I retroscena dello scandalo di Facebook e Cambridge Analytica

di  Gabriele Sannino

Lo scandalo del social di Mark Zuckerberg e della società inglese di consulenza Cambridge Analytica ha destato molti sospetti sul web, almeno per chi è un po’ più scafato a va oltre la propaganda del cosiddetto mainstream, sia televisivo che giornalistico.
Riassumiamo per qualche secondo i fatti, così da avere le idee chiare: Cambridge Analytica è una società che si occupa di seguire e – di conseguenza – orientare campagne promozionali sul web, e per farlo – al pari di tante altre società oggi – usa la miniera di dati che ogni giorno gli utenti lasciano su Facebook.

La nota piattaforma, del resto, è gratis per gli utenti esattamente per questo: i pacchetti dati con i nostri gusti, le nostre opinioni, i nostri “like” alle pagine non vanno perduti, ma venduti a società che creeranno successivamente campagne pubblicitarie per agganciare più internauti possibili. Insomma è il mercato, bellezza!
Nel caso di una campagna politica, per esempio, i dati vengono usati dai partiti per capire le istanze popolari, suggerendo al politico di turno ciò che la gente vuole sentirsi dire. Capite perché i dati oggi sono così importanti?

Ma torniamo a Cambridge Analytica.
Questa società, dicevamo, è una delle tante che compra dati da Facebook, lo fa da anni, e afferma di aver sviluppato una sorta di micro-targeting personale: in buona sostanza, offre pubblicità di articoli e siti mirata per ogni singola persona.
Nel 2014, però, accade qualcosa di diverso: Cambridge Analytica non ottiene i big data da Facebook, ma da un certo Alexander Kogan, che nel frattempo ha creato un app che si aggancia al popolare social, cosa che gli ha permesso di profilare più di 270 mila iscritti nonché di catalogare milioni di informazioni connesse. E’ scontato che Kogan abbia venduto i dati raccolti a Cambridge: parlare di spy store digitale, però, come hanno fatto alcuni giornalisti del mainstream, è semplicemente un’iperbole, dato che certe cose sono ormai prassi.

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Lo scandalo di Cambridge Analytica, dunque, è solo pretestuoso. Argomentare sul rispetto della privacy poi, al giorno d’oggi, è oltremodo ridicolo, dato che non solo non si intravede la fine del business di questi big data, ma perché viviamo immersi ormai da più di un decennio nella società del Grande Fratello, con televisori e computer che hanno telecamere (che ci osservano) e servizi segreti che usano i social come schedatura (il film sulla vita di Edward Snowden è molto chiaro su queste cose, vi consiglio caldamente di vederlo). Perfino se si esce per strada c’è una telecamera ogni dieci metri.

E’ notizia di questi giorni che il procuratore del fantomatico caso Russiagate Robert Mueller stia conducendo delle indagini per verificare se Cambridge Analytica abbia effettivamente aiutato Donald Trump nella sua campagna elettorale: ebbene, alcuni uomini del Tycoon sarebbero addirittura già stati sentiti per verificare che uso avrebbero fatto di questi dati (si dà la cosa per scontata, insomma) e alcuni di essi – magari perché costretti – avrebbero ammesso qualcosa su questo pseudo intreccio.

Ebbene, l’equazione Facebook-Trump-Russiagate dimostra che siamo davanti a fatti montati ad arte, alias il classico casus belli per distruggere sia il nazionalista Trump (che, pur nella sua follia, non serve pienamente gli interessi dei mondialisti e dunque del Nuovo Ordine Mondiale) sia di Facebook, una piattaforma nata per schedare l’umanità ma che da tempo sta creando opinioni alternative al sistema, dunque sempre più pericolosa per chi tiene le redini.
Al recente forum dei banchieri di Davos nel gennaio 2018, il magnate ungherese George Soros lo ha detto chiaramente: “con una mossa geniale, egli (Putin) ha sfruttato il modello di business delle società di comunicazione per diffondere disinformazione e false notizie, disorientando l’elettorato e destabilizzando le democrazie. E’ così che ha aiutato Trump ad essere eletto”.
Con questa dichiarazione, il quadro è completo.

