La Filosofia della Storia Hollywoodiana

di Massimiliano Brancato

Ogni società, ogni cultura ed ogni periodo storico hanno avuto le loro “Filosofie della Storia”, un modo di leggere e interpretare le narrazioni degli antenati e i fatti della quotidianità in una visione teleologica, sia essa di carattere salvifico-messianica, apocalittica, evolutiva, ciclica etc.
Queste “filosofie”, ovviamente, ci forniscono “occhi” e “metodi” completamente differenti per l’osservazione del “fatto” storico, e questo, in effetti, ha portato a letture altrettanto differenti dei medesimi accadimenti, documenti, reperti etc.
La storiografia del novecento, almeno fino alla diffusione dei nuovissimi mezzi audio-visivi, particolarmente pellicole cinematografiche, si è mantenuta nel solco positivista-evoluzionista che si era consolidato nel secolo precedente, figlio dell’illuminismo razionalista.
Era, in buona sostanza, una storiografia ancora di tipo classicamente archivistico e classificazionista, sulla falsariga delle scienze naturali. In sostanza, la storia veniva ancora percepita come una “continuità’” di fatti che si dipanavano secondo leggi più o meno “esatte”. Ma, comunque, si percepiva e dava conto della complessità del fatto storico. Quella che si era messa da parte, nella prima metà del novecento, era, eventualmente la storiografia salvifico-religiosa che aveva dominato i secoli precedenti. Non c’era più la percezione del dipanarsi continuo di una lotta tra il bene e il male, quanto piuttosto l’azione di meccanismi prevalentemente basati sugli interessi “economici” di singoli gruppi, classi o soggetti individuali.
Ma, come sappiamo, la storia è “narrazione” e, pertanto, non è indifferente al “media” della narrazione stessa. Se la trasmissione orale delle tradizioni storiografiche favoriva un concetto “ciclico” della storia, quella “testuale” ha favorito un concetto “cumulativo” con caratteristiche, abbiamo detto, ora salvifico-religiose ora evoluzionistiche-positivistiche.
E i nuovi “media” che a cavallo della metà del secolo scorso iniziano a diffondersi esponenzialmente non faranno certo eccezione nel condizionare, anzi, direi, edificare una altrettanto nuova narrazione storica. Una nuova Filosofia della Storia di carattere “filmico” di cui si avvarrà in particolare la maggiore delle “fabbriche culturali” del secolo scorso: Hollywood.
Quali sono, allora, gli elementi strutturali del nuovo linguaggio “filmico”. Anzitutto la “discontinuità’”. Un film, per poter essere, deve avere un inizio, una fine ed una trama in qualche modo coerente.

Da un punto di vista storico, la narrazione filmica tende a recuperare, pertanto, quella storiografia “evenemenziale” che sembrava abbandonata nel corso del novecento. Il film è evenemenziale per sua intrinseca struttura. Gli avvenimenti scaturiscono al suo inizio sostanzialmente dal nulla. Non è possibile, nella narrazione filmica, dipanare la complessità di cause e concause. Per questo occorre la vecchia saggistica, sempre più derelitta ormai.
Il secondo elemento strutturale è la trama necessariamente “morale”. Un film non può non avere una sua morale, una sua finalità, sia ideologica, celebrativa, apologetica, didattica etc.
La finalità, ovviamente, è dettata dalle produzioni a loro volta legate al potere politico-culturale dominante e subordinate all’esigenza di “fare cassa” con prodotti di largo consumo e, pertanto, di facile digestione.
La “morale” filmica ha fatto tornare di nuovo in auge quelle letture salvifico-religiose della storia che erano state messe da parte dalle varie storiografie sociali ed economiche della prima metà del novecento. Ancora una volta, non si può tener conto della complessità che genera il fatto storico, esso viene identificato, isolato, condito con elementi di tipo moralistico-salvifico (il personaggio buono inevitabilmente contro quello cattivo) e ha necessariamente un esito che non può essere messo in discussione, pena l’isolamento socio-culturale che, in effetti, crea a sua volta “minoranze” devianti che si ha sempre buon gioco a confinare nel recinto ideologico del “terrorismo” o di un’altra pletora di disturbi sociali e psicologici.

