"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

I nuovi intellettuali e le rovine

Chi sono oggi i nuovi intellettuali, critici di un rovinoso universo neoliberale in disfacimento? Partendo da Diego Fusaro, la sola voce del dissenso a essersi guadagnata un certo spazio mediatico, gettiamo una luce su alcune figure meno note, ma altrettanto combattive: lo storico Paolo Borgognone e l’economista Ilaria Bifarini. Tre giovani intellettuali contro la disillusione e l’acquiescenza

di Matteo Fais –

Certo, a guardarsi intorno, c’è ben poco da sperare: nani e ballerine, servi untuosi, conduttori televisivi dal fare peloso, radical chic deprecabili in ogni loro pubblica esternazione. Per nostra fortuna, in Italia, dopo la triste dipartita del meglio della classe intellettuale, da Pasolini a Costanzo Preve, un ricambio generazionale è intervenuto. Sono rari, rari e silenziati, ma esistono anche da noi degli intellettuali liberi, coraggiosi, e senza padroni. Il più noto è quello che rappresenta la voce di chiunque si riconosca in un pensiero altro dal dettato imperante. Si parla ovviamente di Diego Fusaro. Giovane filosofo, troppo carismatico e sopraffino per non suscitare invidie e livori in un paese dove a trionfare è la mediocritas. Lo si può leggere nel blog che tiene su Il Fatto Quotidiano, in uno dei tanti libri che ha pubblicato malgrado la giovanissima età, oppure ascoltarlo in una qualche trasmissione televisiva (soprattutto su La7). Non essendo in possesso della tessera numero uno del PD – ben conservata da un noto imprenditore che, per non pagar tasse in Italia, risiede in Svizzera – chiaramente, ogni qualvolta apra bocca, viene aggredito dalle squadracce da tastiera del pensiero unico dominante (basterà dare una sbirciatina ai commenti che il presente articolo otterrà su Facebook).

Fondamentalmente i suoi detrattori si distinguono in due categorie. La prima è composta da quei poveri cretini che hanno introiettato talmente bene la logica del neoliberismo, da non rendersi neanche conto che la libertà a cui inneggiano corrisponde esclusivamente alla possibilità di vivere tra il precariato e la disoccupazione a vita. La restante parte annovera tutti quelli che, incapaci di avere una carriera accademica come la sua, si aggregano in compagnia di altri minuscoli biliosi e vanno a caccia di possibili incongruenze nel suo pensiero. È facile vederli industriarsi in ogni modo a sottolineare come Fusaro non avrebbe compreso questo o quell’altro passaggio del pensiero di Heidegger, o Gramsci. Inutile precisare che si tratta di deprecabile zavorra, intenta ad affossare con la propria bassezza ogni nobile causa. Gente che se si fosse trovata al fianco di Lenin, prima del ‘18, gli avrebbe contestato le virgole invece che rovesciare lo zarismo.

Diego Fusaro libri

C’è poi un altro giovane studioso, meno noto al grande pubblico, ma altrettanto impegnato in una personale battaglia umana e intellettuale contro la ripugnante vulgata politicamente corretta e piddiotamente belante: Paolo Borgognone, collaboratore del quotidiano La Verità e saggista storico. È curioso notare come la sua produzione sia in larga misura utile nel comprendere ed esplicare la teorizzazione di Fusaro. Se questo, per esempio, ha fatto notare come i vari partiti ascrivibili alla galassia della sinistra, dal PCd’I fino al PD, siano andati incontro a una terrificante involuzione, passando dalla difesa dei diritti sociali alla inutile promozione di quelli civili, Borgognone ha ricostruito analiticamente questo raccapricciante processo suicida, tappa dopo tappa, nel suo concreto realizzarsi lungo i decenni. Più in generale, considerando l’insieme del suo lavoro, si può dire che il giovane saggista guarda alla storia senza alcun tipo di timore reverenziale, o preconcetto ideologico, con la sincera e trasparente vocazione a smascherare qualsiasi menzogna si celi dietro la retorica imperante.

