I riflessi della sconfitta dell’Impero USA in Afghanistan cambiano la geopolitica dell’Asia e del Mondo


di Luciano Lago

Non è è difficile prevedere che i riflessi della vittoria dei talebani in Afghanistan si propagheranno come un’onda d’urto in tutto il mondo mussulmano dal Pakistan al Golfo Persico fino alla Siria, al Libano, all’Algeria ed al Marocco e saranno salutati inevitabilmente come una vittoria del mondo islamico sull’Occidente, prescindendo dalle distinzioni geografiche, etniche e religiose di quella vicenda. Questo oltre a segnare l’avvenimento simbolo della caduta dell’Impero USA e del suo ritiro dalla zona continentale asiatica dove le potenze dominanti rimangono la Russia, la Cina e l’Iran oltre all’India.
Gli USA non hanno mai compreso la cultura ed i costumi delle popolazioni di questa parte dell’Asia dove nella Storia si sono incrociati i grandi Imperi da Alessandro Magno all’Impero Britannico, all’URSS e, da ultimo, all’Impero americano.
Nella loro profonda ignoranza gli americani hanno creduto di poter esportare il loro modello di società di consumo tralasciando le profonde implicazioni religiose e culturali dei popoli di quella regione. Oggi raccolgono quello che hanno seminato.

Il valore strategico dell’Afghanistan è molto più alto di quanto si creda e il vantaggio di chi sarà in grado di controllare il corridoio asiatico fra Pakistan, Afghanistan, Iran, sarà determinante per la supremazia in Asia. Una posizione per cui la Cina gioca in primo piano con l’affiancamento della Russia.
Senza calcolare che Cina e Russia sono in pool position per potere sfruttare le enormi risorse minerarie che sono racchiuse in quel paese asiatico, come il litio, il rame, il ferro ed altre risorse importanti. Non a caso quelle di Mosca e di Pechino sono le uniche ambasciate rimaste aperte e funzionanti a Kabul.

Kabul in mano ai talebani


Gli USA in 20 anni di occupazione si sono dedicati esclusivamente a sfruttare la produzione di oppio ed eroina, incrementata di 40 vote, tralasciando il resto e pur avendo speso la cifre astronomiche di trilioni di dollari in armamenti che hanno arricchito i profitti dell’apparato industriale militare degli Stati Uniti con zero vantaggi per la popolazione afghana, illusa con i falsi miti del progresso occidentale. Una cifra mastodontica spesa in armi ed addestramento che non è servita a nulla nel momento di contare su un esercito afghano in grado di difendere il paese dall’avanzata talebana. Il 15 agosto, giorno della caduta di Kabul è stata una data paragonabile all’8 Settembre dell’Esercito italiano nel 1943, dissoltosi e lasciato allo sbando di fronte all’armistizio con gli anglo americani.

Anche in Afghanistan c’era stato segretamente un armistizio fra gli USA ed i Talebani e l’esercito afghano non ha voluto recitare la parte dell’agnello sacrificale, i soldati afghani, addestrati dagli USA e dalla NATO, sono semplicemente passati dall’altra parte (con poche eccezioni), consegnando le armi senza sparare un colpo. Salvare la pelle e schierarsi con i vincitori, una tradizione “badogliana” ben conosciuta anche in Italia.
Gli americani hanno sbagliato i loro calcoli ritenendo di poter contare sull’esercito afghano per difendere le posizioni nel paese, sopravalutando le capacità di questi soldati, tralasciando il fattore elemento umano e la sua motivazione. Non è stato il solo sbaglio fatto da Washington e ne sono stati fatti altri ancora più gravi riguardo alla incapacità di decifrare le tensioni e le rivalità fra le etnie costituenti la popolazione afghana.

Dal nuovo scenario asiatico la prima potenza che esce in vantaggio è la Cina, la seconda è l’Iran che aumenta il suo potere contrattuale rispetto agli USA mentre Teheran è stata ammessa al gruppo dell’accordo di Shangai.
Non è dato sapere per certo quale sia stato il fattore determinante che ha spinto l’Amministrazione Biden alla decisione di ritirarsi dall’Afghanistan ma possiamo presumere che il calcolo geopolitico degli USA è stato quello di lasciare una zona propagazione di estremismo islamista radicale, con il progetto di esondare la predicazione radicale verso la regione del Xinjiang della Cina, abitato dagli uiguri mussulmani, a breve distanza dal confine afghano.

Il vecchio cavallo di battaglia della strategia USA (quello della propagazione del caos) già utilizzato ai tempi di Brzezinski contro l’URSS e successivamente per le guerre di destabilizzazione in Medio Oriente in Iraq, Libia, Siria, ecc..
I gruppi radicali wahabiti e salafiti sono sempre stati la fanteria di riserva degli USA, utilizzata ancora oggi in Siria e nello Yemen, e che potrebbe trovare collocazione anche in Afghanistan, per essere trasferiti poi nel Xinjiang cinese, con opportuno addestramento dell’intelligence USA o saudita. Un possibile ruolo previsto anche per i Fratelli Mussulmani pilotati dalla Turchia che conta sui suoi antichi legami con le popolazioni del Turkmenistan nell’Asia centrale.


Un futuro non proprio tanquillo quindi per mettere i bastoni fra le ruote della Belton Road cinese e del corridoio asiatico perseguito come strategico dalla Cina e un tentativo di Washington di non rimanere esclusa dal grande gioco che si sta realizzando in Asia.
Non è detto però che anche questa volta, come in passato, gli strateghi di Washington non abbiano sbagliato i loro calcoli.

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