza appunto. Da lì l’ inizio del conflitto. Quel grand’ uomo e statista d’ Arafat, l’ unico ad aver avuto in mano il destino dei palestinesi e delle loro terre, ha combattuto e ci ha provato. Per oltre due decadi. Ma gl’ orchi ebrei lo hanno sabotato, con l’ appoggio Usa, mentre aveva il sostegno anche delle nazioni europee, all’ epoca. Ma loro , i figli di David, si sa’ che sono dei malvagi e non fanno niente per nasconderlo. Chi mi dà il vomito sono proprio gl’ americani e alla loro falsa morale di facciata. Il loro dualismo diabolico. L’ asserire di volere pace e prosperità, ed intanto bombardare, uccidere, truccare, destabilizzare. Insomma il loro essere terroristi ipocriti e bugiardi. Spero che i Brics gli tolgano l’ ossigeno economico di cui sono avidi e li facciano appassire annichilendoli. Le uniche grandi opere che dovrebbero fare sarebbe lo smantellamento delle portaerei nucleari. Un bell’ esempio di greendeal.

    1. Ciao Peluso. E quello lo hanno ottenuto, Hamas. Ma non basta ci vuole un fronte più largo per annientate i sionisti. Una resistenza unita che parte dalla Palestina, Libano, Iraq e Siria, Yemen ed Iran. Con il supporto di Russia e Cina. E speriamo sia la volta buona che Israele venga annichilito.

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