INTERVISTA SULLA DESTRA A PAOLO BORGOGNONE (1)

Saggio d’autore

Oltre il “Dio, patria e famiglia”? Dopo aver trattato il fallimento della sinistra “radicale” Roberto Pecchioli per l’Accademia Adriatica “Nuova Italia” pone 13 quesiti al brillante saggista piemontese.
1. Professor Borgognone, la prima domanda potrebbe escludere le altre, a seconda della risposta. Secondo lei, ha ancora senso la segnaletica politica centrata sullo schema destra/sinistra, oppure, come pensano Alain de Benoist e molti altri, lo schema è cambiato. Il conflitto non è piuttosto tra alto e basso, centro e periferia, perdenti e vincitori della globalizzazione? Oppure ancora, tenuto conto che è il liberismo l’unica ideologia rimasta in campo, la sfida non potrebbe essere tra i sostenitori del liberismo nella sua versione mondialista, permissiva politicamente corretta e gli assertori dell’idea di Stato nazionale e di un’economia e di un assetto sociale con larghi spazi per il “pubblico”?

Io penso che la dicotomia segnaletica destra/sinistra sia per certi aspetti obsoleta e soprattutto funzionale a perpetuare lo stato di cose presenti, cioè il clima politico apertamente neoliberale e controrivoluzionario, imposto per via politico-mediatica e finanche giudiziaria dai grandi insiemi del capitalismo globalizzato ma, per altri, ancora utile, sebbene ridefinita, per collocare adeguatamente la sinistra nell’alveo culturale degli apologisti del globalismo e dei processi di sradicamento sociale su basi edonistiche ed egocentriche. Mi spiego meglio: se aboliamo tout court la dicotomia destra/sinistra diventa impossibile indicare la sinistra per quel che è ed è sempre stata, ovvero il partito del cosmopolitismo borghese, dell’edonismo e, soprattutto, dell’egocentrismo dei ceti organici alle dinamiche, promosse dalla cosiddetta “società aperta”, di centrifugazione delle identità e delle specificità tradizionali dei popoli e delle comunità storiche nel loro complesso.

La sinistra bobo-chic, ovvero la sinistra mainstream che viene considerata come la parte più “avanzata” e “spregiudicata” del quadro politico contemporaneo dal punto di vista dei ceti universitari e giornalistici di complemento al regime dei mercati globalizzati, è il partito dell’omologazione culturale americanocentrica ed è la sponda politica, attraverso il politically correct, di tutti i nuovi tabù ideologici propedeutici alla riproduzione e persino alla legittimazione, anonima e impersonale, del regime del capitalismo liberale e della società di mercato. Karl Marx aveva previsto con lucidità e perizia la deriva finanziaria del capitalismo. Marx aveva indicato esplicitamente i processi di finanziarizzazione del capitalismo.

La sinistra postmoderna è il partito dei portavoce più entusiasti dei summenzionati processi di finanziarizzazione tardo capitalistici. La sinistra politico-culturale è, attraverso la propria ideologia di riferimento, ovvero il Politicamente Corretto, il versante sistemico della sovrastruttura capitalistica nell’era della modernizzazione radicale dei costumi di massa e della tendenza generalizzata alla mobilità surmoderna funzionale a consolidare i rapporti di forza (signori vs. sudditi), la struttura di classe (oligarchico-plebea, società dello spettacolo) e la contraddizione principale (capitale/lavoro) del nostro tempo storico. Ergo, la sinistra odierna è il principale nemico di classe in senso marxiano. La sinistra, infatti, come ricorda un suo stesso esponente, ovvero l’economista Stefano Fassina, «è stata per anni a rimorchio di un europeismo liberista che ha perseguito gli interessi dei più forti» tant’è vero che, prosegue Fassina, alle elezioni del 4 marzo 2018 «hanno votato per la sinistra solo i benestanti» residenti nei quartieri più à la page delle principali metropoli del Paese (Milano, Roma). La sinistra, afferma infine Fassina (e chi scrive concorda in toto con siffatta analisi), è il partito di riferimento per i ceti oligarchici che, negli ultimi 30-40 anni almeno, hanno perseguito e attuato il programma concernente un impianto «mercantilista europeo che non funziona e segue un’idea culturale estremista neoliberista». Io penso pertanto che la dicotomia destra/sinistra debba essere rimossa laddove si caratterizza come una forma di polizia moralistica tesa a rinchiudere entro la dinamica conservatori/progressisti il quadro politico contemporaneo, escludendo da questa nuova specie di “arco costituzionale consentito” ogni espressione antisistemica di pensiero e di azione e vada invece salvaguardata laddove ci consente di smascherare e indicare con più efficacia al pubblico il ruolo della sinistra mainstream quale partito di riferimento dei ceti che ho personalmente definito “figliocci del globalismo”.

