Interviste a Stefano Mantegazza e Pier Paolo Dal Monte, coautori del libro “Governo virale” (2)

Arianna Editrice 2021, a cura di Luigi Tedeschi
Intervista a Pier Paolo Dal Monte

  1. L’avvento dell’era della globalizzazione è tuttora interpretato come una trasformazione epocale immanente, intrascendibile, irreversibile. All’universalismo spirituale e filosofico si è sostituito il cosmopolitismo neoliberista, al comunitarismo dei popoli e delle nazioni l’individualismo atomistico astratto, alla polis il villaggio globale. Pertanto, agli eventi globali devono far riscontro soluzioni globali. Ma allora ci si chiede il perché da questa pandemia globale non è scaturito anche un “comunismo scientifico globale”, con il superamento dei diritti e dei brevetti che limitano l’utilizzo globale del progresso scientifico? L’abbattimento delle barriere economiche, politiche e scientifiche non è un principio eminentemente liberale?

Il termine “globalizzazione” è talmente vago da prestarsi alle definizioni più disparate. Nella fiaba mediatica è stata sovente spacciata come una grande opportunità per i ricchi come per i poveri, per i potenti come per gli umili. Questa favola contiene una sorta di promessa implicita che, in fondo, è la stessa alla quale ha sempre alluso il mito del progresso, ovvero quella della prosperità universale, situata in un indeterminato futuro, nella quale i fiumi di latte e di miele sono sostituiti dalle loro metafore tecnologiche.

In realtà, la globalizzazione è stato semplicemente il percorso, attraverso il quale, l’intero mondo viene trasformato in merce e mercato, attraverso la rimozione degli ostacoli di natura politica e sociale che ostacolano quest’obiettivo.

In fondo, questo tipo di azione non è affatto una novità: il liberalismo ha sempre perseguito lo scopo di rimuovere qualsiasi ostacolo al manifestarsi del cosiddetto “libero mercato” (il famoso sintagma “laissez faire” fu coniato negli anni ‘40 del XVIII secolo). Il liberalismo non è altro che questo, nonostante i tentativi fatti per farlo apparire come una dottrina politica.

La globalizzazione, dunque, non è altro che l’estrema conseguenza degli assunti liberali, in un’epoca storica nella quale gli sviluppi tecnologici (trasporti, comunicazioni, ecc.) hanno permesso questa sorta di “contrazione spazio-temporale) del mondo.

  1. Il modello politico – economico neoliberista si fonda su una ideologia di origine illuminista che concepisce la storia come progresso illimitato ed inarrestabile. Il governo degli stati è stato progressivamente devoluto alle oligarchie tecnocratiche e l’amministrazione dalla cosa pubblica è improntata quindi a criteri di “epistemologia tecnica”, che sono sostituiti via via alla democrazia politica. La struttura della società è divenuta un progetto di ingegneria sociale. Dopo la fine delle ideologie novecentesche, la globalizzazione ha effettuato una trasposizione delle leggi scientifiche alla politica, alla economia e alla governance della società civile. La globalizzazione quindi, altro non è, se non una riviviscenza del positivismo e del sociologismo ottocentesco? La globalizzazione pertanto, nel concepire la società come un “organismo complesso”, non è un fenomeno sostanzialmente antistorico, sebbene ideologicamente progressista?

Come abbiamo detto precedentemente, la globalizzazione non è una riviviscenza positivistica, è il punto di arrivo (in senso semplicemente cronologico) del percorso del liberalismo o, se vogliamo usare un altro termine, del capitalismo, del quale il positivismo e il sociologismo sono semplici corollari, seppur necessari, essendo questi ultimi null’altro che i portati culturali, le casse di risonanza epistemiche del mito del progresso, sul quale il liberalismo si poggia.

La concezione della società come “organismo collettivo”, non è che il punto di arrivo del sogno cartesiano dell’“uomo-macchina”, ovvero dell’applicazione del meccanicismo newtoniano alla società. E, per quanto si cerchi di abbellire o “modernizzare” questo tipo di riduzionismo, parlando di “sistemi complessi” ed altri tipi di cosmesi epistemiche, la linea di pensiero rimane sempre la medesima.

Non dimentichiamo che il concetto di “complessità”, non è altro che una caratteristica attribuita al sistema dall’osservatore e significa semplicemente che le categorie adoperate per descrivere il sistema, fino a quel momento, non sono più adeguate e vanno riadattate per darne una lettura maggiormente “scientifica”. Ovvero che la metafora descrittiva va cambiata e, pertanto, il concetto di “complessità”, nella più parte dei casi, è un buon “rifugio per le canaglie” per evitare di dichiarare la propria incapacità di fornirne un’adeguata metafora.

