Imperfetta perfezione


di Lorenzo Merlo

L’idea e l’ideale di fare bene, di migliorare, della perfezione sono presenti nelle concezioni degli uomini. Ogni cultura li persegue a modo suo. Tutte le culture forse ricordano che proveniamo da un’unica, comune perfezione.

Genitori della perfezione
L’idea della perfezione, allusione all’equilibrio, si può riconoscere in tutte le cosmogonie, così come in quella dei presocratici, di Platone e di Aristotele. Ma la questione dell’ordine fu trattata da parte dei suddetti in termini prettamente filosofici e ontologici, vuoti di strumentalizzazione diretta verso alcuna ideologia. La loro indagine non ebbe ricadute politico-sociali paragonabili a quanto avvenne poi con il Cristianesimo e l’Illuminismo.
Per noi comuni moderni e postmoderni può valere dunque l’idea che la perfezione derivi dall’Illuminismo, dalla sua idea che il dominio della ragione avrebbe risolto molti dei problemi che avevano assillato la storia fino a quel momento. Era l’ordine definitivo sorto all’orizzonte concettuale. Era l’èureka che avrebbe imbambolato le menti. Era l’incapacità di cogliere che attribuire la sola verità al prodotto della logica e della scienza significava inettitudine a riconoscere il mistero dell’uomo, ad accreditare l’alogicicità come campo dell’essere e a osservare che la conoscenza viene da dentro; significava votarsi all’assurdo della realtà oggettiva quale sola modalità di sviluppo cognitivo, ricerca scientifica, modus operandi della cultura della vulgata.
E sarebbe stata luce. Ma se l’epoca dei Lumi ha generato il talento della ragione, il seme della paternità dell’idea di perfezione è da far risalire a una precedente idea dell’ordine compiuto, quella cristiana, prima menzionata. Si può pensare infatti che sia nella triade della compiutezza divina il gene di quella razionalista. Con la differenza che nella prima sussisteva il mistero, insondabile da parte della scienza, e quindi l’inammissibilità di questa alla corte della verità, dove gli scranni erano riservati alla fede. Mentre nella seconda il problema della verità non sussisteva, per la semplice ragione che non si avvedeva della propria autoreferenzialità, svista che le avrebbe permesso di assurgere a pura arroganza culturale, imponendo se stessa e i suoi succedanei popolari, realizzando l’incantesimo del materialismo e dell’agnosticismo.
Se l’evocazione cristiano-metafisica concede a se stessa di sussistere, quella fisica, fatta di storia, esclusiva dell’intento illuminista, ha in sé il fallimentare virus dell’improprietà: cosa di più inadeguato per l’uomo della perfezione attraverso la riduzione dell’infinito umano entro lo stretto campo del razionalismo?

Luogo comune
La ribadita (come salvifica per chi la pronuncia) voce del Sommo, “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”, vale per ambo gli ideali di uomo perfetto.
Germina da un humus cristiano; nasce nel momento di un cambio di passo epocale (l’apertura al volgo); si afferma come comandamento morale e intellettuale; autoreferenzia il latore; contiene l’intero arco spettrale per riconoscere come la suggestione evolutiva ci induca a credere di poterci separare o elevare dalla storia, dal suo fango, dal suo sangue.
Virtù come definitivamente conseguibile e conoscenza come se il sapere intellettuale coincidesse con il bene, con il giusto e con il dovere santo. Non solo, come se fosse disponibile e acquisibile da chiunque. Senza contare infine che la perfezione razionalista non ha più un’opzione aperta all’equilibrio. Nella sua tronfia corsa, perde per strada l’uomo nella sua interezza. Al punto da essersi esaurita nel culto della tecnologia e della scienza meccanicista, cioè nello scientismo.
L’interpretazione del versetto dantesco limitata al campo della conoscenza tecnico-cognitiva da un lato diviene emblema del sortilegio razionalista, in quanto relega l’accesso alla virtù al canale dei saperi cognitivi, il cui stupido culmine non può che recitare chi più ha più è; dall’altro, ulteriormente fuorviante, indica una via di conoscenza esogena all’uomo stesso. Così abbiamo avuto i selvaggi e ancora ne avremo.