Oggi, comunque, la dicotomia entro cui si articola il conflitto culturale e di classe postmoderno è quella tra globalisti e antiglobalisti/sovranisti. E, va detto, vi sono sostenitori di destra e di sinistra del globalismo e della mondializzazione liberale e avversari di destra e di sinistra del globalismo e della mondializzazione liberale. La “società aperta”, infatti, è culturalmente di sinistra, politicamente di centro ed economicamente di destra. Per queste ragioni chi, come il sottoscritto, si pone in un’ottica di critica profonda, originale e onnicomprensiva della “società aperta”, che altro non è se non la torre d’avorio in cui si rinchiudono i ricchi e i prepotenti escludendo tutti gli altri motivando tali processi neosegregazionisti sulla base di giustificazioni sedicenti “colte” (antifascismo in assenza di fascismo e a convenienza, retorica femminista, retorica gay-friendly, retorica “no border”, ecc.), definisce se stesso come culturalmente di destra (una destra tradizionale, spirituale, legata a valori cavallereschi e signorili di onore e fedeltà e non a presupposti liberali, grettamente “conservatori” e mercantili), politicamente favorevole a un’alleanza del riscatto popolare capace di unire le ali “estreme” di destra e di sinistra contro ogni ipotesi centrista di continuità liberale e politically correct e, infine, economicamente socialista (non marxista, piuttosto “marxiano”, ma favorevole all’istituzione di un modello economico “misto”, dove lo Stato socialista, nazionale e popolare e non, si badi bene, lo Stato liberale dispotico odierno, detenga la sovranità, la proprietà e il controllo degli assets strategici e dei mezzi atti alla produzione materiale e immateriale, compresi ovviamente la moneta, la difesa e il mainstream, e crei lavoro retribuito e sicuro per le famiglie).

manifestazione contro le banche

2. Diego Fusaro sostiene che dopo il 1989 il capitalismo dispiegato nella sua forma globalista ha distrutto sia il proletariato sia la borghesia, tanto dal punto di vista culturale che sociale. Con sfumature diverse è anche il suo pensiero. Ci spieghi in estrema sintesi che cosa è accaduto al mondo – e in primis all’Occidente dopo la fine del “comunismo storico novecentesco” (Costanzo Preve).

Nel 1989-91 i liberali hanno ottenuto il loro più grande successo ideologico, culturale e strategico sulle macerie del comunismo storico novecentesco e, soprattutto, dell’Unione Sovietica. L’Urss rappresentava infatti, a livello territoriale e, per molti aspetti, persino spirituale, la “Terza Roma”, l’idea di impero geopolitico continentale, eurasiatico, tellurocratico. L’ideologia ufficiale dell’Urss poteva anche essere sbagliata e per molti aspetti lo era inequivocabilmente ma l’impianto geopolitico, eurasiatico, imperiale, e l’impianto culturale, pre-consumistico, su cui si fondava l’Unione Sovietica, costituivano un fattore di freno, katechon, di fronte all’avanzata dell’imperialismo americanocentrico, liberal, dei diritti individuali e categoriali strumentalmente appannaggio delle nuove classi medie, ovvero mediocri, edoniste, esito del modo di produzione postmoderno (flessibile e precario). Le forze di destra che, in Europa, esultarono all’indomani della fine dell’Urss pensando che da questa catastrofe geopolitica e culturale di rilevanza epocale sarebbe scaturita un’era di revival etno-nazionalista, si caratterizzarono come gli utili idioti, o i servi sciocchi, dei soggetti politico-sociali ed economici, liberali, edonisti e di sinistra mainstream, che nel 1989 si erano imposti come nuova classe media culturalmente egemone su scala potenzialmente globale. Il 1989, infatti, impose la dittatura globalista del politically correct, la dissoluzione delle classi sociali precedenti, il trionfo dei nuovi ceti narcisisti costituenti la sponda antropologica del biopotere come braccio politico del capitalismo “cognitario” e lo smantellamento dell’ideale geopolitico e spirituale di impero tellurocratico tradizionale (katechon). Il nazionalismo etnico caro a molti partiti della destra europea fu strumentale ad agevolare e persino a radicalizzare questi processi di modernizzazione capitalistico-liberale attuati attraverso la guerra condotta dal liberalismo e dal cosmopolitismo neoborghese, upper class, contro le identità tradizionali, le comunità storiche, lo Stato sociale e nazionale, la giustizia e la natura umana nel suo complesso. Il nazionalismo etnico, ossia il campanilismo, è una costola politica dei processi di modernizzazione sociale borghese e, come tale, è incompatibile con l’idea di impero e di società organica.