È in particolare nella sua opera L’immagine sinistra della globalizzazione. Critica del radicalismo liberale (Zambon Editore, 2016), che, tra i vari aspetti, l’autore racconta, con una dovizia di particolari inappuntabile come, attraverso i tanti cambi di facciata, l’originario partito comunista italiano si sia trasmutato in una forza liberale a vocazione globalista, tradendo così qualsiasi suo manifesto intento originario di difesa delle classi umili. L’analisi è impietosa e non lascia dubbi sui principali responsabili dell’attuale sfacelo italiano. Non è del resto un caso che le élite finanziare transatlantiche guardino in tutta Europa, come in America, “a sinistra” per trovare tutela dei loro interessi speculativi.

Un ulteriore significativo caso della produzione dello storico di Asti è il suo libro Capire la Russia, del 2015, edito sempre da Zambon. Si tratta di un testo oramai capitale per prendere coscienza dei mutamenti sociali e politici verificatisi nell’ex paese sovietico, dalla caduta del comunismo fino all’ascesa al potere di Putin. Quest’ultimo, spiega Borgognone, è arrivato in una situazione in cui il paese, con Boris Nikolaevič El’cin, era sostanzialmente nelle mani di pochi oligarchi, a fronte di una classe media ristrettissima e la gran massa del popolo ridotta alla fame. Putin avrebbe invece cercato di economicizzare il consenso verso la sua formazione con interventi di welfare in aiuto alle fasce più deboli, pauperizzate dai processi di liberalizzazione messi in atto negli anni ‘90. Ciò avrebbe prodotto un allargamento della classe media. Il giovane storico, parallelamente a ciò, aiuta a comprendere la motivazione della grande acrimonia di tutta la sinistra odierna e, di conseguenza, del grosso dell’opinione pubblica occidentale, nei confronti del leader russo: il rifiuto di farsi eterodirigere dall’Occidente. Pur riconoscendo egli stesso i limiti di questa figura, decisamente ascrivibile all’orientamento liberale, Borgognone si rende ben conto di come sussistano delle notevoli differenze tra il capitalismo russo e il neoliberismo mondialista.

L’ultimo testo di Borgognone in ordine di pubblicazione, invece, si intitola Deplorevoli? L’America di Trump e i movimenti sovranisti in Europa. Come nei precedenti, l’autore dimostra al solito grande attenzione per l’attualità, facilitando i lettori nel ricapitolare gli ultimi avvenimenti d’oltreoceano così da poterli osservare sotto una nuova luce. L’operazione risulta encomiabile per due motivi. In primis, gli eventi nella loro estenuante successione giornaliera hanno spesso il problema di rimanere scarsamente impressi nella mente dell’opinione pubblica. Del resto, il circuito massmediatico ha la precisa volontà di inibire la formazione di una coscienza storica e sociale di quanto avviene nel mondo. Confusi nel calderone delle decine di notizie quotidiane, i fatti si perdono e si mescolano, smarriscono una soluzione di continuità, soprattutto in ragione del fatto che giungono dai più disparati punti cardinali del pianeta.

Una ricognizione ad ampio raggio, come questa, giova a fare il punto e a mettere in ordine le date. Lo storico fornisce peraltro una quantità di materiale, di riferimenti specifici incrociati, di rimandi ad articoli di giornali tra i più importanti diffusi in tutto il mondo, a cui sarebbe impossibile avere accesso per una persona che non fosse cultrice della materia. Non si può quindi che salutare con sollievo un’operazione che giunge in soccorso di chi, nella confusione di un’informazione ipertrofica e supersonica, si trovi smarrito nel formarsi un quadro specifico e a tutto tondo del proprio tempo.

