"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Il nemico invisibile: il Neoliberismo

di Ilaria Bifarini

Per combattere una guerra bisogna innanzitutto identificare il nemico, studiare le sue strategie e analizzare su quali fronti risulti più vulnerabile. Affermazione scontata, direte voi, non serve certo leggere l’Arte della Guerra di Sun Tzu per capirlo! Ma la percezione cambia se spostiamo il campo di osservazione da quello bellico a quello ideologico.

I grandi conflitti del XXI secolo hanno un carattere universale che sfugge alla logica dei blocchi contrapposti, sempre più difficili da identificare. Così avviene per le idee e le dottrine economiche, che più di un dittatore riescono a irreggimentare una popolazione.

Il nostro DNA di cittadini occidentali è permeato culturalmente e socialmente da quella che è stata la grande guerra ideologica del XX secolo, combattuta su tutti i fronti e senza esclusione di colpi: quella contro il Comunismo, poi dirottata verso il keynesismo, nemico ancora più resistente. Lo scontro è stato uno dei più duraturi della storia, fornendo così il tempo e l’esperienza per elaborare tecniche in grado di assicurare al vincitore un dominio incontrastato, votato all’immortalità.

A vincere è stato chiaramente il neoliberismo, l’ideologia imperante dal proselitismo universale. La strategia congegnata per garantire il comando sul mercato mondiale è stata innovativa ed efficace: portare un originario pensiero economico a valicare i suoi confini e permeare l’intero apparato sociale, reso liquido e impalpabile e perciò capace di propagarsi con una velocità e una forza di contaminazione straordinarie.

Solo ultimamente il termine neoliberismo è stato sdoganato dalla sua impronunciabilità, attribuendo così un nome e un’identità a un’ideologia totalizzante, che proprio dell’anonimato e dell’invisibilità ha fatto il suo punto di forza.

Grazie all’insinuarsi dell’informazione libera, che tanto fa paura al mainstream, che del neoliberismo è l’asse portante, comincia a prendere forma nell’opinione pubblica quel moloch ideologico che, attraverso la cristallizzazione di enunciati economici tanto artificiosi quanto puntualmente smentiti dai fallimenti dell’economia reale, domina l’intero pianeta.

Parlarne non è semplice: multiforme e immanente, la dottrina neoliberista ha contaminato talmente a fondo il nostro pensiero da venire interiorizzata nei comportamenti della vita reale dell’individuo stesso e perciò sempre più difficile da combattere. La sua essenza, che si fonda su un nucleo originario di pochi e semplicistici enunciati economici, è stata volutamente resa complicata e non comprensibile al cittadino medio che, armato del solo buonsenso, sarebbe in grado di farla capitolare in un colpo.

Forte di una prodigiosa macchina della propaganda senza precedenti, il neoliberismo è riuscito a conquistare ogni spazio ideologico lasciato vuoto per mancanza di avversari capaci di far fronte comune e reagire a un nemico tanto imponente quanto invisibile.

Attraverso seducenti armi di distruzione del pensiero di massa è riuscito a creare le condizioni ideali per un sempiterno dominio delle élite sui popoli, sotto una facciata fintamente democratica e modernizzatrice. L’individuo, inizialmente, è stato reso docile attraverso quel “minimo vitale sociale”, di cui parlavano Malthus prima e Marx poi, ossia quel modesto di più percepito dal lavoratore rispetto allo stretto necessario per vivere e che quindi in grado di consentire l’accesso all’agognato atto del consumo su cui si è retto finora il sistema capitalistico consumistico.

Oggi, per il principio della gradualità e dell’irreversibilità della privazione incessante dei diritti e del benessere umano, il minimo sociale di vita sta divenendo appannaggio di pochi, considerati come dei privilegiati dal sistema e per questo osteggiati dai propri simili, alimentando così una guerra intestina tra i nemici, inconsapevoli e disgregati, dell’invisibile tiranno.

L’interiorizzazione del sentimento di paura perenne, legata alla precarietà e alla sfuggevolezza delle condizioni lavorative e di vita, nonché delle relazioni sociali e umane sempre più sfaldate, ha generato quel caos e quell’automatica quanto inconsapevole repressione delle frustrazioni del singolo, che hanno castrato ogni anelito di ribellione.