  1. Gli orizzonti utopici del progressismo illuminista, così come quelli delle ideologie novecentesche, sono ormai tramontati. Ci si chiede dunque, quale credibilità possa ancora riscuotere la prefigurazione del mondo globalizzato, quale “il migliore dei mondi possibili”. Il dominio della ontologia economica e della zootecnia sociale, hanno generato una funzionalizzazione omologata dell’umanità alla struttura della società capitalista. Il neoliberismo globalista ha creato un mondo dominato da una oggettività immanente, non suscettibile di trasformazioni. Secondo quanto affermato da Emiliano Brancaccio, oggi, “si riesce a concepire perfino la fine della vita sulla terra, ma non la fine del capitalismo”. Il migliore dei mondi possibili non si rivela quindi una utopia incompatibile con il neoliberismo che concepisce se stesso come “la fine (e quindi anche il fine) della storia”?

Anche qui, l’immagine del “migliore dei mondi possibili” è qualcosa che riguarda esclusivamente l’osservatore, ovvero è una figura retorica che riflette le predilezioni e gli auspici di coloro i quali la propugnano. In ultima analisi, della loro ideologia, ovvero un’immagine ideale trasformata in un tèlos da perseguire politicamente.

Da questo punto di vista il capitalismo, o il liberalismo sono, di fatto, contrassegnati da un’oggettività immanente. In questo caso, adoperiamo i due termini come sinonimi, in quanto il “capitalismo”, che è terminologia marxiana indica il tèlos del sistema, ovvero l’accumulazione di capitale, mentre “liberalismo” che, nell’inglese d’oltre oceano suona come “free market economy”, ne è l’imprescindibile mezzo.

Siccome l’accumulazione di capitale, esponenziale ed infinita, e l’economia di libero mercato sono caratteristiche imprescindibili per questo tipo di sistema, esso è dominato, consustanziato, da questo tipo di oggettività immanente che, oggi, permea qualsiasi angolo del globo (la globalizzazione), ogni azione ed ogni pensiero della più parte degli esseri umani, dal punto di vista fattuale ancora più che da quello ideologico.

  1. La crisi pandemica ha prodotto anche una crisi economica mondiale dagli effetti devastanti. La pandemia ha messo in luce la precarietà e anche la fallacità dei meccanismi su cui è strutturata l’economia globale. L’economia, nell’affrontare la crisi sanitaria, ha dunque dovuto rinunciare al proprio primato a favore della scienza. Del resto, economia e scienza costituiscono gli elementi fondamentali della ideologia del progresso. Il neoliberismo è comunque un fenomeno tecnocratico, che con la pandemia si è mutato in iatrocratico. Tuttavia, ci si domanda: la crisi pandemica non si è rivelata una fase fondamentale di un processo evolutivo del capitalismo già in atto? La scienza, dopo il superamento della pandemia, non si rivelerà funzionale ad una economia che nel suo sviluppo, si evolve e si alimenta delle grandi crisi, siano esse politiche, belliche, economiche o sanitarie? Il progetto del Grande Reset, la crescita incontrollata della economia finanziaria a discapito della economia reale, la rivoluzione digitale, non sono fenomeni che prefigurano l’avvento della incipiente era postmoderna?

È evidente come il sistema-mondo capitalistico e di libero mercato, essendo estremamente intrecciato ed interdipendente, può funzionare in maniera efficiente solo secondo il principio del coeteris paribus , ovvero se non si verificano grossi “intoppi”” o perturbazioni che possano interrompere i flussi finanziari, produttivi o di distribuzione delle merci.

Un evento come quello che si è verificato (senza addentrarci nei particolari sul merito, ossi ala veridicità del racconto, l’appropriatezza delle misure adottate, le finalità “collaterali”, ecc.) non poteva non creare gravi scompensi nel funzionamento della “megamacchina” (per usare la metafora cartesiana di Lewis Mumford), scompensi che sono ben lungi dall’essersi ancora manifestati nella loro effettiva ampiezza.

Possiamo vedere, quello che è avvenuto, come il manifestarsi di una di quelle crisi cicliche che compaiono, periodicamente, nella dinamica del capitalismo, il cui precedente più vicino si può riscontrare nel periodo che va dal 1914 al 1945, quando il centro di accumulazione capitalistico si stava spostando dall’Europa agli Stati Uniti.