C’è da dire che lo studio riguardo ai movimenti sovranisti, almeno a livello europeo, Borgognone l’aveva già intrapreso in un capitolo che si potrebbe considerare quasi un episodio a sé stante di L’immagine sinistra della globalizzazione, lì dove aveva analizzato il fenomeno del Front National. Inteso come uno dei pochi baluardi contrapposti a una postmoderna visione della società aperta, il movimento della Le Pen incontra comunque notevoli difficoltà a imporsi tra le masse vittime della propaganda. Attraverso tale subdolo mezzo, gli altri partiti sono riusciti a veicolare un’immagine di esso come nuova versione 2.0 del fascismo del secolo scorso. L’autore ha buon gioco, facendo leva sui fatti, a lavar via dal volto del partito francese tutto il fango che una sinistra allo stadio terminale ha voluto spargergli addosso per attirare di riflesso su di sé, in un tentativo sempre più ridicolo e disperato, il consenso di un elettorato scarsamente convinto, se non dallo spauracchio di un nuovo nazismo al potere.

L’ultima sua fatica riprende questo tipo di analisi a un livello più ampio, incentrandola sul cosiddetto fenomeno populista americano e, in particolare, approfondendo la figura del nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America e i motivi della sua vittoria. Nel far ciò, ha modo di ritrarre con microscopica precisione anche la figura di quella che è stata l’antagonista di Trump alle ultime elezioni, ovvero Hillary Clinton, la quintessenza del politicamente corretto, sostenuta dalla società dello spettacolo, e oscuramente finanziata dai più sordidi elementi della finanza internazionale.

In questa sua irridente ricostruzione, l’autore porta all’attenzione del lettore come la tendenza alla demonizzazione, al tacciare il proprio nemico politico di fascismo in assenza di quest’ultimo, sia in realtà una pratica comune alla sinistra liberal un po’ in tutto il mondo – per quanto, sia detto per inciso, la pseudo sinistra italiana abbia sicuramente una preminenza gerarchica in tal senso, su quella americana, del tipo professore-alunno.

All’analisi della rivoluzionaria (almeno in senso lato) figura di Donald Trump che, per quanto fallimentare e guerrafondaia si stia rivelando, incarna comunque il risveglio dei ceti popolari dal sogno globalist, Borgognone fa seguire alcune pregevolissime pagine di vivisezione sociologica degli oppositori all’interno del ceto benestante americano. Dai giovani indottrinati (Erasmus generation), alla pletora di pseudo cantanti e vip vari schierati a mo’ di paladini di fantomatici ideali umanitari contro il pericolo populista. Risulta davvero spassoso il modo in cui l’autore rovescia, con piglio filosofico, la retorica di quell’oscena massa di sbarbatelli denominata pussy generation. Non per niente, tra i numerosi eserghi riportati al principio dell’opera, si trova una citazione, oramai passata alla storia, del noto attore Clint Eastwood che recita come segue:

Ci stiamo tutti segretamente stancando del politicamente corretto, quella in cui siamo è una generazione di leccaculo e di fighette. Per questo voto Trump, anche se ha detto un sacco di cose stupide […]. Questi sono i tempi della pussy generation, non puoi fare quello, non puoi fare questo e non puoi dire quest’altro. Camminiamo tutti sulle uova. Vediamo gente che accusa altra gente di essere razzista e ogni altro tipo di sciocchezza. Quando ero giovane queste cose non erano chiamate razziste.

Deve comunque rimanere ben chiaro che quella di Borgognone non vuole essere in alcun modo un’apologia di Trump, ma un equilibrato tentativo di ridimensionamento di ogni tipo di falsa opposizione – quali sono quasi tutte quelle oggi presenti nei più disparati panorami politici internazionali. La sostanza del messaggio sembra stare proprio in questo:

aiutarci a liberare la mente da una certa immagine romantica che la nuova sinistra continua ad alimentare di sé stessa, forte di un passato certamente migliore del suo presente.