Neoliberismo di Ilaria Bifarini

Uscire da questa eterna schiavitù, cui l’invasore ci ha condannati è impossibile, se prima non viene individuato il nemico e il campo di battaglia.

di Ilaria Bifarini

(autrice di “Neoliberismo e manipolazione di massa. Storia di una bocconiana redenta“)

Fonte: Scenari Economici

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  1. Giorgio 3 settimane fa

    Dissento su tutta la linea del contenuto.
    Per il sottoscritto è solo una questione di consapevolezza e quindi di coscienza che ognuno possiede in potenza, certo che se non la usa……

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    1. Citodacal 3 settimane fa

      La Bifarini cita Sun Tzu a metà; nel cap. intitolato “Attacco” (mougong) leggiamo: “Conosci il nemico come conosci te stesso. Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura. Se conosci te stesso ma non il nemico, le tue probabilità di vincere e perdere sono uguali. Se non conosci il nemico e nemmeno te stesso, soccomberai in ogni battaglia.”
      L’iscrizione sul frontone del tempio di Delfi esortava esplicitamente a conoscere se stessi, dando per implicito il fatto che sia cosa niente affatto facile, essendo l’animo umano incline alla mutevolezza imprevedibile; lo stesso Sun Tzu ne dà conferma insita in una apparente contraddizione del suo testo: infatti, se anche il nemico conoscesse se stesso e il suo avversario, così come dovrebbe l’avversario medesimo, ne segue che ambedue dovrebbero vincere, il che evidentemente non può essere. Non si possono ridurre le formule sapienziali a semplici assunti intellettuali senza una costante pratica della questione: e la questione riguarda l’essere umano nella sua interezza, ciò a cui ben pochi attendono con scrupolo e profondità. Gli strateghi del passato invece erano scrupolosi e si allenavano costantemente in ogni componente che potesse interessare la costitutiva varianza umana: praticavano una “via” – nel senso morale, etico, materiale e spirituale della cosa – ciò che è pressoché ignoto all’uomo moderno: da qui la sua debolezza innata ed interiore, che presta il fianco ad ogni sorta d’ “invasione” persuasiva, prima ancora che concretamente fattiva.
      Non è sufficiente dunque conoscere il proprio nemico senza prima conoscere davvero se stessi, e per conoscersi appieno potrebbe non esser sufficiente una vita intera; in genere le cose procedono in parallelo e soltanto lo sciocco superficiale crede d’aver raggiunto un punto soddisfacente ed esaustivo: per quanto avanzato, il saggio non s’illude mai d’aver acquisito qualcosa di completo e resta in guardia. Dunque la questione è ben più complessa e articolata d’una partita a tressette, o d’un articolo scritto adeguatamente in modo discorsivo. Voler guardarsi dal nemico senza voler essere consci delle proprie debolezze nascoste ed antipatiche a identificarsi – quelle su cui il nemico ha abile presa occulta – sortisce spesso l’esito d’essere un’attività del tutto inutile e facile a vanificarsi.
      Idem per il liberismo; non è sufficiente identificarne i tratti, senza saper identificare impietosamente quanto i medesimi hanno fatto inconsapevole breccia ed opera di seduzione inconscia entro se stessi, le proprie abitudini, la propria identità, il proprio modo d’esistere: e smascherare sinceramente questa contaminazione risulta assai poco appetibile, anzi decisamente sgradevole.

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      1. Giorgio 3 settimane fa

        Ribadisco, è mera questione di consapevolezza.
        Se uno non conosce se stesso che consapevolezza può avere?
        E se non ha percorso tutte le possibili esperienze può affermare di aver raggiunto la consapevolezza?
        Ci sono per l’appunto molte vite più o meno parallele perché una sola non basta per acquisire consapevolezza. Una prova? Ci sono quelli che ancora cliccano sul “Mi piace” o “non mi piace”, che consapevolezza conservano costoro?