Astrazioni dal conosciuto
Alternativamente alla via della ratio e dei saperi cognitivi, nella storia delle culture del mondo troviamo chi è riuscito ad affermare uno stato umano perfetto in quanto equilibrio e benessere, definitivamente alieno alle forme caduche della mondanità, libero dai dogmi delle ideologie e dai facili, quanto inutili moralismi, nient’altro che fuorvianti superstizioni. Sono stati i tentativi delle Tradizioni sapienziali. Tutti formalmente differenti, ma sostanzialmente uniti dal comune svincolamento dall’incantesimo dell’io, quale autentico sarcofago che ci segrega da noi stessi, dal nostro autentico sé e sentire, dall’accesso a quanto ci è necessario, dall’origine della vita.
Si può infatti vivere nutrendosi di prana; ci si può liberare dal conosciuto e essere l’Uno; ci si può denudare di se stessi, dei ruoli con i quali ci identifichiamo e delle relative morali, fino a recuperare la condizione energetica della materia e muoversi con i suoi flussi; ci si può avvedere della circolarità e variabilità del tempo, della verità alogica, non meccanicistica, di quella quantica quale rappresentazione matematica della realtà che avviene a mezzo di sentimenti ed emozioni; si può perdonare, accettare e recuperare la felicità, vivere nella gratitudine. Emancipati dalla rete a strascico, dell’illusione che chiamiamo realtà oggettiva, che strappa a noi stessi la capacità di conoscenza, tutto si può.
Entro questa dimensione starebbe anche il Cristianesimo, purché nella sua lettura esoterica. Quella della vulgata è solo uno strumento politico-economico di controllo sociale, che nulla ha a che vedere con l’evoluzione personale che porta anche a camminare sulle acque.
Tra la perfezione razionalista e quella delle Tradizioni sussiste una differenza fondamentale. La si può rappresentare graficamente, adottando il piano cartesiano. Per quella razionalista, troviamo disegnato un segmento diagonale che si allunga all’infinito. La luce è sempre accesa. Per quella delle Tradizioni, un ingarbuglio di sali-scendi-avanti-indietro. Una non ammette ricadute, la sua crescita è per sua natura permanente; l’altra sa che proprio nelle indefesse ricadute trova il necessario al suo scopo, nel buio la sua luce.

Ratio, Fede e anche Storia
Entro l’ambito di questi argomenti non si può omettere una terza concezione del mondo. È quella dell’Islam sunnita, il più diffuso.
In essa non v’è che la storia. Nessuna evoluzione umana è concepita. I sufi, prevalentemente sciiti, sono tollerati in quanto sorta di altra fede. Nel mondo sunnita hanno vita assai più dura. È la loro interpretazione spirituale del Corano a renderli negletti ai loro stessi fratelli musulmani.
Nell’Islam esiste dunque solo la storia. L’aldilà, la janna, di pascoli rigogliosi, freschi boschi di montagna, ruscelli effervescenti e 42 huri, vergini, cadauno – purché non divorziati –, sono una promessa strumentale alla politica. Ma forse più rispettabile rispetto a quella cristiana, in quanto si riferisce, nuovamente, alla sola ma assoluta dimensione storica. Per le donne è promesso il ritorno all’età della giovinezza inteso come condizione di sposa, che implica anche la soddisfazione sessuale.
L’umma, il popolo dei musulmani, rammenta che se il rapporto con Dio è individuale, non c’è alcuna distinzione tra i fedeli, qualunque sia la loro condizione nella società. Non c’è neppure alcuna forma di clero. Il rapporto col Supremo non è mediato né mediabile. L’imam, guida, conduce la preghiera a mo’ di funzionario competente, non è tramite di niente.
Ogni uomo musulmano, indipendentemente dalla sua estrazione sociale, è tenuto a comportarsi secondo la shaaria, la legge divina che regolamenta ogni aspetto sociale. Il massimo possibile è semplicemente essere un buon musulmano, cioè assoggettarsi ai cinque precetti dell’Islam: la testimonianza di fede, Shahaada (Ašhadu an lā ilāha illā Allāh – wa ašhadu anna Muhammadan Rasūl Allāh, Non vi è altro Dio che Allah e Maometto è il suo profeta), la preghiera, Salaat (cinque volte al giorno), l’aiuto ai bisognosi, Zakat (dare ai poveri per permettersi di godere quanto guadagnato), il digiuno, Ramadan (per gli adulti, un mese all’anno, cibo e bevande sono al bando durante le ore di luce solare), il pellegrinaggio a La Mecca, Haji (almeno una volta nella vita, corredato da altri rituali).


