La partita in corso fra la Russia di Putin e l’Occidente atlantista


Riceviamo e pubblichiamo

di Luca Rossi (*)

L’operazione o la serie di operazioni militari condotte dalla Federazione Russa nel territorio ucraino rappresentano la legittima risposta di Mosca al processo di integrazione euro-atlantico dell’Europa orientale, che ha avuto inizio nel 1989-1991 (dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia e successivamente dell’URSS) e proseguito indisturbato sino al 2014, anno del golpe a Kiev e l’inizio del conflitto con le Repubbliche autoproclamate di Donetsk e Lugansk.
La costante penetrazione ad ogni livello, delle strutture e delle reti globaliste in tutto lo spazio ex-sovietico e del “socialismo reale”, ha sostanzialmente ricreato lo storico cordone sanitario che accerchia la Russia dal Mar Baltico al Mar Nero. Questa fascia che cinge il territorio occidentale della Federazione oltre ad impedire l’integrazione economica-commerciale e politica con l’Europa, mira a strozzare e infierire il colpo mortale al Cremlino.
La necessità di contrastare il disequilibrio prodotto negli ultimi 30 anni ed instaurare di un nuovo equilibrio politico nel subcontinente europeo, costringe i russi a intervenire militarmente per riaffermare la propria Volontà di Potenza e ricostituire quello Spazio geografico che gli appartiene storicamente e che intendono ridefinire politicamente per consolidare il proprio status di potenza eurasiatica.
L’Unione Europea e l’Alleanza Atlantica hanno allegramente banchettato sul cadavere del Patto di Varsavia per anni e, non appagati dai risultati positivi conseguiti con l’ingresso di numerose Nazioni nella sfera d’influenza statunitense, hanno fatto il passo più lungo della gamba.
Tale azzardo, già sperimentato nel 2005 con la vittoria di V. Yushenko alle elezioni politiche ucraine, si è concretizzato con la tristemente famosa “rivoluzione colorata” di Maidan (Un golpe in piena regola) che ha scalzato il Governo (legittimamente democratico) di Viktor Yanukovich nel 2014 e che ha prodotto la resistenza armata delle popolazioni russe del Donbass e l’ingresso della Repubblica di Crimea nella Federazione Russa.

Combattenti del Donbass

Dal 2014 al 2022, nonostante i ripetuti tentativi di negoziare lo status delle due repubbliche secessioniste (DNR e LNR), gli attacchi dell’Esercito e dei Battaglioni nazionalisti di Kiev contro i civili dei due oblast non sono mai cessati, sicché ogni accordo è stato costantemente sabotato dall’Ucraina, impedendo de facto la reintegrazione di Lugansk e Donetsk nel territorio ucraino. L’ atteggiamento di strafottenza e menefreghismo della classe dirigente banderista installatasi nella Rus’ di Kiev, non costituiva certo una novità per la diplomazia russa. Questi 8 anni di conflitto permanente, hanno consentito a Putin e all’estabilshment moscovita, una preparazione meticolosa della “controrivoluzione preventiva” di cui i blindati con la lettera “Z” rappresentano solo l’aspetto operativo-militare.
Come già detto, la riconfigurazione dello spazio ex-sovietico ed il consolidamento come potenza eurasiatica – che presuppone lo sganciamento dall’Unione Europea – sono i due veri obiettivi di Mosca. Quindi un ritorno dell’Ucraina nell’alveo delle Nazioni amiche della Federazione Russa (di cui è prevedibile l’adesione a medio termine nell’Unione Eurasiatica, nel CSTO e nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai) lascia intravedere a breve termine il reingresso nella famiglia imperiale russa della Moldavia, inclusa ovviamente la Repubblica Moldava di Pridnestrovije. Quest’ultimo step, servirà a chiudere definitivamente la partita non solo con i nemici esterni, ma anche con quelli interni, ossia le quinte colonne che operano contro il Cremlino. Le medesime che, lavorando per Washington, hanno tentato di disarticolare la sovranità territoriale sovietica e russa sul Caucaso, dopo aver consentito lo sganciamento dei Paesi baltici (Estonia, Lituania e Lettonia) e quello bielorusso-ucraino (1991).
La Moldavia e con essa la Transnistria, rappresenterebbero geograficamente la punta più avanzata del progetto di rentregrazione granderusso e, oltre a porre fine ai sogni di gloria della Romania, sigillerebbero nuovamente quell’area da ogni tentativo palese ed occulto, di destabilizzare i territori della Federazione Russa. La Sig.ra Maia Sandu, ennesima creatura dell’atlantismo (ex Consigliere del Direttore Esecutivo presso la Banca Mondiale a Washington) è destinata al fallimento e alla destituzione dalla carica di Presidente della Moldavia. Poiché dotata di doppio passaporto (Moldavo-Rumeno), è pronta a ritornare dai padroni d’oltre confine. Nessuno tanto a Fălești quanto a Chișinău la rimpiangerà.

E’ solo questione di tempo, nessuno in Europa ha le capacità di ostacolare la nuova ascesa, mentre il progetto euro-atlantico di intervento nel processo di transizione post-Putin è destinato inesorabilmente a fallire.

*Luca Rossi- Segretario dell’Associazione Culturale Russia Emilia-Romagna

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Quello che gli altri non dicono

© 2024 · controinformazione.info · site by GDM