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        1. Citodacal 3 settimane fa

          Lei riassume nella prima frase quel che ho cercato d’articolare con maggior dettaglio. Sappiamo ambedue d’esserne consapevoli, ma che anche altri lo siano, pure tra gli stessi lettori, è certo (e ora fiocchino tranquillamente gli accademici “non mi piace”: forse non è chiaro che qui non è questione di gusti, appannaggio esclusivo dell’apparenza persuasibile). A conferma più o meno indiretta di quanto riportato, aggiungo uno stralcio tratto da “Critica della retorica democratica” (cap. 7), opera di Luciano Canfora, esimio studioso di formazione sostanzialmente marxiana, attento a molti elementi che in genere sfuggono facilmente all’entusiasmo soggiacente alla propaganda (e tra i primi e pochi autori considerati di sinistra a denunciare, in piena libertà e onestà intellettuale, la trappola dell’euro moneta e dell’Unione Europea per come è stata concepita e sviluppata scientemente); nulla di più rispetto alle considerazioni dirette che qualsivoglia osservatore può operare di per se stesso per esperienza reale, e non alimentata a colpi di retorica, ma non per questo meno preziose nella loro conferma:
          “Con buona pace dei «marxisti ortodossi» (tribù dal dubbio prestigio scientifico, e scarsamente pertinente al pensiero di Marx), si deve osservare che il fondamento delle rivoluzioni è innanzi tutto la tensione morale. Senza nulla togliere, ovviamente, ai presupposti materiali, in assenza dei quali nessuna crisi si innesca, qui intendo per «fondamento» quel quid della psicologia collettiva che effettivamente mette in moto il sommovimento rivoluzionario: il quale non è mai inevitabile, e che, per esplodere, ha bisogno della diffusa convinzione dell’insostenibilità dell’ordine esistente e della convinta scelta di mettere in discussione tutto, dalla tranquillità di vita alle certezze quotidiane. Questo «salto» gravido di conseguenze estreme non è mai compiuto alla leggera da nessuno (tranne che da rivoluzionari da operetta, che si esaltano essenzialmente nel parlarne).
          Molte volte esso sarebbe possibile, ma rare, rarissime volte effettivamente accade: appunto perché è una scelta radicale, che sconvolge l’intera esistenza, e richiede slancio e tensione morali molto al di sopra della media, spesso propiziate da condizioni eccezionalissime come una guerra catastrofica (1917) o l’improvvisa rivelazione dell’incredibile debolezza del potere (1789). Ma la tensione morale che induce alla scelta estrema, e consente di affrontare sacrifici inauditi, non si trasmette, né per via «genetica» né per via pedagogica. Semplicemente si perde. Giacché l’esperienza si può, al più, raccontare ma non trasmettere: è individuale e irripetibile. Per questo le rivoluzioni si spengono ed hanno tutte, prima o poi, il loro «termidoro». Se ostinatamente si tenta di serbare per via pedagogica la loro vitalità di generazione in generazione, presto quella pedagogia viene percepita come retorica, e quindi rifiutata”.
          Chi ha orecchie per intendere…

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          1. Giorgio 3 settimane fa

            Sono essenzialmente d’accordo sulla parte conclusiva del suo commento, ma mi fa allegare i denti quando mi nomina Canfora e tutti i marxisti.
            Lei stesso afferma che ci vuole il denaro anche per fare le rivoluzioni, quindi è un’azione che solo un ricco può compiere, e per l’appunto Carletto era un latifondista, Gesù un borghese e Siddharta Gautama un principe.
            Homo sine pecunia est imago mortis.

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          2. Citodacal 3 settimane fa

            @Giorgio
            Al riguardo, la tendenza politica di Canfora m’interessa poco nella fattispecie (ho il pessimo vizio di considerare anzitutto il tenore delle osservazioni dei soggetti, indipendentemente dal soggetto che le elabora, almeno se restiamo su in piano puramente intellettivo; se invece vogliamo inoltrarci in qualcosa di più interiore, allora il soggetto umano in toto acquisisce un tratto decisamente più essenziale); dunque non serbo particolare predilezione per Canfora, a cui riconosco, per quel poco che ho letto di lui, un rimarchevole rigore intellettuale – a prescindere dal suo pensiero in toto – il che non è poco; di certo studio con maggior interesse autori come Guénon, per fare un esempio, o testi ai quali gli stessi adducano, ma anche nei loro confronti la predilezione, almeno per come viene volgarmente intesa, mi è cosa ignota (questione d’indagine reale, e non affinità vagamente sentimentale).
            Ho invece qualche dubbio sulla borghesia di Gesù (e molti seri dubbi fondati sul fatto che fosse sua intenzione operare una “rivoluzione”, men che meno se in ambito sociale). Idem per Gautama: inizialmente non voleva impartire alcun insegnamento, poiché riteneva che gli esseri umani non avrebbero compreso granché.