Studenti in partenza con l’Erasmus

3. Carl Schmitt nelle categorie del Politico e nella Teoria del partigiano ha ricondotto la dialettica politica a uno scontro totale quanto elementare, quello tra Amico e Nemico. Chi è l’amico e chi il nemico per i popoli e la civiltà europea, nel 2018?

I nemici dei popoli, oggi come del resto in passato, sono i promotori e i sostenitori della “società aperta”, del “libero mercato” economico, dei processi di delocalizzazione permanente e del lavoro biopolitico contemporaneo (flessibile e precario) ovvero, in sintesi, i fautori della pseudo-cultura della mobilità surmoderna. I nemici del popolo, oggi, sono le nuove classi medie, ovvero mediocri, edonistiche, egocentriche, sradicate, imbevute di politically correct e di sinistrismo culturale. Si tratta di soggetti psichiatrici che, in un contesto sociale meno corrotto dal punto di vista della percezione collettiva dell’immaginario, sarebbero considerati marginali, bizzarri e border line. Personalmente, ho definito questi attori sociali psichiatrici postmoderni i “figliocci della sinistra universitaria globalista”.

L’immagine sinistra della Globalizzazione

I figliocci delle business school private metropolitane e della subcultura dello svago vacanziero permanente riproducono, sul versante politico-antropologico, i processi di auto-istituzione del capitalismo economico e, inoltre, legittimano queste dinamiche di sfruttamento capitalistico conferendo loro una sorta di assoluzione veicolata in nome di presupposti pseudo-culturali ispirati all’umanitarismo, al disimpegno e al perbenismo di maniera. Il mainstream, per fini meramente utilitaristici, propone il soggetto egocentrico e narcisista postmoderno come il paradigma antropologico della “modernità liberale”, una sorta di punto di riferimento per tutti coloro i quali declinano l’omologazione cosmopolitica a sorta di viatico ideologico finalizzato a percepire se stessi come “normali”, ovvero socialmente accettabili nel mondo così com’è. Va da sé che questi ceti universitari egocentrici e narcisisti, genericamente di sinistra, sono totalmente incapaci e indisponibili a recepire un discorso politico-filosofico marxiano volto a spiegare loro come il processo di sfruttamento capitalistico che li renderà futuri schiavi del lavoro flessibile, precario e poco o punto retribuito, sia intimamente connesso e inseparabile dai percorsi di istituzione della “società aperta”. I giovani della sinistra mainstream non hanno alcuna propensione a capire, ad esempio, che l’immigrazione è un epifenomeno del capitalismo e una variante dell’ideologia dei flussi economico-finanziari e digitali che domina l’Europa…

Per questi giovani, infatti, la precarietà lavorativa e la delocalizzazione economica sono dei dati di fatto “ineluttabili” perché costoro, nella propria ignoranza, non possiedono alcuna coscienza di classe e hanno pienamente accettato la narrativa liberista come parte integrante dello spazio pubblico in cui sono inseriti. I nemici dei popoli hanno accettato il liberismo economico perché solitamente sono degli studenti mantenuti dai genitori o abituati ad arrabattarsi con quello che riescono a racimolare con lavoretti precari in patria o all’estero (Working Poor Generation) e, nel contempo, considerano la mobilità surmoderna un modo per “entrare a contatto con culture altre”… Questi nuovi sradicati amici della globalizzazione ti guardano allibiti e stralunati nel momento in cui provi a spiegar loro che non esiste alcun multiculturalismo ma un gigantesco processo di omologazione americanocentrica, liberal, di massa e considerano positivamente l’immigrazione poiché, cito testualmente, “i negri non ci danno fastidio”. Insomma, è il vecchio modo individualista di intendere la vita associata: ciò che non inficia direttamente il mio stile di vita, non mi riguarda…

Singolare notare come i giovani italioti della sinistra mainstream abbiano recepito integralmente e fatta propria la leggenda metropolitana thatcheriana secondo cui esisterebbero soltanto gli individui, col loro carico di desideri debilitanti e stravaganti, e non la società… Va da sé che, nel momento in cui i nemici dei popoli sono coloro i quali si connotano come egocentrici e individualisti atomi di desiderio e consumo nell’ambito dei percorsi di privatizzazione sociale stabiliti dalle élite mercatiste sovranazionali, gli amici dei popoli si caratterizzano per essere i fautori della società organica e dello Stato geopolitico a trazione ideologica “tradizionalista”, a trazione politica nazional-patriottica e a trazione economica socialista.   (…………………)

Continua……

Fonte: Accademia Nuova Italia

3 Commenti

  • Eugenio Orso
    9 Giugno 2018

    Seguono ricordi che diventeranno “ancestrali”, con il passare gli anni.

