La Nuova Tirannia

di Juan Manuel De Prada (*)

A nessuno sfugge che la piaga del coronavirus sta facilitando l’istituzione di quella che Michel Foucault chiamava la ‘biopolitica’, una nuova forma di tirannia che non si impone con i manganelli o con i fucili ma con strumenti molto più sofisticati che ottengono il dominio sulle persone attraverso il controllo degli spazi che abitano, le loro relazioni personali, i loro comportamenti e affetti e anche i loro pensieri e desideri più segreti. Gli “stati di allarme”, il “coprifuoco” e le altre “limitazioni alla mobilità” che disturbano così le menti più grezze sono solo manovre fuorvianti.

Molto più subdole (ed efficaci) sono, ad esempio, le tecnologie di sorveglianza di massa che tracciano i nostri movimenti e manipolano le nostre decisioni, anche prevedendole; tecnologie alle quali la maggioranza sociale si attiene docilmente, mentre digitano sui loro smartphone, tranquilli e convinti che il potere li utilizza per proteggere la nostra sicurezza personale e preservare la nostra salute.

Tuttavia, allo stesso tempo, si verifica un altro fenomeno non meno evidente, che quasi nessuno rileva, poiché la nostra generazione, piena di ideologie in disaccordo, è stata completamente amputata dalle preoccupazioni spirituali. E un fenomeno del genere è la soppressione delle inquietudini religiose, che dallo scoppio della piaga del coronavirus si è manifestata in tutto il suo travolgente splendore. Quando leggiamo una cronaca sulle piaghe che nei tempi passati che hanno decimato l’umanità, scopriamo che l’irrequietezza religiosa delle società che ne hanno sofferto è diventata enormemente acuta; poi, di fronte all’onnipresenza della morte, si sono posti ancora una volta le domande che la bonanza e il godimento dei piaceri materiali tendono a tacere. Ma questa piaga si distingue, precisamente, da un’orgogliosa mancanza di inquietudine religiosa, che si palpa nelle situazioni più estreme (la tranquillità con cui abbiamo accettato che i nostri vecchi muoiano abbandonati, senza assistenza spirituale di alcun tipo), ma soprattutto con il clima sociale imperante, nei media, nel dibattito intellettuale, nell’espressione artistica che, ben lungi dal confrontarsi con il mistero della morte, lo eludono o lo occultano utilizzando le più diverse digressioni contorsioniste.

Manipolazione delle menti

E, sebbene nessuno osi dirlo, entrambi i fenomeni sono intimamente legati. Nel suo discorso sulla dittatura, Donoso Cortés spiega una legge infallibile della Storia, che collega il declino della religiosità con l’ascesa della tirannia. La religione fornisce agli uomini una “repressione interiore” che ordina la loro vita morale; E mentre quella “repressione interna” scende, la repressione “esterna” o politica aumenta inevitabilmente. Donoso passa in rassegna le diverse fasi dell’Umanità, da una società pienamente religiosa – quella formata da Gesù e dai suoi discepoli – in cui la libertà era totale (non esistendo altra legge se non quella dell’amore), alle forme sempre più evolute della repressione politica, che consente ai governi di dotarsi di un milione di armi – gli eserciti -, un milione di occhi – la polizia -, un milione di orecchie – la burocrazia amministrativa, fino a quando non raggiungono un punto in cui devono anche “essere ovunque allo stesso tempo”. Un appetito per l’ubiquità che Donoso esemplifica – pronunciò il suo discorso nel 1849 – nell’invenzione del telegrafo; ma che da allora i progressi della tecnologia si sono perfezionati a livelli estremi vertiginosi. Donoso fa qui una pausa tremolante, spaventato dall’attesa di una società in cui il termometro religioso continua a scendere fino a “scendere sotto zero”; ma alla fine osa prevedere l’emergere di “un tiranno gigantesco, colossale, universale, immenso” che non dovrà più affrontare resistenze fisiche o morali, perché a quel punto tutte le menti saranno divise e tutti i patriottismi morti.

Nuova tirannia

E contro questa nuova forma di tirannia che cominciava a consolidarsi, Donoso ritiene che non ci sia altro antidoto che una “reazione religiosa”. Nonostante questo, lancia poi questa inquietante riflessione che il passare del tempo ha solo confermato: «Sarà possibile questa reazione? Possibile che ci sia; ma è probabile? Signori, qui parlo con la più profonda tristezza: non credo sia probabile.

Ho visto, signori, e conosciuto molte persone che hanno abbandonato la fede e vi sono ritornate; per disgrazia, signori, non ho mai visto un popolo che sia tornato alla fede dopo averla persa. Quello che sta accadendo davanti ai nostri occhi, con la piaga del coronavirus sullo sfondo, non fa che confermare i funesti presagi di Donoso. I nuovi tiranni ora possono fare con noi le polpette.

Fonte: XL Semanal

*Juan Manuel De Prada è uno scrittore e opinionista spagnolo.

Fra le ultime sue opere si segnala : “Morir bajo tu cielo”, “Dinero, demogresca y otros podemonios”, “Mirlo blanco, cisne negro” e “Lucía en la noche” , nel 2020 ha pubblicato una raccolta dei suoi articoli su ABC dal titolo, “Cartas del sobrino a su diablo”.

Collabora con diversi giornali come ABC, El Mundo, con riviste letterarie ed ha avuto vari riconoscimenti fra i quali il Premio per la novella narrativa, con il suo libro “El septimo velo”, nel 2007. In precedenza aveva ottenuto il Premio Pianeta, nel 1997 con la sua novella “La tempestad” da cui è stato tratto un film.

Traduzione: Luciano Lago

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