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          3. Giorgio 3 settimane fa

            Anche di questo contro-commento condivido la parte conclusiva, le “rivoluzioni” a cui si riferivano Gesù e Gautama non erano quelle comunemente intese.

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  2. PieroValleregia 3 settimane fa

    … produci, consuma, crepa, scritta con lo spray in Via Balbi presso l’ateneo genovese …
    Sullo stesso argomento, mi permetto di citare un’altra interessante lettura:
    Inchiesta sul darwinismo (scienza e potere dall’imperialismo britannico alle politiche ONU) di Enzo Pennetta, Cantagalli editore
    saluti e buon fine settimana
    Piero e famiglia

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  3. Eugenio Orso 3 settimane fa

    Giudico molto positivo e veritiero che si parli di neo-liberismo non come teoria economica, ma direttamente come ideologia.
    I dogmi ideologici, in quanto dogmi tanto quanto quelli religiosi, devono essere accettati acriticamente – come il “mistero della fede” di cattolicissima memoria – e non hanno, ovviamente, alcuna legittimazione scientifica.
    La separazione accademica specializzata fra teoria economica, ossia liberismo, e teoria politica, cioè liberalismo, è fuorviante, poiché serve esclusivamente a confondere le idee, a non far vedere la realtà.
    Liberismo e liberalismo, con il prefisso neo, non sono che facce della stessa medaglia, aspetti ideologici complementari di una fede cieca che porta a una oscena concezione finalistica della storia: il regno incontrastato del mercato e della democrazia per i secoli a venire.
    “La facciata fintamente democratica e modernizzatrice” non è, però, esattamente tale, perché questa è la vera essenza di democrazia e modernità, elementi irrinunciabili dell’ideologia neo-liberista, ancor prima che schermi dietro i quali celare il potere elitista.
    Essere contro il liberismo/neo-liberismo economico, perciò, significa essere contro democrazia e modernità, elementi ideologici del neo-liberismo e, nello stesso tempo, strumenti di dominazione dell’élite.

    Cari saluti

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    1. Luca 3 settimane fa

      Essere contro il liberismo/neo-liberismo vuol dire essere contro la domocrazia borghese e contro il capitalismo! E’ il capitalismo la causa della povertà e dello sfacelo in cui viviamo! E’ una cosa talmente logica e banale che mi stupisco di come gente che ha studiato (come lei, si capisce da come scrive che ha studiato) non riesca a capire. Se l’obiettivo è il guadagno, cioè aumentare il capitale, vuol dire che si può fare di tutto pur di aumentare il profitto. La possibilità di fare ciò è democrazia borghese, o dittatura della borghesia, dove il proletariato non può fare nulla per cambiare la sua condizione e non ha alcun potere decisionale su nulla. La democrazia del proletariato, o dittatura del proletariato, è ben altra cosa.

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      1. Aldus 3 settimane fa

        anche qui, è necessario intendersi per “borghesia”. Il non dover usare le mani per lavorare significa “borghesia”? Allora ciò è un errore marchiano, perché c’è bisogno di tutti, nella società, altrimenti finiamo nello stesso errore dei primi comunisti italioti che nominavano i sindacalisti a capo di strutture e poteri senza che avessero una decente cultura se non la loro preparazione rozza nelle scuolette di partito. O cadiamo nell’errore di Lucachs che vedeva nel proletario operaio le belle virtù umane e nel borghese i vizi. E noi sappiamo benone che di vizi se ne trovano ovunque e che i proletari diventi ricchi sono a volte peggio di chi aveva più di loro. Intendiamo la borghesia di apparato statale e impiegatizio che è la piaga del Sud? Allora va bene, perché proprio costei fa un muro e una casta di sé stessa e se ne frega di tutto pur di mantenere i propri privilegi né più e né meno che come i gattopardi di siciliana memoria.

