Il Disastro Italiano messo a nudo a Venezia e Taranto

di Luciano Lago

Se qualcuno ci aveva accusato di pessimismo , oggi verifichiamo nei fatti come il disastro italiano supera persino le previsioni più pessimistiche. Bastano i due casi eclatanti di questi giorni: l’inondazione di Venezia e la crisi dell’ILVA.
Come puntualmente si verifica in ogni autunno, quando arriva la stagione delle grandi piogge, anche quest’anno è arrivato il disastro che si attendeva per effetto del saccheggio del territorio. Tuttavia di solito i disastri arrivavano nelle zone più degradate del sud, in Calabria, nel salernitano, in Sicilia o, in qualche caso nelle valli delle Alpi dove il disboscamento e il saccheggio del territorio hanno privato le difese naturali di quelle aree di montagna.
Invece questa volta il disastro si è creato a Venezia, uno dei maggiori centri del turismo e del patrimonio artistico italiano. Una inondazione fuori dalla norma, ma facilmente prevedibile, che ha trovato le autorità responsabili completamente impreparate mentre la famosa diga del Moser, iniziata ben 16 anni prima e quasi ultimata da anni, è rimasta da 5 anni ad arruginirsi in acqua, nonostante gli oltri 5 miliardi spesi dallo Stato e dalla Regione.
L’insipienza e la incapacità degli amministratori e della classe politica, dove brilla per la sua inutilità il Ministero per le Infrastrutture, si è dimostrata in tutta la sua evidenza con il disastro di Venezia ma già si era avuta la prova in precedenza con il crollo del ponte Morandi, il viadotto di Genova.
Inutile ripercorrere la storia penosa del Moser di Venezia che si è trascinata per anni fra scandali, corruzione, iniziative improvvide della magistratura, ritardi della burocrazia e incapacità di previsione.
Sembra una storia analoga a quella verificatasi dall’altro capo della penisola, a Taranto, dove l’ILVA, nonostante abbia avvelenato una città che, per posizione, avrebbe dovuto costituire una grande risorsa turistica ed agricola per il sud Italia, rappresentava una struttuira importante dell’ossatura industriale dell’Italia con la sua produzione di acciaio.
Anche in questo caso incapacità di previsione, insipienza e approssimazione degli amministratori e classe politica, sommate con le iniziative della magistratura e il sistema di deresponsabilizzazione degli organismi di controllo, stanno determinando la chiusura della più grande acciaieria d’Europa. Una chiusura che andrà a scapito dell’intero sistema industriale italiano che dovrà acquistare i manufatti d’acciaio all’estero, in Germania o in Cina, privando l’Italia di una delle sue rimanenti risorse industriali e lasciando per strada oltre 20.000 lavoratori fra ILVA e indotto.

Anche in questo caso hanno prevalso gli interessi esteri su quelli nazionali, si è tenuto conto delle “regole dei mercati”, quelle che ci impone l’Europa, che hanno impedito di statalizzare un settore strategico dell’Industria italiana.
L’incertezza e i continui cambiamenti di regole, oltre alla crisi del mercato, hanno provocato la fuga annunciata del gruppo franco indiano che aveva preso la gestione degli impianti e che, grazie ai provvedimenti contraddittori, clausole aggiunte poi tolte e poi rispristinate, ha trovato il pretesto di rescindere il contratto e prendere la via di fuga da una paese come l’Italia dove non esiste certezza.
In presenza di scelte di breve respiro e dichiarazioni del governo che si accavallano e si contraddicono, viene meno l’affidabilità del paese Italia. Tutto questo provoca la sfiducia degli investitori internazionali, disincentivati ad investire dall’incertezza e dall’assenza di interlocutori credibili. Una incertezza che provoca anche la rinuncia delle imprese italiane, che continuano a produrre e lavorare in controtendenza per mantenere i posti di lavoro e rimanere sul mercato, ma che sempre di meno sono intenzionate ad investire, per le scarse prospettive di futuro che si attendono.
In questo contesto il governo non sa cosa fare, stretto fra una emergenza e l’altra, dimostrando tutta la sua incapacità. Qualcuno invoca l’Europa, esattamente quella che, nel caso dell’ILVA, ha aperto le porte all’importazione dell’acciao cinese mettendo fuori mercato l’acciaio di Taranto. Qualcun altro, il sindaco di Venezia, propone di fare di Venezia la capitale mondiale per la lotta ai cambiamenti climatici, come se questo possa risolvere la situazione di Venezia.