Egli manifesta notevole coraggio nel metterci di fronte al dato di fatto che in troppi faticano ad accettare, cresciuti come sono nel mito propagandistico di una sinistra paladina degli umiliati e offesi. Difficilmente i più gli perdoneranno di averli risvegliati da questo disneyano sonno della ragione, privandoli dell’innocenza. I pochi che lo capiranno non potranno che essergli invece grati per aver loro aperto gli occhi offuscati dall’inganno ideologico.

Parallelamente all’operato di Fusaro e Borgognone, ma ascrivibile allo stesso filone critico, si è avuto negli ultimi mesi lo sfolgorante exploit di una giovane economista e blogger, Ilaria Bifarini. Senza appoggiarsi ad alcuna casa editrice e priva di sponsor all’interno del mondo accademico, la Bifarini ha deciso di dare alle stampe (sia in formato cartaceo che ebook), attraverso la piattaforma Amazon, il suo primo testo, Neoliberismo e manipolazione di massa che reca come sottotitolo un sarcastico Storia di una bocconiana redenta.


La giovane donna, che ha veramente frequentato la blasonata università Bocconi, oltre al Corso di Liberalismo all’Istituto Luigi Einaudi, delinea la strada per un vero e proprio percorso catartico di liberazione. Il neoliberismo, dice lei, è molto più che una teoria economica, è una visione del mondo totalizzante, entro la quale oramai un certo numero di generazioni ha ricevuto il proprio battesimo. Tanto è diffusa che la maggior parte delle persone non arriva neanche a ipotizzare vi possa essere un’alternativa. Ma soprattutto, tale è la sua forza persuasiva che lei stessa, per tutti gli anni della sua formazione intellettuale, ha vissuto all’interno del suo cerchio diabolico d’influenza. Il libro sintetizza a livello teorico il percorso individuale che l’autrice ha dovuto compiere per affrancarsi da una tale visione distorta del mondo, una visione per dirla con Marcuse appiattita su una sola dimensione. La strategia di affrancamento, seguita dalla Bifarini, è consistita in prima istanza nell’ampliare la propria visione al di là del semplice orizzonte economico, fino ad andare a contemplare ambiti quali quello filosofico e psicologico (in special modo quello della psicologia sociale). Si è trattato, per dir così, di innestare il germe della critica nel bel mezzo del discorso meramente fattuale dell’economicismo più gretto.

Nella fattispecie, il discorso prende le mosse e fa i conti con tutta la storia intellettuale più nera del Novecento. Si parte anzi dalla fine del secolo precedente, con l’opera di Gustave Le Bon, Psicologia delle folle del 1895. Stiamo per entrare nell’ultimo secolo del millennio, quando il pensatore francese compie la sua pionieristica impresa di studio della massa intesa come unità psicologica, fornendo così ai massimi dittatori e politici degli anni a venire un inquadramento scientifico di questa entità apparentemente così vasta e ingovernabile, di recente entrata nell’agone politico internazionale. A parere della studiosa, il punto di partenza da cui iniziare l’analisi sul neoliberismo e le sue capacità persuasive, risiede proprio in quell’autore che per primo analizzò con entomologica precisione le leve psicologiche che muovono il singolo soggetto politico inserito nel più grande calderone dei suoi simili. La folla, diceva l’autore,

ha bisogno di un leader carismatico, non smaccatamente superiore a sé stessa sul piano intellettuale e, soprattutto, la folla preferisce delle comode menzogne a delle scomode verità.

Seguendo questo percorso, definito dalla saggista “storico-diacronico”, si passa poi al confronto con tutta una serie di altri pensatori contemporanei particolarmente influenti nel secolo appena trascorso. Partendo da Freud con la sua polemica contro Le Bon, si arriva al nipote del noto padre della psicanalisi, ovvero a Edward Bernays. Pur essendo poco noto al grande pubblico, egli è stato annoverato tra gli uomini più influenti del ‘900. Fu il padre della moderna ingegneria del consenso, ossia della manipolazione di massa. Forte degli studi condotti dal più famoso zio, fornì alle multinazionali e ai politici gli strumenti per capire come orientare i desideri inconsci dell’individuo verso la dimensione del consumo. La sostanza del discorso è che, una volta che le moderne scoperte della psicanalisi vengono applicate all’economia, saranno gettate le basi per l’affermazione successiva del neoliberismo e del dominio delle élite sulle masse (ben mascherato sotto una facciata formale di democrazia).

