Il Kosovo e l’identità serba


di Jovan Palalic


Molti, in Occidente, fanno fatica a comprendere le ragioni dell’attaccamento serbo al Kosovo. In un’ottica geopolitica, o anche solo politica, la questione balcanica resta sconosciuta alle élite culturali e politiche che sostengono l’indipendenza kosovara. Manca la volontà di capire le ragioni profonde – spirituali, mitiche e cultural -i che per secoli hanno spinto la nazione serba a includere quella regione nel suo Stato e nella sua Chiesa.

A due decenni dal bombardamento della Serbia, una tragedia che ha lasciato in eredità una profonda incomprensione tra il popolo serbo e l’Europa, gli intellettuali occidentali ancora si interrogano, preoccupati, sui motivi dell’irrazionale resistenza di una piccola nazione all’usurpazione di una piccolo porzione del suo territorio. Non mi riferisco all’Italia, che già vent’anni fa aveva messo in guardia dalle conseguenze legate a una simile scelta. In particolare la Lega, unico partito europeo filo-serbo, seppe prevedere il pericolo rappresentato da un’invasione islamica che avrebbe coinvolto innanzitutto le coste italiane una volta destabilizzata la penisola balcanica.

Ma perché i Serbi si ostinano a non accettare la perdita del Kosovo? Molti ritengono che la ragione vada cercata nel fatto che proprio lì ebbe origine il primo stato serbo nel Medioevo, dopo l’occupazione bizantina; questo è vero: per i serbi il Kosovo è stato la culla non soltanto dell’identità politica serba, ma anche di quella idea di libertà senza la quale nessun popolo può darsi una dimensione storica. Altri pensano che il vero motivo sia legato alla presenza, nello spazio kosovaro, di ben 1300 tra templi e monasteri cristiani edificati nel corso dei secoli. Altri, infine, attribuiscono l’ostinazione serba a una questione di principio, ovvero alla di vedere rispettate la sovranità e la Costituzione di Belgrado, nonché il diritto internazionale.

Tutte queste ragioni nel loro insieme giustificano la volontà di difendere a oltranza una regione considerata il centro originario di una Nazione: eppure, abbiamo molti esempi nel passato che ci ricordano che, pur di sopravvivere, altri popoli hanno accettato di rinunciare a porzioni del loro territorio, sebbene li considerassero sacri per il loro valore storico. Il caso in questione, però, presenta una sua peculiarità: durante i cinque secoli di occupazione turca il popolo serbo, disperso, non smise mai di sognare di poter un giorno tornare ad abitare in Kosovo e quando nel XIX secolo fu ripristinato uno Stato nazionale indipendente un po’ più a nord, la gente continuò a desiderare di poter un giorno far ritorno nella patria originaria. Ancora vent’anni fa, al termine dei bombardamenti, allorchè le grandi potenze promisero un certo grado di autonomia alla regione del Kosovo, il popolo serbo decise di opporsi e resistere ad ogni costo alla sua perdita. Una forza più potente delle bombe e delle esplosioni fece sentire in quel momento la sua voce, una voce proveniente dalle profondità del tempo, e che affermava che la rinuncia a quel luogo da cui aveva avuto origine, avrebbe significato l’annientamento dell’identità del popolo serbo e della sua storia, oltre al fallimento di quella missione che dava senso alla sua esistenza.

630 anni fa, in Kosovo, ebbe luogo una grande battaglia tra l’esercito cristiano serbo e quello islamico turco, dall’esito incerto e in cui entrambi i sovrani furono uccisi. Prima della battaglia i turchi fecero al Re un’offerta: accetta l’occupazione e il nostro ordine islamico, paga il tributo al Sultano e noi in cambio ti lasceremo in vita e rispetteremo la tua autorità sul popolo e i tuoi beni.

Dalla decisione del sovrano serbo Lazar non dipese in quel momento soltanto il futuro del popolo serbo, ma dell’Europa intera. E fu così che in quel momento avvenne il miracolo e la volontà di Dio si incarnò nel destino della nazione serba. Ai pragmatici calcoli politici, Lazar preferì tener fede a quei valori che plasmano le genti, ne modellano la storia e ne determinano il destino, qualunque esso sia. Rifiutò l’offerta turca pur di non pagare la conservazione delle sue ricchezze e del suo potere al prezzo del proprio onore, della dignità e della libertà nazionale, perché questo avrebbe significato accettare l’umiliazione di sottomettersi allo straniero e alla sua religione. Per i turchi, infatti, quella in atto era una guerra santa, combattuta sotto la bandiera dell’Islam e per Lazar, arrendersi, avrebbe significato tradire il suo popolo, la sua storia, la sua famiglia e ciò che rappresentavano. Avrebbe significato tradire Cristo.