Fatto questo, null’altro è chiesto al musulmano per entrare nel regno dei cieli. Per lui non è prevista alcuna evoluzione verso una condizione ultrastorica.
Nell’Islam il perdono cristiano – e non solo – è sostituito con la legge del taglione, a sua volta di copyright delle Tradizioni, celebrato poi dall’Ebraismo. Ed è forse in questo punto – simbolicamente inteso – che si apre il bivio dove le strade della cristianità e dell’Islam si separano da quella originaria ebraica. Biforcazione sufficiente a sostenere due visioni o due psicologie, quella cristiana orientata al cielo e quella islamica destinata alla terra.
Per l’Islam, la storia si ripeterà in eterno perché gli uomini saranno sempre identici a se stessi. I sentimenti e le emozioni saranno sempre i medesimi per tutti, sciameranno negli uomini obbligandoli a gesta sempre identiche. Ciò che hanno fatto in passato faranno in futuro.
Il loro dovere è uno soltanto, e non è scisso tra religioso e laico. La società musulmana è integrale, non a caso nelle moschee non si va soltanto a pregare, sono edifici sociali.
L’Islam ha un centro esclusivamente terreno, in esso c’è il nucleo della sua forza. Un centro che altrove si è disciolto tra gli umori liquidi e arroganti del narcisistico individualismo dell’ultimo uomo nietzschiano, ottuso pittore convinto di poter dipingere Dio tra le nubi, come entità esterna.
L’esigenza di perfezione si trova anche nell’espressione musulmana. Così come la rappresentazione umana e animale a mezzo di pitture, sculture, eccetera corrisponde ad un oltraggio nei confronti di Allah, la ricerca architettonica, artigianale e decorativa – nota per la sua particolare estetica e precisione formale – rappresenta tanto la totalizzante devozione a Dio, quanto la massima tensione che gli uomini possono compiere per innalzarsi al medesimo. Muqarnaṣ, Girih, Rasmi-bandi, calligrafia, eccetera sono autentiche celebrazioni del divino e umane espressioni del suo legame con l’uomo.

Tre perfezioni
Le tre perfezioni, quella razionalista, quella delle Tradizioni e quella storicistica dell’Islam hanno in sé tre diversi epiloghi o destini per l’uomo.

Razionalista
Per la prima, quella della positivistica tirannia della ragione, si può prevedere il crollo, l’implosione. Come infatti credere – consapevoli della finitezza della storia – a una crescita infinita, se non ipotizzando una permanente obsolescenza di ciò di cui si dispone? Come non considerare il crescente impoverimento umano generato dalla sottrazione di uno scopo esistenziale, sostituito da merci e da valori ad esse soggetti? Come pensare di farla franca dentro la cricetica ruota del desiderio-soddisfazione-desiderio? Come non osservare il crescente numero di disturbi psicologici, di incapacità di gestire se stessi, epilogo di un orizzonte sempre più chiuso tra i paraocchi dell’individualismo? Ma anche, come considerare accettabile la riduzione dell’uomo a cosa o carne da mercato? E che altro pensare, se non un’ulteriore discesa nel degrado esistenziale, in merito al diritto quale espediente per sostituire la verità della natura e la sua implicata garanzia di identità e certezza?
La perfezione razionalista, supportata dalla fisica meccanica classica, ritiene di produrre conoscenza seguitando a scomporre l’unità. Un buon modo per le dinamiche amministrative, regolamentate, ma pessimo per quelle relazionali, per definizione campi aperti privi di regole condivise. A loro modo ben rappresentati dalla fisica quantistica, che di fatto ha ridimensionato quella classica, obbligandola ad abdicare al trono supremo dal quale ha per secoli dominato le menti.

