La nebbia della guerra e il cambio di paradigma globale

di Fabio Reis Vianna

La massima del pensatore brasiliano José Luís Fiori secondo cui, “l’espansionismo e la guerra sono due parti essenziali della macchina per produrre potere e ricchezza nel sistema interstatale”, forse non è mai stata così attuale e sembra confermare nell’esatto momento storico a cui stiamo assistendo.

Gli eventi straordinari conseguenti all’intervento russo in Ucraina, iniziato lo scorso 24 febbraio, lasciano tracce indelebili e confermano alcune delle percezioni che abbiamo già accennato in altri nostri articoli.

L’ordine internazionale guidato dall’Occidente è chiaramente messo in discussione nella sua gerarchia di potere e la guerra in Ucraina è un chiaro sintomo di questa sfida.

Ciò che colpisce davvero, tuttavia, è la percezione che questa guerra punti a qualcosa di molto più grande di quanto appaia a prima vista, poiché non sarebbe una guerra regionale, ma una guerra di proporzioni globali: una guerra per l’ egemonia.

Il cambio di paradigma rappresentato dall’intervento della Russia in Ucraina consolida così la strada verso un nuovo sistema internazionale più frammentato, in cui il potere occidentale è indebolito. In questo scenario, le placche tettoniche del sistema internazionale si stanno lentamente spostando di fronte al mondo nuovo e senza precedenti che si sta aprendo.

Pertanto, piaccia o no, le élite di paesi come il Brasile, così legati alla strategia di sicurezza degli Stati Uniti, vengono spinte verso una soluzione consensuale verso l’esperienza eurasiatica attraverso i BRICS. Così, l’esercito brasiliano, così reazionario e obbediente a Washington, si confronta con un mondo nuovo, apparentemente già compreso dalla tradizione diplomatica dell’“Itamaraty” (palazzo del Ministero degli Affari Esteri in Brasile – foto, sotto), e persino dalla potente lobby brasiliana dell’agrobusiness.

Il Palazzo Itamaraty di Brasilia, opera dell’architetto Oscar Niedermeyer.
Al contrario, la cecità delle élite europee provoca stupore alimentando un gioco che immerge l’Europa in ciò che è sempre stata: la grande arena della competizione militare interstatale per 500 anni.

Pertanto, tenuto conto di questa terribile premessa, l’armistizio che ha reso possibile la creazione dell’Unione Europea, oltre che della moneta comune, sarebbe stato solo un semplice interregno di pace, fino alla prossima guerra.

Riprendendo il suo tragico posto nel sistema internazionale classico, l’Europa torna ad essere arena dell’antico teatro della morte, e della massima secondo cui «la pace è quasi sempre una tregua che dura per il tempo imposto dalla costrizione espansiva dei vincitori e il bisogno di vendetta dei perdenti” non è mai stato così appropriato.

In questo contesto, è paradigmatica l’umiliazione tedesca seguita al veto americano contro il gasdotto Nord Stream 2. Il 7 febbraio, nel bel mezzo della Casa Bianca, e ancor prima dell’intervento russo in Ucraina, Joe Biden sconfessa pubblicamente il nuovo cancelliere tedesco Olaf Scholz, dichiarando categoricamente che il gasdotto Nord Stream 2 sarà fermato.

Questo potrebbe essere visto come l’innesco dell’intervento russo e dell’apertura del vaso di Pandora per il nuovo mondo che si sta aprendo. Oltre a rappresentare, in termini simbolici, l’umiliazione della Germania come Paese sovrano, consolida il “colpo di stato” finale nel progetto di integrazione europea.

Zelensky al fronte

Con il presidente ucraino Vladimir Zelensky che è stato una sorta di portavoce di una sceneggiatura scritta a Washington – o, chissà, a Hollywood – i ripetuti attacchi ai leader europei che hanno lavorato così duramente per normalizzare le relazioni russo-europee, come il recente attacco all’ex cancelliere Angela Merkel, indicano che gli strumenti di guerra di quarta generazione, già utilizzati dagli Stati Uniti in altre parti del pianeta, si stanno intensificando all’interno dell’alleanza occidentale.

