Il doppio gioco degli USA in Siria ha scatenato un ulteriore conflitto tra Ankara ed i curdi.

di  Luciano Lago

Washington adesso critica l’offensiva della Turchia nel nord della Siria dopo averla direttamente causata con l’istigazione cerso i curdi a crearsi un proprio Stato.
Non cessa di manifestarsi l’ambiguità della posizione di Washington e del suo doppio gioco nel conflitto in Siria.

Dopo le innumerevoli prove della complicità mantenuta dagli USA con i gruppi terroristi islamici come l’ISIS (il Daesh in arabo) che sono stati favoriti e protetti da Washington e dai suoi alleati del Golfo Persico, come Arabia Saudita Qatar (vedi le dichiarazioni ex primo ministro del Qatar-), da ultimo con la rete di protezione accordata a Raqqa alle milizie islamiche per farle ritirare dalla città e trasferire in altra zona sicura, il portavoce USA critica l’azione di Ankara e sostiene la necessità di non distogliere l’attenzione dalla lotta contro il Daesh.

“La violenza ad Afrin sconvolge quella che era un’area relativamente stabile in Siria e distrae dallo sforzo internazionale per sconfiggere Daesh”, ha detto James Mattis, capo del Pentagono, con la sua solita faccia di bronzo, ai giornalisti che viaggiano con lui in Indonesia durante il suo tour in Asia.

Il Dipartimento di Stato USA adesso cerca di giustificare o nascondere la sua istigazione ai curdi per formare un loro stato autonomo nel nord della Siria e attuare così lo smembramento parziale del paese arabo, secondo il vecchio piano di balcanizzazione.
Di fronte al loro vecchio alleato, la Turchia di Recepit Erdogan, gli USA fingono di essere una terza parte non coinvolta nel gioco alla destabilizzazione dell’area per gli interessi di Israele. L’ipocrisia dei rappresentanti di Washington fa infuriare Erdogan, un altro maestro nel doppio gioco attuato nei confronti del terrorismo islamico per utilizzarlo ai propri fini.

Appena un mese dopo che gli Stati Uniti avevano promesso alla Turchia di fermare le forniture di armi ai combattenti curdi siriani, il Pentagono aveva annunciato piani per creare una forza di confine di 30.000 persone dalle forze democratiche siriane (SDF) di Afrin, che è stata definita “esercito terrorista” da parte di Ankara. Un annuncio che aveva prodotto la reazione rabbiosa di Erdogan che aveva promesso di annientare i terroristi curdi fino all’ultimo uomo.

Ancora nelle sue ultime dichiarazioni, il segretario alla Difesa americano James Mattis ha esortato la Turchia a “mostrare moderazione” nella sua offensiva militare nell’enclave curda di Afrin in Siria. Una moderazione peraltro impossibile visto il livello di armamento moderno che il Pentagono ha fornito ai curdi, dalle autoblindo ai missili anticarro di ultima generazione.
Il capo del Pentagono ha affermato che gli Stati Uniti “comprendono le preoccupazioni di sicurezza di Ankara, a condizione che sia l’unico stato membro della NATO che ha un’insurrezione attiva sulla sua territorio”, aggiungendo che Washington è “impegnata” con Ankara sulla situazione.

Ci si chiede chi comanda veramente a Washington e chi decida la politica mediorientale, se sia Trump, o il genero ultrasionista Jared Kushner, o il Pentagono, o la Cia e le altre organizzazioni di intelligence, il deep State, tutti in lotta fra di loro. Di sicuro si sa chi ci guadagna: l’apparato militare industriale USA che fornisce le armi ad tutti i contendenti sul campo: alla Turchia di Erdogan, alle formazioni curde, ai gruppi terroristi dell’ISIS e di Al Qaeda, tutti combattono con armi made in USA. Un grande business per l’industria degli armamenti.

In ogni caso l’atteggiamento così ipocrita e doppio di Washington spinge vari osservatori a sostenere che ci si potrebbe trovare di fronte ad un piano occulto concordato fra USA e Turchia per favorire una invasione turca del nord della Siria con il pretesto della presenza delle forze curde. Resta altrimenti da capire l’ostinazione del comando USA a fornire migliaia di mezzi blindati ed armamenti ai curdi, ben conoscendo l’avversione di Ankara verso una possibile entità curda ai suoi confini.

Un pò difficile sostenere adesso che non si sapeva o non si prevedeva che la Turchia avrebbe reagito pesantemente mobilitando tutto il suo possente esercito contro i curdi. Le vittime di questo conflitto saranno come sempre la popolazione civile siriana fra cui si contano già decine di vittime per causa dei bombardamenti turchi.

Curdi sulle posizioni

Le relazioni tra Washington e Ankara si sono ulteriormente deteriorate dopo che gli Stati Uniti avevano annunciato il loro piano per la creazione di una entità curda sul confine siriano, garantita militarmente da milizie delle Unità di protezione popolare curde (YPG), che Ankara considera affiliate al PKK curdo, una organizzazione terroristica che ha già attuato in passato molti attacchi contro le forze turche.

La Turchia ha ripetutamente affermato che la condizione chiave per il proseguimento della cooperazione tra Ankara e Washington è la cessazione delle consegne di armi degli Stati Uniti ai curdi siriani e la restituzione delle armi precedentemente fornite, cosa che appare piuttosto difficile visto il l’andamento del conflitto.

L‘intransigenza dei curdi, che avevano rifiutato anche la mediazione di Mosca, che aveva proposto loro di consegnare il controllo della zona al legittimo governo di Damasco, in cambio della protezione russa e siriana, ha determinato una situazione ormai irreparabile dove saranno i curdi, isolati ed abbandonati da tutti, a pagarne le conseguenze, per quanto siano decisi a vendere cara la pelle. Imparare la lezione: mai fidarsi delle promesse di Washington.

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