Monastero serbo in Kosovo

Incurante delle conseguenze, Lazar scelse di non tradire, consapevole della missione storica affidata ai serbi: difendere non soltanto la propria indipendenza, ma la libertà della più ampia comunità di genti a cui appartenevano, quella dei popoli europei. Secondo il poema popolare che ne canta le gesta, Lazro riassunse la sua decisione in una sola frase: “Quello terrestre è un piccolo regno, quello celeste dura in eterno”.

Fuor di metafora, esistono valori che meritano di essere difesi a costo della propria vita, senza cedere a compromessi. Fede, libertà nazionale, cultura, onore, diritto ad essere padroni del proprio destino valgono più dei piaceri che pure l’esistenza può concederci; valgono più della stessa vita. Lazar sapeva che se avesse accettato l’offerta turca, il popolo serbo come nazione sarebbe stato cancellato dalla storia. Dopo l’umiliazione e l’eventuale tradimento, occupati e ridotti in schiavitù, non ci sarebbe più stata alcuna idea in grado di far scoccare la scintilla della libertà.

Certamente ci fu chi suggerì a Lazar di capitolare e piegarsi alla legge del più forte: di salvare la vita propria e dei suoi vassalli per continuare a governare libero e umiliato, certo, ma vivo e ricco. E sebbene queste pressioni non fossero poche, la decisione di Lazar, la sua morte e quella di tanti nobili serbi, ricevettero l’ammirazione dal popolo che ad essi tributò splendide poesie epiche. Il popolo capì che la decisione di combattere, era stata presa per fede e lealtà, per una profonda consapevolezza del ruolo della nazione serba nel mondo, e che essa rappresentava un pegno alla sopravvivenza di una comunità nel più alto senso spirituale. Profondamente consapevole della dimensione meta-storica di quelle gesta e di quella determinazione a battersi per la fede, la libertà, l’identità e la cultura, la poesia nazionale diede alle imprese del Re e del suo esercito un carattere sovrannaturale: “Tutto fu sacro e onesto, e vicino al nostro Dio”. La libertà materiale andò perduta, certo, ma sopravvisse un esempio eterno di come essa si debba difendere e di come non si debba mai tradire ciò in cui si crede.

La decisione presa in Kosovo dal principe Lazar ha permea di sè l’identità serba. Il Kosovo è il luogo della sua nascita e della sua dedizione. E’ il fondamento più profondo del cristianesimo, della libertà e dell’identità dei serbi. La profonda fede e la lealtà di tutti i sudditi, per sei secoli, alla decisione del loro principe, hanno reso possibile al popolo di risollevarsi dall’occupazione, dall’indifferenza, dalla sofferenza e dal tradimento. E’ la verticale di questa nazione, è ciò che la eleva al cielo, al di là del dramma storico e della transitorietà. Questo è il Kosovo per noi.

Per ogni persona che avesse cercato di convincere Lazar ad accettare le condizioni turche – obbedire e sopravvivere – ce n’era sempre una che nel corso dei secoli avrebbe affermato di non essere disposta a rinunciare a ciò che il principe aveva stabilito come principio fondante dell’identità nazionale. I serbi rifiutarono di sottomettersi a costo di grandi sofferenze, ma consapevoli che se lo avessero fatto sarebbero scomparsi. La grande forza evocata da Lazzaro è quella che ha condotto il popolo serbo attraverso la sua storia burrascosa. La rinuncia al Kosovo è la rinuncia a sé stessi, la scomparsa e la cancellazione di tutto ciò che ha modellato e preservato il popolo serbo.

Questa forza attira trasversalmente tutte le generazioni dei serbi verso il Kosovo, il luogo in cui essi si connettono al cielo in un giuramento di fede, attraverso il sacrificio della libertà. I serbi sono profondamente convinti che questa ostinazione ad essere fedeli a sé stessi, alla propria identità e alla propria tradizione, vada al di là dei confini nazionali e che riguardi tutta l’Europa, specialmente quando gravi minacce mettono a repentaglio valori comuni. Difendendo la nostra anima e la nostra essenza, noi crediamo di difendere anche l’anima e l’essenza dei nostri fratelli europei e di poter risvegliare in loro, attraverso la nostra lotta, l’eroica adesione ai nostri valori comuni. E’ come se volessimo dare loro il tempo di prendere coscienza di ciò che sta accadendo, capire i pericoli e prepararsi.