Non solo il mantenimento, ma l’approfondimento della continua e illimitata riproduzione ed espansione dell’impero militare americano è una realtà che è diventata ancora più chiara dopo l’ingresso del primo carro armato russo in territorio ucraino, anche se significa destabilizzare e persino distruggere alleati leali di lunga data.

In questo senso, il vecchio postulato sostenuto da molti specialisti della scuola “realista” delle relazioni internazionali, oltre che dai grandi pensatori del Sistema Mondiale, secondo il quale la concentrazione del potere mondiale in un unico Stato sarebbe una condizione essenziale per una pace mondiale duratura, crolla per strada.

Il “paradosso dell’iperpotenza” si conferma uno schiaffo di fronte all’enorme consenso teorico che si è sviluppato a partire dalla metà degli anni ’70.

In altre parole, dal primo minuto del bombardamento americano dell’Iraq nel 1991, che ha preceduto i 48 interventi militari degli anni ’90, e i 24 interventi dei primi due decenni del 21° secolo, che a loro volta hanno portato a 100.000 bombardamenti nel mondo – il sistema internazionale è immerso in un sinistro processo di guerra permanente, o infinita, che contraddice l’utopia kantiana della pace perpetua riflessa nell’idea di stabilità egemonica.

Pertanto, è stato un errore ritenere che la potenza mondiale unipolare emersa con la vittoria della Guerra Fredda potesse esercitare la sua egemonia in nome della pace e della stabilità mondiale, assumendo così una guida responsabile e in nome del grande governo mondiale.

Invece, ciò a cui abbiamo assistito negli ultimi 30 anni è l’escalation della competizione interstatale, con altri stati che reagiscono al processo insensato e irrilevante di espansione del potere dell’impero militare americano.

Di conseguenza, ci troviamo di fronte a un mondo che sembrava appartenere solo ai libri di storia; dove gli interessi nazionali delle grandi potenze ritornano con la forza che, alla fine, non hanno mai cessato di avere, ma che è rimasta solo sopita.

Questa nuova (vecchia) geopolitica delle nazioni, quindi, lascia il segno più evidente con ciò che la Russia impone nel suo intervento in Ucraina: la messa in discussione del primato secondo cui solo gli occidentali hanno la legittimità di imporre la propria volontà attraverso la guerra.

È la novità che scuote le strutture del sistema internazionale.

Di fronte a questa guerra imminente di proporzioni globali, risultante dalla sfida russa e da un’escalation della corsa agli armamenti – con il ritorno in gioco allarmante di Germania e Giappone – ci stiamo dirigendo inesorabilmente verso un caos sistemico sempre più profondo tra gli stati, così come l’escalation di conflitto sociale sistemico, in particolare in Europa.

Come altre volte nella storia del sistema mondiale, l’Europa è di nuovo il centro nevralgico della lotta mondiale per il potere. E come in altri momenti tragici della storia, il comportamento dei leader europei è ancora una volta irrazionale; nel mezzo di un gioco a somma negativa. Gli europei sono in gran parte dei perdenti.

Fonte: El Espia Digital

Traduzione: Luciano Lago

1 Commento
  • Gabriella
    Inserito alle 07:39h, 24 Aprile Rispondi

    Un potere non trova mai limiti al proprio interno; è nella logica stessa del potere espandersi illimitatamente, se non trova ostacoli che dall’esterno lo limitino. Questa espansione illimitata è però anche la sua rovina. Lo spiega bene il saggio di Simone Weil “l’Iliade, il poema della forza”, la cui lettura consiglio a chi voglia capire, partendo da una acuta riflessione su un testo antichissimo, dinamiche sempre attuali.

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