Identità e conflitto

di  Rodolfo Sideri

Le nostre già opulente società, stanche e invecchiate, temono sopra ogni cosa il conflitto e per evitarlo sono disposte ad ogni cedimento. Come è tipico di chi sente di non avere più forze reattive, si è disposti ad accettare qualsiasi stupro della propria civiltà pur di non dover affrontare lo scontro e, per quel tipico movimento psicologico che Freud ha chiamato razionalizzazione a posteriori, si elabora una narrazione in cui gli elementi patogeni e dissolventi sono elevati a principi di alta umanità cui tendere.

Per una sorta di sindrome di Stoccolma che risale già al dopoguerra, le società europee si sono innamorate dei loro sequestratori. Condizione essenziale per sostenere quest’impianto (auto)distruttivo è la negazione dell’identità. L’identità, infatti, porta con sé necessariamente il conflitto, perché se si è qualcosa ci si contrappone inevitabilmente a chi è altro da noi.

Ovviamente il conflitto non significa, almeno non necessariamente, scontro violento oppure odio verso il diverso e chiusura in sé stessi. Al contrario, il conflitto è elemento potremmo dire dialettico attraverso il quale comporre una sintesi superiore a partire da una tesi e da un’antitesi; è piuttosto l’unico modo che l’umanità ha storicamente conosciuto per sviluppare la propria civiltà. La riprova la si possiede invigilando sé stessi e osservando come ogni nostra conquista personale sia stata l’esito di un conflitto, dal quale siamo usciti, non importa se vincenti o meno, comunque più forti.

Identità a confronto

Ora, negare l’identità al fine di evitare il conflitto genera necessariamente un cedimento delle strutture fondamentali della forme dell’umano: la società diventa liquida, la cultura si priva di contenuti per diventare mero intrattenimento o sollecitazione di emozioni, la famiglia si disperde nelle relazioni più diverse, lo Stato perde legittimità e quindi autorevolezza, l’individuo non ha più punti di riferimento e diventa facile preda delle pressioni esterne che consentono di manipolarlo, di indirizzarlo verso le mete maggiormente funzionali ai poteri mondialistici.

Tutto questo, non è infatti causale. Solo per un verso è un logico prodotto di una civiltà senescente, per un altro, e maggiore, è un prodotto per certi versi economico: la standardizzazione dell’uomo è infatti conseguente alla standardizzazione dei prodotti, non solo materiali. Perciò è necessario negare all’uomo la possibilità di esercitare scelte libere pur dandogli l’illusione che tutto sia possibile. La più grande illusione o inganno della rivoluzione francese è stata quella di proclamare uguaglianza e libertà come se potessero costituire un unico sintagma e non siano piuttosto negazioni irriducibili l’una dell’altra.

Fonte: Il Pensiero Forte

3 Commenti

  • Anonimo
    26 luglio 2018

    in maniera più semplicistica, potrebbe essere che la coscienza collettiva della civiltà occidentale prende coscienza
    del fatto che il proprio progresso dipende non da “conflitti” da cui uscirne vittoriosa,
    ma da prepotenti azioni di conquista e conseguenti genocidi e distruzioni.
    Una presa di coscienza che porterebbe ad un Complesso di Colpa autodistruttivo, per una sorta di espiazione…

  • Brancaleone
    27 luglio 2018

    Uno degli articoli più lucidi e veri che abbia letto ultimamente. Analisi impeccabile e triste di una civiltà giunta al terminal.

  • TheTruthSeeker
    27 luglio 2018

    “Il primo passo per distruggere la libertà di un popolo è annientare la sua identità”. Kundera

    Purtroppo però è già accaduto, i popoli europei dal secondo dopoguerra sono stati imbruttiti antropologicamente tramite un’americanizzazione coatta al consumo e allo spettacolo, l’africanizzazione islamica potrebbe essere il passo successivo definitivo per annientarli definitivamente ma confidiamo ancora nella reazione istintiva e virtuosa pro natura dei popoli europei.

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