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        1. Werner 3 settimane fa

          I proletari imborghesiti? La peggiore categoria in assoluto, a cui appartiene buona parte della nostra classe politica (soprattutto a sinistra). Più ricchi e scolarizzati dei loro antenati, ma infinitamente rozzi e ignoranti, dal facile disprezzo verso gli umili, cioè coloro che essi furono. Sono peggio degli esponenti della grande aristocrazia terriera di un tempo, che almeno qualche virtù la possedevano.

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  4. Werner 3 settimane fa

    Il neoliberismo è uno dei tumori del XXI secolo di cui l’Occidente è malato, da estirpare il prima possibile, altrimenti questa crisi economica non finirà mai. E’ sicuramente più un’ideologia che una teoria economica, anche se certamente è l’economia l’ambito in cui il neoliberismo opera. Un’ideologia anarchica, perché fondamentalmente contro l’autorità dello Stato e refrattaria alle regole e alle leggi che esso impone, ma soprattutto immorale, perché conta soprattutto il profitto e crea disuguaglianze economiche.

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  5. Aldus 3 settimane fa

    Vedete, quel che conta è che quanta più gente possibile sappia cosa è questo “liberismo” o “neoliberismo” , che sappia cosa ci sia dietro l’etichetta. Perché molti sono ancora fermi alla parola “liberismo” tipo “partito liberale italiano” o “libertà”, “scambi economici senza vincoli” e allora non sa nulla di nulla ancora. Sarebbe più semplice parlare di capitalismo rampante, imperialismo finanziario, livellamento geofinanziario, ed è ancora difficile far capire tali cose a certa gente ignorantona. “Capitalismo senza freni” forse suona meglio, come ” imperialismo delle banche” e “degli Americani e Inglesi”. Quanto è brutta l’ignoranza! Lo è perché tantissimi hanno diritto a votare ma sono ignoranti. Alla fine, per motivi storici, capiscono meglio “gli Ebrei infilati ovunque che strangolano le nazioni”. Anche qui, cosa succede? Succede che alla fine finiranno ad essere bastonati quegli ebrei che non hanno soldi ma che hanno il solo torto di essere ebrei, come finivano ammazzati gli straccivendoli ebrei nei ghetti durante i pogrom mentre i banchieri e prestasoldi erano già scappati in campagna in qualche villa di loro proprietà. Non so che dire: De Benedetti, Beniamino Andreatta, sarebbero da appendere ai lampioni, e sono ebrei. Ma ci sono in giro idraulici e falegnami di origine ebraica che maledicono i ladri di regime, e andare poi a fargliela capire alla gente quando è infuriata! L’ignoranza è davvero una brutta bestia. Rifletto però che altrettanto brutta bestia è l’essere imbevuti di teorie e dottrine a senso unico, come lo sono stati i comunisti e lo sono tanti sinistroidi. Così, se sai troppo poco e sei presuntuoso, sei una gran bestia peggio degli ignoranti puri e semplici. E questi presuntuosi ignorantissimi e con poche idee per la testa sono così dannosi che oggi favoriscono appunto il liberismo e l’immigrazione selvaggia, altra area del liberismo. Come fa quella gran bestia di Papa Francesco, che meriterebbe di essere disegnato come un asino con in testa la tiara pontificia, proprio come facevano nelle loro incisioni i primi luterani del ‘500.

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  6. Luca 3 settimane fa

    Ciò di cui si parla sono le contraddizioni tra classi diverse! La cosa più importante è abbattere l’imperialismo nel proprio paese, dopodichè ci si deve dirigere verso il socialismo. Non serve a niente liberarsi dell’imperialismo se poi si mette la propria vita in mano ad altri padroni… Prima il paese deve guadagnare la propria sovranità tramite una rivoluzione democratica! Poi deve combattere il capitalismo interno e la borghesia tramite la rivoluzione proletaria! Leggete i grandi maestri: Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao, e sarete in grado di capire il “buffo” stato di cose in cui ci fanno vivere…

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    1. Aldus 3 settimane fa

      questa gente ha fatto il suo tempo, ormai. Occorre solo liberarsi dalle etichette ideologiche. Agire con il buon senso: De Ambris che imbriglia il capitale con poche regole ma giuste: niente banca centrale privata, niente privatizzazione strumenti importanti vita economica e sociale, impedimento all’accumulo di grandi ricchezze, libertà di imprenditoria sino però ad un certo livello, eccetera eccetera, eliminazione fisica di criminali e delinquenti comuni.

