La Meloni nel Corno d’Africa

di Adriano Tilgher

Alcuni giorni or sono si è svolto un viaggio nel Corno d’Africa del Presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni.

Il viaggio si è concluso con un incontro trilaterale tra il Presidente Giorgia Meloni, il Primo Ministro etiope Ahmed e il Presidente somalo Mohamud dove sono stati affrontati temi economici, di stabilità e pacificazione del Corno d’Africa e il grave problema migratorio. La Meloni ha annunciato per il mese di ottobre il lancio di un Piano Mattei di sostegno “non predatorio” allo sviluppo dei paesi Africani.
Un’iniziativa lodevole che si riallaccia agli storici rapporti che collegano l’Italia a quel territorio, al segno indubbiamente positivo lasciato dalle esperienze passate, che smentiscono abbondantemente le polemiche capziose ed antitaliane della sinistra nostrana, ma che sollevano una serie di dubbi e di perplessità.

L’Italia ha intelligentemente messo in campo la propria credibilità su quelle zone per recuperare spazio e terreno in un territorio, l’Africa, che si sta allontanando sempre più dalle ingerenze predatorie degli USA e delle nazioni europee, in particolare, della Francia.

Una prima domanda nasce sulla interpretazione di questo atto specifico nel contesto delle scelte di politica estera fatte dall’attuale governo italiano. Come sappiamo l’Italia si è dimostrata completamente prona ai voleri degli interessi geopolitici degli Stati Uniti, in tutte le sue scelte. Addirittura nel conflitto nel cuore dell’Europa, in Ucraina, si è mostrata più asservita dei precedenti governi, che sono sempre stati pronti a dimostrare la loro fedeltà alle forze politiche e militari straniere che continuano ad occupare il nostro territorio dal 25 aprile 1945.

La Meloni in Eritrea

Nel momento del distacco della quasi totalità delle nazioni africane dall’influenza dei paesi del cosiddetto Occidente, è possibile ipotizzare un mandato da parte degli USA all’Italia, nella cui storia di presenza su quei territori non vi è mai stato un atteggiamento predatorio, al contrario della presenza anglosassone e francese, per recuperare rapporti deteriorati approfittando delle antiche simpatie nei nostri confronti? Usare cioè la simpatia verso gli Italiani, derivante dai trascorsi del secolo passato, sia quello cosiddetto coloniale che l’era Mattei, per recuperare terreno rispetto ai consistenti investimenti cinesi per la costruzione della nuova “via della seta”.

D’altra parte è difficile pensare che l’Italia, nella grave crisi economica in cui versa, da sola potrebbe sostenere interventi economici e sociali di tale vastità.
Pertanto c’è da presupporre un incarico da parte di Washington ai nuovi sudditi fedeli per rimettere i piedi dentro un continente che si sta ribellando. La domanda successiva è se nel Piano Mattei, che sarà prospettato, si manifesterà la stessa attenzione che aveva avuto il grande Enrico Mattei verso la ripresa delle singole nazioni africane e la loro autonomia oppure sarà l’occasione di un nuovo piano predatorio, come nella barbara subcultura anglosassone?

Quali sono i reali margini di autonomia italiana in questa trattativa?

Infine, dato che tutti conosciamo la drammatica fine di Mattei, ucciso, per conto delle “sette sorelle” tra le compagnie petrolifere, dai servizi segreti controllati da inglesi ed americani, siamo sicuri che gli uomini USA siano disposti ad accettare l’utilizzo di quel nome e soprattutto l’utilizzo del metodo Mattei che è stata la causa prima della sua eliminazione?

Sono domande a cui è impossibile rispondere al momento; lo vedremo ad ottobre o quando si scopriranno le carte. A me piace sperare, dato il mio inguaribile ottimismo, che dietro questa iniziativa ci sia uno sprazzo di indipendentismo e di autonomia identitaria.

Ci credo poco ma, come si dice, la speranza è l’ultima a morire.

Immagine: https://www.agenzianova.com/

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