Il lavoro non è merce


di Mario Bozzi Sentieri

In un’Europa interconnessa, costretta a fare i conti con gli scenari del futuro, delle nuove tecnologie e dei nuovi assetti produttivi, anche una sentenza, emanata da un tribunale spagnolo, può fare scuola e soprattutto invitare alla riflessione.
La materia del contendere è oggettivamente “innovativa”. Di fronte una lavoratrice ed una macchina: con la prima che si è appellata allo Juzgado de lo Social número 10 de Las Palmas de Gran Canaria, contestando il licenziamento da parte della multinazionale Lopesan Hotel Management S.L. che l’aveva sostituita con un software in grado di svolgere le sue stesse mansioni.
La multinazionale si era appellata nel giustificare il licenziamento della ricorrente e di altri lavoratori dell’impresa, semplicemente allegando un rapporto circa le previsioni sul futuro del settore nelle Isole Canarie. Nel caso in analisi, tuttavia, ha osservato il giudice, “ci si trova innanzi ad un fenomeno che supera il concetto di tecnico se non anche quello di libertà di impresa, riguardando piuttosto la stabilità del lavoro nel suo complesso”.
Le cause oggettive di natura tecnica addotte dall’impresa non sono state per questo motivo ritenute valide dall’organo giudicante, il quale ha valutato che il licenziamento sia stato piuttosto dettato da ragioni meramente connesse all’aumento della competitività e alla riduzione dei costi.
È inammissibile, infatti, come ha argomentato il giudice, che “il miglioramento della competitività si eriga ad elemento unico in grado di giustificare un licenziamento, mediante l’introduzione di bots che automatizzino il lavoro al punto da rendere non necessario il lavoro umano”.
La conclusione a cui è giunta la sentenza è che sebbene si riconosca che in alcuni casi l’innovazione tecnologica possa comportare la riduzione del lavoro manuale e ripetitivo – e viene citato l’esempio del passaggio da una macchina fotografica analogica ad una digitale – nel caso oggetto di analisi non si tratterebbe tuttavia di riduzione, ma di completa sostituzione del lavoro di una persona con quello di un software, il che, sostiene il giudice, “sarebbe come considerare il lavoratore alla stregua di uno strumento”, se non anche “favorire, con il pretesto della competitività, la sottovalutazione e lo svilimento del diritto al lavoro”.


Le conclusioni del tribunale spagnolo, al di là dell’ambito meramente giuridico, possono essere valutate da diversi punti di vista. Intanto che il lavoratore non può essere considerato alla stregua di un qualunque software. Non è insomma una “merce” fungibile. Non è mera “forza lavoro”, come affermava – nella sostanza – il primo Capitalismo di stampo ottocentesco.
Secondo aspetto che il puro e semplice richiamo alla competitività non giustifica un licenziamento. La competitività – aggiungiamo noi – non è un fine, ma un mezzo, uno dei tanti mezzi che possono garantire la vita produttiva dell’azienda. Nel giusto ordine dei valori – come afferma la Dottrina Sociale – prima c’è l’uomo, in secondo piano i beni materiali, in una posizione intermedia il lavoro quale tramite attraverso il quale l’uomo si appropria dei mezzi materiali.
Ulteriore elemento di valutazione è che nella lotta tra l’uomo e la macchina, una lotta che si sta radicalizzando, non è accettabile considerare la partita già vinta dalla macchina, nel segno di una malintesa concezione del “progresso”. Nella misura in cui la tecnologia non è moralmente neutra, anche su questo versante si impone e si imporrà sempre di più una valutazione etica del rapporto tra sistema produttivo e tecnologia, considerando i costi/benefici sociali delle nuove tecnologie ed individuando le possibili azioni compensative a favore dei lavoratori.


La tecnologia è – in definitiva – un modo di guardare lo sviluppo del mondo. Nel bene e nel male. Se ne prenda atto, rompendo con ogni meccanicismo materialista. In Spagna il principio che il lavoro non è merce ha trovato un giusto riconoscimento. L’auspicio è che la sentenza spagnola faccia veramente scuola.

Fonte: Mario Bozzi Sentieri

2 Commenti

  • SEPP
    7 Novembre 2019

    Un pensatore francese si pose questa domanda: come può l uomo barattare la sua vita rendendosi schiavo di sua volontà, il suo saggio si intitola ” discorso sulla schiavitù volontaria” il suo interrogativo è rimasto senza risposta ecco un passo:
    Scrive infatti: “Vorrei solo comprendere com’è possibile che tanti uomini […] sopportino talvolta un tiranno solo, che non ha forza se non quella che essi gli danno, che ha il potere di danneggiarli unicamente in quanto essi vogliono sopportarlo, che non potrebbe far loro alcun male se essi non preferissero subirlo invece di contrastarlo” e continua mostrando stupita amarezza nel vedere “migliaia di uomini asserviti miseramente, con il collo sotto il giogo, non già costretti da una forza più grande, ma in qualche modo, come sembra, incantati e affascinati dal solo nome di uno, di cui non dovrebbero né temere la potenza, poiché egli è solo, né amare le qualità, poiché nei riguardi di tutti loro è disumano e feroce”(pp.4-5, ed. Chiarelettere). Ecco che si delineano i protagonisti del saggio: da una parte il tiranno, dall’altro il popolo che, per sua volontà, si fa servo.

  • woland
    7 Novembre 2019

    D’accordissimo sull’uomo che è fine e la tecnologia mezzo.
    Tuttavia occorre aggiungere due cose al discorso dell’articolo:
    – che il lavoro non è mero mezzo di appropriazione della ricchezza, ma è prima di tutto creazione della ricchezza (senza lavoro neppure ci sarebbero i robot)
    – che di fronte a tecnologie in grado di sostituire sempre più e meglio il lavoro umano non è detto che per tutelare il lavoro si debba rifiutare la tecnologia; occorre riprogrammare il lavoro in modo che tutti contribuiscano alla creazione della ricchezza e tutti possano usufruirne.
    Credo che questa sia la sfida più importante per gli economisti che guardano al futuro e credo che l’ostacolo maggiore da superare sia il vecchio (orribile e marcescente) ordine monetario, che danneggia la ricchezza collettiva e totale, con il pretesto di salvaguardare presunti diritti di proprietà individuale anche quando essi sono malamente fondati o totalmente travisati.

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