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    2. Woland 3 settimane fa

      Le stupidissime e obsolete categorie marxiste non spiegano un bel nulla. Intanto vorrei che mi si spiegasse cos’è la classe borghese, cos’è il proletariato e il resto.
      Ho un amico che parla di queste cose, inneggia alla rivoluzione marxista e gira in porche. Se ci fosse davvero una rivoluzione lui sarebbe visto come un nemico del popolo.
      Poi non si può ignorare la storia: le rivoluzioni sono state fatte tutte dai ricchi (o coi soldi dei ricchi) e fondamentalmente contro i poveri che hanno sempre pagato il conto a tutti, compreso ai bolscevichi.
      E anche oggi non avverrà nessuna rivoluzione ad opera della povera gente indignata. Le uniche pseudorivoluzioni che si vedono in giro sono quelle organizzate da Soros.
      Infine, “combattere il capitalismo” significa abbattere i profitti da capitale, cosa che oggi i marxisti non vogliono assolutamente fare perché hanno banche, conti correnti, titoli e non sanno rinunciare alla loro bella convenienza.Nè volevano farlo marx e soprattutto Engels che era un magnate della borsa di Londra.
      L’unica via è spiegare i modelli e sopratutto creare esempi di successo alternativi al metodo liberista.

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      1. Citodacal 3 settimane fa

        “Poi non si può ignorare la storia: le rivoluzioni sono state fatte tutte dai ricchi (o coi soldi dei ricchi) e fondamentalmente contro i poveri che hanno sempre pagato il conto a tutti…” (cit.)

        “Piccolo” particolare che viene spesso dimenticato, o peggio nemmeno assimilato,e con molta disinvoltura (termine, quest’ultimo, che potrebbe risuonare eufemico di qualcos’altro…).

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        1. Giorgio 3 settimane fa

          Non è un “piccolo” particolare ma la chiave di volta.

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          1. Citodacal 3 settimane fa

            Apposta è virgolettato.

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          2. Giorgio 3 settimane fa

            Cito, perché questa precisazione?
            O appartiene alla schiera di coloro che Putin santo subito?

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      2. Citodacal 3 settimane fa

        @Woland
        Una risposta di Nicolás Gómez Dávila:
        “Dicesi borghesia ogni insieme di individui scontenti di ciò che hanno e soddisfatti di ciò che sono.”

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  7. Aldus 3 settimane fa

    ragazzi, le Istituzioni statali sono come macchine, macchine e gangli al tempo stesso della grande macchina che è espressa nello e dallo Stato. Insieme ci sono le istituzioni morali come la famiglia e i partiti. E sono tutti come macchine vitali che vanno avanti anche per forza d’inerzia quando nessuno ci crede più. Ciò spiega l’ipocrisia nelle istituzioni morali e il continuare a funzionare nelle istituzioni materiali come i ministeri, gli enti statali, eccetera eccetera. Quindi il fisco romperà le tasche anche mentre cadono le bombe sulla città, per forza d’inerzia. Tutto ciò mostra l’abitudine che crea l’ottusa continuità. Ma questo non significa che l’uomo sia scemo del tutto, e quindi se si ribella può farcela, eccome, a liberarsi dall’istituzione ladra e decrepita. Solo che occorre non essere rassegnati e non addottrinati dai sinistroidi, attuali siano essi civili o preti.

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  8. Anglotedesco 3 settimane fa

    Articolo ben scritto in manioera semplice perchè sicuramente chi visita questo sito sa cos’è la dittatura neoliberista ma un bel 90% no.Il nemico è il politico ladro che ci ha mandato in rovina
    .
    La conversione al neoliberismo della sinistra italiana
    http://anglotedesco.blogspot.it/2017/08/la-conversione-al-neoliberismo-della.html

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