Evolutiva
La seconda, quella della ricerca evolutiva, comunemente intesa come spirituale, è una via che conduce ad avere a che fare con se stessi, ripuliti dalla cultura, dai suoi saperi, dai ruoli che ci impone, dall’io che ci contiene. Un’entità artificiosa per la quale siamo disposti a sopraffare il prossimo e a crearci le condizioni della sofferenza. Si arriva cioè a prendere coscienza che fino a prima si aveva a che fare con un’idea di se stessi che impediva di accedere al sé, territorio profondo che permette di trovare la linea rossa dell’armonia.
Sebbene anch’essa, come il Cristianesimo, la scienza e ogni profondità umana, sia soggetta ad una dimensione degradata a vulgata, definita da luoghi comuni che nulla hanno a che spartire con i principi originari – solo poi esoterici –, in essa si può cogliere la disponibilità di un equilibrio possibile, per quanto da non considerare stabile e definitivo, ma necessariamente allenabile.
Resta vero che si tratta di una evoluzione che, sebbene sulla carta possa interessare tutti, di fatto è ostacolata dall’attuale realtà dello spettacolo, che certo non invita ad avviare attenzioni in profondità, così come l’individualismo edonistico non favorisce la dedizione permanente necessaria a questo percorso.
Rimane perciò una ricerca ristretta a coloro che, avendone l’esigenza, come l’acqua che trova il passaggio più carsico, in autonomia trovano come perseguirla.
Il destino della ricerca di sé implica la tendenza alla forza e alla stabilità dell’essere umano. Al momento, appare ancora utopica per la maggioranza, ma molti segni dispersi negli oceani delle forme fanno sospettare che l’accelerazione possa stringere i tempi. L’eventuale o la prevista implosione del paradigma egoico potrebbe essere un elemento scatenante della cultura della natura, del sé, della conoscenza già in noi.

Storica
La terza, quella islamica, ha il forte argomento che tende ad essere soddisfacente per tutti i generi e le categorie d’uomo, fatte salve le nature più sottili; tende a tenere uniti ciò che altre forze della vita hanno separato, a mantenere un’identità consacrata dalla tradizione. Se il dramma esistenziale è sintomatico di un corpo che si concepisce come una macchina o che ritiene di essere altro dalla natura, nell’Islam il rischio di psicopatologia tende a non sussistere.
Le ragioni morali della battaglia islamista non erano altro che contro il degrado liquefacente dei valori, così caro e difeso dalla globalizzazione e dall’ordoliberalismo. L’invasività della cultura occidentale ha premuto eccessivamente, fino a provocare il risentimento dei radicali islamisti che vedevano nel permissivismo diffuso dalla cultura egemone un cancro esiziale per l’Islam.
L’uomo è quello che è, indipendentemente dalla condizione sociale che riveste. Se il suo compito è rispettare la parola di Allah, come sospettare possa disperdere la sua intelligenza tra i rigagnoli di una realtà mercificata e opulenta? Diventa allora facile intendere come strumentale certo pensiero uniformato, che altro non sa dire che terroristi, nonché quindi riconoscere il carattere fondante della jihad, la guerra al kafir, l’infedele, la shariaa come autentica offerta sociale di serenità.

Purché non si creda che con gli strumenti razionali si possano aprire gli scrigni della Verità, diviene forse possibile comprendere le concezioni metafisiche del prossimo, di noi, del mondo. La grande diffusione della Poesia che si dispiega nel mondo musulmano ne è un esempio. Se essa è patrimonio della cultura popolare dell’Islam, per il positivistico Occidente non è che merce, quando non lasciata ai margini, considerata senza valore, imprezzabile. Ma linea centrale di vita per chi persegue l’imperfetta perfezione nella via evolutiva, libera dal conosciuto.

Quello che gli altri non dicono

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