Non sono un appassionato di definizioni, tanto meno di quelle che scaturiscono dall’inesauribile cornucopia neolinguistica della modernità. Trovo che i termini “postmoderno”, “transumano”, “postumano”, “IV rivoluzione industriale” siano da consegnare ad un’ideale pattumiera semantica. Non sono altro che “significanti” che vengono reiteratamente adoperati come se avessero un significato reale, per convincere le folle a condividere quel significato che è attribuito ad essi da coloro i quali li hanno coniati e li propugnano, allo scopo di indicare un destino immanente per l’umanità.

Nuova rivoluzione industriale”, ad esempio, non indica altro che un’automazione sempre più spinta, in accordo con i mezzi tecnici che, oggi si hanno a disposizione: nulla di nuovo sotto il sole. Già Günter Anders, ne “L’uomo è antiquato”, poneva il problema in termini analoghi a quelli con i quali è posto oggi (solo che oggi non parlano di “problema” ma di “opportunità”), denunciando, già all’epoca (negli anni ’50), come il lavoro fosse destinato a diventare “il principale prodotto da produrre”.

La dinamica del capitalismo era già ben chiara ai tempi di Marx o, quantomeno, dovrebbe esserla oggi, ai temi di Braudel e Wallerstein, così come la dinamica del neoliberalismo, se non fosse stata chiarita a sufficienza dagli scritti di Foucault e David Harvey, dovrebbe almeno esserlo da quelli di Phillip Mirowski.
Pertanto non vi è nulla di particolarmente nuovo in queste dinamiche, esse stanno semplicemente seguendo le traiettorie evolutive che sono connaturate e consustanziali al sistema.

L’epistemologia della modernità non è altro che un denominare vecchi concetti e vecchi fenomeni con parole nuove.

Governo Virale. Dalla Polis all’Ovile

Fonte: Arianna Editrice

8 Commenti
  • atlas
    Inserito alle 22:55h, 13 Luglio Rispondi

    giudei, massoneria, liberali e democrazia. In 4 parole ho descritto il male, senza scrivere libri tedianti, di come ce ne sono tanti in circolazione. Forse anche per speculazione. Soluzione ? Nazional Socialismo, Monarchia assoluta, Religioni, Islam e cristianesimo tradizionale, Putin e Orban. Poi Gesù con la soluzione finale e il Goberno a DIO

    • Giorgio
      Inserito alle 08:26h, 14 Luglio Rispondi

      Sintetico e chiaro Atlas ….. nessuna ambiguità ……

      • atlas
        Inserito alle 09:47h, 14 Luglio Rispondi

        e ke sono, il troll gender che continua ad annusare in mezzo alle gambe gli utenti quì ?

        • filiberto
          Inserito alle 11:55h, 14 Luglio Rispondi

          Il ”Goberno” a Dio.
          Ti palesi per quello che sei.
          Un abbraccio egregio.

          • atlas
            Inserito alle 13:38h, 14 Luglio

            un’errore di battitura ci può stare, l’abbattere un troll cronico anche. E cambiamo strategia. Non diamo da mangiare ai troll democratici (non rispondiamogli nel merito dei loro commenti contrari all’orientamento sovranista del sito). E’ Luciano Lago che li deve definitivamente cancellare tutti, il sito è il suo. Finchè non lo fa è uno che dimostra solo di scrivere chiacchiere (democrazia)

          • cherubbo
            Inserito alle 09:59h, 15 Luglio

            1 Da quando questo sito e’ di stampo fascista/dittatoriale?
            2 Chi l ha deciso?
            3 Perche’ Luciano Lago dovrebbe cancellare i democratici e non i troll prezzolati come te?
            4 Come ti permetti di insultare gli altri utenti?
            5 Chi sei?
            6 Redazione ma cosa aspettate a cancellarlo visto che a quanto pare lancia frecciate anche a voi?
            hannibal e’ giorgio sono la stessa persona,scrivono gli stessi commenti copia/incolla.
            eno male che e’ solo un errore,la maggior parte degli arabi sono totalmente analfabeti.

  • Giorgio
    Inserito alle 12:25h, 15 Luglio Rispondi

    Redazine …… ma chi è che insulta chi …………
    La maggior parte degli arabi sono analfabeti ……….. ?
    Ne ho conosciuto alcuni che ti fanno barba e capelli ……..
    Per fare un esempio pratico non basterebbero 100 Cherubbo per fare un Farouq o un Atlas …….
    Farouq e Atlas non me ne vogliate per il paragone blasfemo ……
    ma quando ci vuole ci vuole ………..
    Per il resto nessun dialogo con i liberal democratici …….

  • Giorgio
    Inserito alle 12:28h, 15 Luglio Rispondi

    Redazione …….. ” la maggior parte degli arabi sono analfabeti ” ……
    Chi è che insulta chi ?
    Nessun dialogo con i liberal democratici …….

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