Nel 2016, sempre a Davos, George Soros aveva previsto per Trump nessuna possibilità di diventare Presidente. In altre parole, Facebook e le sue conseguenze (Trump, Brexit e il forte consenso verso Putin) sta diventando seriamente un problema per l’élite.
Del resto, è da tempo che il sistema prova a squalificare il social: prima ha assoldato migliaia di disinformatori per riempirlo di fake news, ora lo si vuole addirittura spegnere.
Ecco perché il magnate ungherese due mesi fa si è lasciato scappare che Facebook e Google devono essere fermati: secondo la sua versione, questi monopoli informatici ricchi di dati “possono formare un’alleanza con Stati autoritari, come Russia e Cina, e questo” – ha sottolineato – “potrebbe benissimo tradursi in una rete di controllo totalitario che nemmeno George Orwell avrebbe potuto immaginare”.

Siamo – ovviamente – davanti al totale ribaltamento della realtà, solo per giustificare il mondo che egli rappresenta.
Sempre a gennaio, Soros ha anche elogiato la “lungimiranza” del commissario europeo alla concorrenza Margrethe Vestager, che ha già colpito Google con una multa di 2,4 miliardi di euro nel 2017 per violazione delle norme antitrust.

Questo finto scandalo di Facebook, dunque, nasconde verità molto inquietanti: il sistema vuole spegnere le voci contrarie. Ecco perché Facebook va difeso oltremodo, non certo osteggiato e abbandonato come alcuni vip – una fra tutte la cantante Cher – stanno facendo.
Mark Zuckerberg, purtroppo, ha appena dichiarato che le pagine verranno depotenziate.
Come avrete capito, siamo in piena guerra: l’attacco alla resistenza, oggi, comincia sul serio.

Gabriele Sannino

5 Commenti

  • La soluzione
    28 marzo 2018

    Il mondo è marcio non ce da meravigliarsi, oggi e così domani pure. Quando finiremo nella merda si ricomincia. Ognuno tira l’acqua al suo mulino, il furbo di turno verrà sostituito con un altro piu furbo. Il risultato di questa marasma sarà l’auto distruzione per egoismo scellerato.

    • Citodacal
      28 marzo 2018

      Dal tirar l’acqua al mulino al tirarla allo sciacquone è un passo più breve di quel che si creda.

  • atlas
    29 marzo 2018

    cioè, l’articolo vuole dire che i giudei hanno inventato la rete informatica e i social per conoscere (spiare) a fondo quanto il mondo li disprezza ?

    Proprio così.

  • giannetto
    30 marzo 2018

    La lancia spezzata a pro di Facebook perché conterrebbe fermenti anti-sistemici mi sembra pipì fuor del vaso. Facebook è una puttana che prostituisce gli utenti che la usano come mammana… ossia 2 miliardi di idioti. E’ una puttana che li vende, s’intende per denaro. L ‘uso “sistemico” o “antisistemico” del materiale venduto dipende dal compratore, o meglio dai suoi interessi o bizze di quel momento, perché anche il compratore (in questo caso la CAF) è, a sua volta, un comprato-venduto da qualcuno che lo può comprare (in questo caso Bannon o chi per lui).
    – Che la potenza della suggestione informatica sia tale da orientare/modificare/stravolgere le volontà del popppolo non c’è dubbio, perché il popolo, come dice Marco Della Luna, è bue per il fatto stesso che è popolo.
    – Appplicate la mia opinioncina a certi software di casa nostra, ad es. DISQUS… che è così ficcanaso! – Ci avete mai pensato? – Perciò ho rinunciato ai miei “commentarii” (del resto inutili… non ho il mind-appeal di un opinionista accreditato) in siti dove m’informano preventivamente che devo passare per DISQUS.
    E’ pur vero, lo so, che questa precauzione non serve a un tubo, e che non sarà certo tale astinenza che mi salverà la vita.

    • atlas
      1 aprile 2018

      a me non mi prostituisce nessuno, né mi sento ‘idiota’ nel relazionarmi virtualmente su FB con persone della mia stesa area politica e culturale con cui mi scambio idee e informazione. Pochissime le donne nei miei ‘contatti’ e zero elementi futili. Chi mi ama mi segue, chi mi odia lo blocco, … cosa che invece non posso fare qui

      non so cosa possano monetizzare da me, ma monetizzino pure … i soldi FANNO anche la felicità e io per natura non sono né invidioso né geloso

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