Rimane il fatto che nessuno si assume la responsabilità di ogni disastro, le decisioni sempre rinviate e ostacolate dalla burocrazia, producono i loro effetti che, come al solito, sono pagati direttamente dai lavoratori di Taranto e dai cittadini di Venezia.
Si inizia a percepire il grande imbroglio della politica fatta dai servitori degli interessi esterni, a Venezia come a Taranto, come a Genova, i cittadini sperimentano le “grandi capacità” della classe politica italiana.

13 Commenti

  • Danilo
    16 Novembre 2019

    Seguo questa testata e ne apprezzo la profonda opera di informazione: si, proprio informazione, perchè chi fa dis-informazione sono le cosiddette testate ufficiali, e qui abbiamo la possibilità di leggere fatti e opinioni difficilmente riscontrabili altrove nei media mainstream.
    Venendo all’articolo in oggetto, la mia opinione è diversa: non si può trattare l’Ilva e Venezia allo stesso modo.
    Quello di Venezia è un esempio lampante di come la nostra pubblica amministrazione abbia fallito.
    L’Ilva è un’altra cosa: alle aziende italiane non serve comprare l’acciaio dall’Ilva, magari pagandolo più che da altre acciaierie.
    Alle aziende italiane servono innanzitutto meno tasse, un costo dell’energia più competitivo, ed in generale una vera riforma di sinistra del nostro paese non partirebbe dai diritti delle minoranze e dei «migranti», bensì dal ridare dignità al lavoro cominciando subito sgravandolo di quel gravame di tasse ed imposte (scusate l’endiadi) che oggi ne svilisce la dignità.
    Non è possible che un operaio si veda decurtato il 50% del proprio stipendio, per andare a nutrire una massa di fannulloni, e furbastri (i casi sempre più evidenti dei furbetti del RdD dimostrano di che pasta è questo paese); i sindacati su questo latitano clamorosamente!
    Il destino dell’Ilva è segnato dunque per un semplice motivo: che non ha padrini politici compiacenti come l’Alitalia di Roma, che nessuno osa far fallire come andrebbe fatto, invece di metterla sempre a carico dei contribuenti con una disparità di trattamento che non ha eguali.
    E comunque il M5S di Taranto aveva fatto della chiusura dell’Ilva il suo cavallo di battaglia, in nome del programma più generale di “decrescita felice”: adesso avranno tutto il tempo di spiegarlo alle famiglie di quei 20mila che saranno lasciati a casa.

  • MONDO FALSO
    16 Novembre 2019

    In Italia non si può fare più niente perche’ ci sono troppi corrotti , troppi ladri e troppe mafie e se ci aggiungiamo che l’Italia è un paese a rischio climatico , a rischio per terremoti e vulcani ci aspetta un brutto futuro

  • Cagliostro
    16 Novembre 2019

    È tutta colpa della raggi,
    Salvini e la lega erano impegnati ad investire soldi in Tanzania e in bond sulle acciaierie
    Mica potevano fare a meno delle bustarelle del Mosè e dei Benetton

  • William
    16 Novembre 2019

    D’accordo con te cagliostro, x l’acqua alta e il mose soprattutto è colpa di questo governo, se c’era la lega sarebbe stata siccità a venezia