Oggi, proprio in Kosovo, in quel lembo di terra il cui significato per la storia dei serbi e del cristianesimo europeo non è mai stato pienamente compreso, si annidano cellule di terroristi islamici, siriani e afgani. Per ora la loro minaccia è limitata ai serbi: ma la loro intenzione è di non lasciare in vita un solo cristiano libero. E ancora? Che valore avranno i 1300 templi e monasteri che giacciono lì quando non ci sarà più nessuno a difenderli? I serbi continueranno la loro battaglia per il Kosovo e a seguire l’insegnamento di Lazar.

Porteremo avanti la nostra missione, non accetteremo di tradire noi stessi. A vent’anni dal bombardamento della Serbia, l’Europa si sforzi di ascoltare il suono delle campane che chiamano a raccolta proveniente dai Balcani. I popoli d’Europa si sveglino e si mettano in cerca delle loro identità derubata da quegli stessi figuri che, bombardando Belgrado vent’anni fa, già preparavano l’invasione a cui stiamo assistendo oggi.

Credo fermamente che esista una verticale dello spirito in grado di infondere fermezza e che essa non riguardi solo il mio popolo, ma tutte le popolazioni del Vecchio Continente. E’ quella determinazione a cui facciamo appello nei momenti difficili, quando siamo oppressi dalla tentazione o dalla sofferenza. In un tempo come questo, in cui la sopravvivenza di tutte le identità culturali è minacciata, sono convinto che se ogni nazione europea scrutasse le profondità del suo spirito, l’humus della propria Tradizione, vi troverebbe il suo Kosovo. E riscoprirebbe, attraverso le scelte e le gesta dei grandi Principi “santi e onorevoli” del passato, le ragioni dell’esistenza nel nostro comune destino europeo.

Fonte: Cultura e Identità

(Traduzione di Alessandro Sansoni)

5 Commenti

  • Will
    26 Marzo 2019

    Articolo molto bello e toccante, e come direbbero gli amici belgradesi “kosovo je srce Srbje” il kosovo è il cuore della Serbia.
    Io so da dove proviene questa ostinazione serba che loro chiamano “inat” e ne rispetto i motivi. Spero che gli altri Paesi europei in primis l’Italia rinsaniscano e rendano questo territorio ai legittimi proprietari.

  • Eugenio Orso
    26 Marzo 2019

    Il Kossovo è serbo cos’ come la Crimea è russa, mi pare chiaro.
    Un giorno l’Europa liberata (almeno lo speriamo) dovrà scusarsi con i serbi per i criminali bombardamenti us-nato.

    Cari saluti

    • namelda
      26 Marzo 2019

      e il Golan è siriano
      e Gaza è palestinese

  • robyt
    27 Marzo 2019

    Con la inevitabile dissoluzione della Jugoslavia (legata alla caduta dell’Unione Sovietica), dovuta principalmente alle forze centrifughe della eterogeneità multi -culturale, -etnica, -linguistica e -religiosa, l’EU e la NATO hanno operato in un solo senso: evitare a tutti i costi la formazione di una grande potenza nazionale. La Serbia era l’unico paese della regione a poter ambire a tale titolo. Quindi, si è fatto di tutto per contrastarla, aiutando alla formazione di qualsiasi staterello cuscinetto potesse capitare, il Kosovo non è molto diverso dalla Bosnia, solo più piccolo. I romani dicevano: divide et impera.

    Però andrebbe fatta un passo indietro di più di mezzo secolo, quando lo stato iugoslavo venne creato, col presupposto di creare un grande stato nazionale. Gli italiani in seguito a seconda guerra mondiale furono esiliati dall’istria e dalla dalmazia; ma la popolazione artificialmente costruita e selezionata iugoslava era cmq troppo eterogenea e le differenze alla fine sono emerse portandosi via tutto lo stato.

    Riflessione finale: come dicono oggi le elites internazionali e globaliste, che auspicano alla trasformazione degli stati nazionali europei in stati aperti senza confini e multiculturali: la diversità è la nostra forza. Divide et impera.

  • Mardunolbo
    27 Marzo 2019

    Bellissimo articolo, lirico nel ricordare che l’uomo è passeggero su questa terra. Importante per tutti è lasciare un buon ricordo e buon esempio. Che gli italiani lo imparino, e ne traggano conseguenze. Le conseguenze non sono “chissenefrega mi guardo la partita !”

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