Guerra del Vietnam, secondo Hollywood

La narrazione filmica della storia ha condizionato i nostri “occhi” e i nostri “metodi” di lettura del fatto storico, in una scala che non percepiamo esattamente nella sua enorme portata. E non la percepiamo proprio perché’ onnipervasiva, per noi è diventato un linguaggio del tutto naturale. Solo le menti più acute di quei (pochissimi) storici ancora legati alle vecchie tradizioni “bibliografiche” riescono a percepirne la portata distruttiva.
La storia delle relazioni tra la NATO e la Russia, o come si chiamava prima, l’Unione Sovietica, si condensano necessariamente nella data del 23 febbraio del 2022, ad esempio, con l’ingresso dell’esercito russo nei territori del Donbass ucraino. La complicatissima storia del conflitto israelo-palestinese, che si trascina almeno dal primo millennio a.C., si riduce all’attacco del 7 ottobre 2023. Non c’è nulla prima dell’11 di settembre del 2001, è ovvio, così come non c’era nulla che spiegasse l’attacco giapponese a Pearl Harbor.
Sono tutti “film”, sceneggiature ben collaudate dove il bene per sua necessità si individua subito e senza discutere, così come anche gli esiti non possono non essere scontati. Il regista ci condurrà per mano, attraverso suggestivi e spettacolari colpi di scena, verso il “The End”. Un film, d’altronde, è un prodotto “discreto”, è una esemplificazione necessaria…non è mica la vita. E non è, necessariamente, neanche’ la verità storica, ammesso che sia mai esistita.
Ora, ci si domanda, come si esce da questa visione puerile della storia. Negli anni settanta del secolo scorso si è iniziato a diffondere il fenomeno delle cinematografie “alternative”, sicuramente di grande interesse. Il tentativo era quello di proporre, con la stessa tecnica, filmico-evenemenziale, le visioni dei “vinti” o, se vogliamo, dei “cattivi” della filmografia classica ufficiale. Queste iniziative hanno avuto senz’altro una quantità di pregi estetici e sono state anche di una qualche utilità per quella limitatissima cerchia di cinefili che ha avuto la possibilità di fruirne.
Ma con queste lodevoli iniziative non si è mai messo in questione il dominio della narrazione “filmica” in quanto tale, che, in effetti, ha continuato a danneggiare anche le migliori menti sino ad oggi.
Cosa si può proporre allora? Si è parlato della dicotomia necessaria tra l’esperienza ”discontinua” e moralistica del film rispetto a quella che abbiamo definito “vita”, ossia la continuità e la terribile complessità del reale. Una possibile soluzione sarà, quindi, quella di far “sovrastare” questo reale terrificante, selvaggio e a-morale sulla finzione filmica. Si tratta di scardinare le pareti delle scenografie di Hollywood e di far irrompere la “storia selvaggia” nel suo inevitabile dipanarsi nelle sale cinematografiche.
Si dirà che è una “distopia”. Certamente lo è, così come altrettanto distopica è stata la orwelliana filosofia della storia disneyano/hollywoodiana. Si tratta di sostituire distopie a distopie, visto che le utopie, in genere, hanno esiti disastrosi.
Siamo lontani da questo evento iperrealistico? No, non direi. Oggi non abbiamo più la necessità di vedere un cinegiornale o un filmetto edificante per sapere cosa succede a Artyomosk/Bakhmut o a Gaza City. Abbiamo degli stupendi droni, abbiamo dei formidabili “streaming”. La realtà ci irrompe nel salotto di casa (quasi) senza filtri ormai.
Contempliamo paesaggi di rovine, eccidi immondi, battaglie epiche che vanno forgiando il nuovo mondo, in diretta.

Si dirà, sì ma c’è ancora il filtro mediatico, noi NON siamo a Artyomosk né a Gaza. Siamo comunque spettatori, sebbene senza filtri di furbi produttori, sebbene atterriti. Si, è vero. Per il momento ancora lo siamo, seduti al riparo dei nostri divani. Ma la storia, come abbiamo detto, sembra avere una sua peculiare natura tragicomicamente distopica. Magari dovremo solo aspettare ancora qualche tempo.

Bangkok, 8 novembre 2023

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