  • Sandro
    16 Novembre 2019

    “Qualcun altro, il sindaco di Venezia, propone di fare di Venezia la capitale mondiale per la lotta ai cambiamenti climatici……”

    A proposito dei cambiamenti climatici dovuti ANCHE al riscaldamento globale (occorre ricordare che stiamo raggiungendo i 4 miliardi di individui), ci si è mai domandati perché tutte, da che mi risulta, le previsioni del tempo sono limitate SOLO all’interno del territorio nazionale (terraferma) e MAI all’intera area riguardate i confini di Stato? Intendo mari compresi. Ciò sarebbe interessante per sapere se le cosiddette “bombe d’acqua” che causano le ricorrenti devastazioni nell’entroterra, si verificano anche in pieno Mediterraneo dove non arrecherebbero danno alcuno.

    E ci si è domandati perché gli epicentri dei terremoti di “ultima generazione” non superano di norma i 9/11 km di profondità, mentre quelli dei nostri nonni o bisnonni superavano ampiamente i 30/35 km? E si è a conoscenza del fatto che tecnicamente, almeno per ora, non è possibile perforare il terreno ad una profondità di oltre 13 km.?

    • Sandro
      16 Novembre 2019

      errata corrige. “stiamo raggiungendo i 7 miliardi di individui”

    • atlas
      18 Novembre 2019

      come mai anche quì si parla solo di Venezia e non di Matera ? Per quelli che ancora credono all’italia, sappiate che il suinocrate Zaia dal Veneto ha detto che 4 sassi non valgono la pena di spendervi soldi mentre lui vuole un miliardo di €

      https://www.youtube.com/watch?v=Co_YpGeg97g

      • Sandro
        19 Novembre 2019

        Comprendo la necessità di essere solidali per qualsiasi evento disastroso che possa colpire la comunità. Non comprendo, invece, il motivo per cui, potrei dire sempre qui in Italia, non si colpiscono i responsabili, quando ci sono, di tali eventi.

        Dico questo, perché è stata data da un, credo, ingegnere idraulico, la spiegazione razionale di quanto è successo a Venezia. Costei (una donna) ha spiegato che per consentire alla grandi navi di entrare in laguna, la medesima, che in quanto tale ha una profondità media di circa due metri, è stata dragata fin oltre sette metri di profondità. In tal modo si è consentito alla massa d’acqua dell’Adriatico di avvicinarsi oltremodo alla zona abitata.

        E’ come se chi, ad esempio, avendo una casa a 50 metri dal mare, decide di asportare tutto il bagnasciuga fin a solo qualche metro dalla propria abitazione. Detto questo, è facile prevedere l’inondazione di tale edificio alla prima mareggiata. E, di sicuro, non occorre un ingegnere idraulico per prevedere le conseguenze di tale opere.

  • Idea3online
    16 Novembre 2019

    Se sono riusciti a imitare gli angeli facendoci parlare a distanza in video chiamata, come fosse una apparizione, è limitante e mediocre pensare che non posseggano il sapere, la tecnologia, l’alchimia che consenta di intrappolare una maggiore percentuale di raggi infrarossi irradiati dal suolo verso lo spazio. Le foreste che bruciano, maggiore CO2, sia quella emessa dagli alberi che bruciano, sia quella non utilizzabile dal processo fotosintetico per il minor numero di alberi, sono così alleati al nemico di Dio, vorrebbero il transito al Polo Nord, costi quel che costi, ed in questa corsa al disastro, sono tutti iscritti, Cina, USA, Russia. Per la 5G chi lo sa quanti alberi verranno tagliati nelle città……chi lo sa, immolati a Internet delle Cose, Quella degli alberi forse non è una notizia attendibile, ma se lo fosse…….altro che Venezia, una sfogliatura a tutte le città. Ma intanto dal Colosseo Moloch da la sua benedizione all’Italia.