Dopo questa ricostruzione, la Bifarini appronta una storia del neoliberismo, inteso come sviluppo degenerativo del liberismo. Si inizia quindi con la figura di Friedrich von Hayek e la sua Mont Pelerin Society, passando per Milton Friedman e la scuola dei suoi seguaci, i Chicago Boys. Seguendo questa strada si arriva alla teoria della Shock Economy codificata dalla famosa saggista Naomy Klein, secondo la quale per far passare delle liberticide misure neoliberiste è necessario imporre ad arte una situazione di crisi (che sia reale poco importa, ciò che conta è che un certo clima venga percepito dalla popolazione).

Gustave Le Bon, Bernays, Friedman, F.von Hayek

L’analisi della studiosa si sposta successivamente alle mutazioni che l’economia, da un certo momento in poi, ha intrapreso, passando da economia di produzione a economia finanziaria. Quest’ultima mutazione corrisponde peraltro, come si potrà facilmente arrivare a comprendere, a un’economia della distruzione, che lucra sulle sofferenze attraverso l’indebitamento.

Sarebbe qui impossibile ripercorrere analiticamente il tracciato del discorso e le conclusioni a livello di pars costruens a cui l’autrice approda in questo breve ma densissimo saggio. Ciò che però non si può fare a meno di notare, e di conseguenza lodare, è la precisa volontà della Bifarini (e altrettanto dicasi per Fusaro e Borgognone) di non arrendersi alla desolante visione delle rovine del nostro tempo. Al contrario, vi è in lei l’intento di rilanciare il discorso per promuovere un risveglio delle coscienze, attraverso una rimodulazione del linguaggio dell’economia, che vada finalmente incontro alle persone, senza smarrirsi entro tecnicismi adottati al solo fine di inibire nelle masse la possibilità di una reale comprensione di quanto avviene intorno a sé.

L’invito quindi è a leggere e approfondire anche questa ristretta, ma combattiva serie di intellettuali che, audacemente, e senza la sponda dei grandi mezzi di comunicazione di massa, cerca di diffondere una visione critica tra la popolazione. Certo, si potrà sostenere, già Fusaro svolge in tal senso il suo compito ben più che egregiamente. Il punto è che non potrà bastare un giovane filosofo a risollevare le sorti del paese e dell’Europa. Gramscianamente parlando, ci sarà bisogno dello sforzo intellettuale e umano di ogni persona che sia dotata della giusta potenza critica e della capacità – che non è da trascurare – di riuscire a veicolarla entro le masse. Perché è solo il popolo, nella sua forza d’urto rivoluzionaria, a poter rovesciare un certo stato di cose. Ma questo popolo necessita di essere svegliato.

Fonte: L’Intellettuale Dissidente

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  1. Giorgio 4 mesi fa

    Grazie!!!

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  2. Vittoriano 4 mesi fa

    Paolo Borgognone, segnatamente,
    collabora dal 2012 con il “Centro Iniziative per la Verità e la Giustizia” di Torino,
    per il cui sito (www.civg.it) ha redatto numerosi articoli e saggi.

    Per il CIVG

    Chi siamo – CIVG
    http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=14&Itemid...

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  3. Alessandro 4 mesi fa

    Vi siete dimenticati la Perruchetti, che di polvere ne ha sollevata parecchia.

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  4. dolphin 4 mesi fa

    tolleranza zero, bisogna purificare il pianeta da questa feccia e i loro mandanti che non hanno ne patria ne religione ma solo il profitto ad ogni costo, é una specie che deve sparire, con questi in vita il pianeta non avrà mai pace.

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