    Costanzo Preve, nel suo libro “Il paradosso de Benoist”, edizioni Settimo Sigillo (di area! Cioè di estrema destra), anno 2006, aveva preso a pretesto Alain de Benoist e la sua controversa figura per discutere in profondità del tema Destra/Sinistra con gli occhi del presente.

    Lo aveva comunicato al filosofo francese, suo amico, e aveva deciso di pubblicare, come sberleffo per i sinistrati proni davanti al globalismo e al politicamente corretto, con una casa editrice detta di “Area”, cioè di estrema destra. Lui, che per decenni aveva studiato l’opera di Marx ed era stato marxista, sanciva anche con i suoi comportamenti concreti (giudicati “scandalosi”, se non devianti, da marxisti da operetta e sinistroidi) la fine della predetta dicotomia.

    Anni fa, la presentazione del libro era stata organizzata nella libreria I Comunardi di Torino, con la partecipazione di Costanzo e dello stesso de Benoist, che sarebbe venuto appositamente dalla Francia. Questo fatto scatenò le ire dei sinistrati locali (i “controcampi”, mi pare di ricordare), che arrivarono a minacciare il titolare della libreria e si tennero pronti per una sorta di censura di piazza …
    In conseguenza di ciò, la presentazione fu annullata.

    Ho discusso un po’ sull’argomento destra e sinistra in contrapposizione, con Costanzo, e la mia conclusione è la seguente.

    Tradotto in fiaba suonerebbe così: “Cari bambini, c’era una volta la dicotomia politica Destra/Sinistra e c’erano la destra della tradizione e la sinistra della rivendicazione sul piano socioeconomico. Poi, a causa del fallimento (o della riuscita, secondo i punti di vista) della cosiddetta rivoluzione sessantottina, queste due, la destra buona e la sinistra buona, hanno subito un processo graduale di estinzione e, al loro posto, sono comparse la destra del denaro e la sinistra del costume, che apparentemente, forse, marciavano separate, ma colpendo sempre unite in nome della globalizzazione neoliberista, del libero mercato nascosto dietro le loro parole e i loro atti, della finanza avanzante e dello stato nazionale sovrano sempre più surclassato da quelle dinamiche. E così, la destra cattiva si occupò del denaro, appunto, della finanza trionfante e dei processi economico-finanziari di globalizzazione, mentre la sinistra cattiva, che qualcuno chiamò “del costume”, imbrogliò popolo e semicolti, operando un cambiamento culturale, nei costumi ed anche sul piano politico funzionale all’affermazione del nuovo capitalismo a vocazione finanziaria …” Triste epilogo di una grande storia che ci riguarda tutti.

    Cari bambini, cari saluti

  • Eugenio Orso
    9 Giugno 2018

    Possiamo rispondere alle teste di cazzo liberaloidi/libertaloidi/radicaloidi da società aperta al mercato e nozze fra culatte che se esistono solo gli individui e niente altro, allora la responsabilità dei 5 milioni di poveri in Italia, della disoccupazione e sotto-occupazione galoppante, del pensionamento dei lavoratori solo dopo la morte ha nomi, cognomi e indirizzi, cammina su due gambe ed è altrettanto “individuale” …
    Perciò, i responsabili hanno nomi e cognomi, sono individuabili e perseguibili con la giusta, catartica ferocia.
    Fra i responsabili ci sono pure loro, le teste di cazzo millenials/erasums e simili.
    si preparino dunque, se la storia svolterà positivamente, perché non potranno nascondersi, per salvarsi, neppure nelle fogne …

    Cari saluti a tutti i veri populisti, anti.sistema e disposti al un sano uso della violenza più spietata!

  • robyt
    10 Giugno 2018

    parlare di destra e sinistra non ha nessun senso su un orizzonte temporale di oltre 10 anni e su scala geografica che va fuori confini. Ed è sempre stato così. Ha molto più senso parlare di idee e ideologie. I 2 maggiori partiti al governo sono poi molto pragmatici e privi di una ideologia definita da vecchi schemi.

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