    • Anonimo
      17 Novembre 2019

      Mi sono domandato più volte che necessità vi è di incendiare foreste per produrre CO2 e dunque aumentare il riscaldamento globale, quando dovrebbe essere, per tal motivo, più che sufficiente l’anidrite carbonica emessa I N I N T E R R O T T A M E N T E dal respiro di 7 miliardi di persone, a parte animali.

      C’è chi sostiene che l’ossigeno prodotto dalle foreste dell’Amazzonia – il polmone del mondo – non va a beneficio collettivo perché viene assorbito e dunque annientato dal respiro degli animali che la abitano. Si ritiene che ,attualmente, la percentuale di ossigeno disperso nell’aria sia pari al 20% e che all’essere umano è sufficiente per la respirazione il 16% di esso. Dunque, non per essere pessimisti, ma siamo vicini alla soglia per estinguerci per soffocamento.

      Ritornando agli incendi, è talmente evidente, salvo eccezioni, che sono dolosi, che,volendo, si potrebbero fare previsioni dettagliate. Basta controllare la necessaria velocità dei venti in una tale zona per alimentarli efficacemente, per preannunciali con probabilità di errore pari a zero.

    • Sandro
      17 Novembre 2019

      Mi sono domandato più volte che necessità vi è di incendiare foreste per produrre CO2 e dunque aumentare il riscaldamento globale, quando dovrebbe essere, per tal motivo, più che sufficiente l’anidrite carbonica emessa I N I N T E R R O T T A M E N T E dal respiro di 7 miliardi di persone, a parte animali.

      C’è chi sostiene che l’ossigeno prodotto dalle foreste dell’Amazzonia – il polmone del mondo – non va a beneficio collettivo perché viene assorbito e dunque annientato dal respiro degli animali che la abitano. Si ritiene che ,attualmente, la percentuale di ossigeno disperso nell’aria sia pari al 20% e che all’essere umano è sufficiente per la respirazione il 16% di esso. Dunque, non per essere pessimisti, ma siamo vicini alla soglia per estinguerci per soffocamento.

      Ritornando agli incendi, è talmente evidente, salvo eccezioni, che sono dolosi, che,volendo, si potrebbero fare previsioni dettagliate. Basta controllare la necessaria velocità dei venti in una tale zona per alimentarli efficacemente, per preannunciali con probabilità di errore pari a zero.

  • Eugenio Orso
    17 Novembre 2019

    E’ persino logico che i collaborazionisti “lavorino” costantemente e senza eccezioni contro gli interessi della popolazione del paese occupato, in cui operazo per conto terzi.
    Una loro caratteristica è l’irresponsabilità nei confronti della popolazione del paese, che lo schermo ipocrita della “democrazia occidentale avanzata” non riesce più a nascondere..
    Altra caratteristica è che sono sub-politici e non politici, perché non decidonio le politiche da applicare e, per tale motivo, nelle ridicole campagne elettorali mentono sapendo di mentire, subito dopo rimangiandosi con faccia di palta le “promesse” elettorali.
    Inoltre, dire che il disastro attuale – non limitato a Venezia e Taranto, alla tutle dell’ambiente e delle cittè, come dei principali settori manifatturieri! – è un “effetto collaterale” delle politiche neoliberiste decise e imposte dall’esterno, nonché del ricatto del debito pubblico, è piutoosto limitativo.
    C’è un piano proerdinato per saccheggiare l’Italia, distruggendo il manifatturiero, predando il patrimonio immobiliare e i risparmi dei cittadini, più consistenti di quelli tedeschi …
    L’Italia è il boccone grosso, dopo la piccola e marginale Grecia (2% circa del pil europeo) e per questo assistiamo al collasso generale sintetizzato nell’articolo di Luciano Lago.
    Sempre più nudi alla meta!

    Cari saluti

  • Anonimo
    17 Novembre 2019

    Il cadavere del morto che defunto giace a terra privo di vita si chiama Italia .

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