Cooperazione per la vendita di petrolio Pechino-Riyadh: avanza il “processo di de-dollarizzazione”?


di Lucas Leiroz de Almeida

Viste le relazioni instabili tra Arabia Saudita e Usa, che dallo scorso anno oscillano tra un boicottaggio totale e una cooperazione moderata, Riyadh mostra ora interesse nel contribuire ad avanzare nel processo di de-dollarizzazione dell’economia mondiale. Secondo recenti rapporti, il governo saudita è disposto a scambiare petrolio in yuan cinesi. Il provvedimento sarebbe un duro colpo contro la potenza finanziaria americana, che ha il petrodollaro come base di sicurezza monetaria.

Secondo il Wall Street Journal (WSJ), in un articolo pubblicato martedì 15 marzo, Riyadh sta valutando la possibilità di iniziare a quotare e scambiare le sue vendite di petrolio in yuan cinesi, abbandonando lo standard del dollaro. Il pezzo informa anche che un tale piano tariffario è in sviluppo da sei anni, essendo stato recentemente accelerato in reazione alla forte pressione esercitata dal governo Biden contro l’Arabia Saudita. Nelle parole di uno degli informatori sauditi del WSJ:

“Le dinamiche sono cambiate radicalmente. Il rapporto degli Stati Uniti con i sauditi è cambiato, la Cina è il più grande importatore mondiale di greggio e stanno offrendo molti incentivi redditizi al regno (…) La Cina ha offerto tutto ciò che si può immaginare al regno”.

Come previsto, l’impatto della notizia sul mercato finanziario è stato immediato. Il valore dello Yuan offshore è aumentato considerevolmente rispetto al dollaro sul mercato asiatico, generando molte aspettative di investimenti nella valuta cinese. L’impatto dovrebbe essere ancora maggiore nei prossimi giorni o settimane, considerando che, nell’attuale contesto di tensioni e conflitti, Riyadh ha lo scenario ideale per rendere pubbliche e far avanzare le sue misure finanziarie di de-dollarizzazione senza attendere su larga scala sanzioni internazionali da parte dell’Occidente, che al momento ha altre priorità.

In effetti, la manovra saudita sembra al momento interessante e di alto valore strategico. La Cina acquista più di un quarto delle massicce esportazioni di petrolio di Riyadh e dal 2018 offre una serie di contratti con un prezzo in renminbi. Inoltre, la cooperazione sembra essere in aumento in entrambe le direzioni. Ad esempio, la scorsa settimana Saudi Aramco, di proprietà statale, ha annunciato che avrebbe aiutato a costruire una nuova raffineria di petrolio nel nord-est della Cina con la capacità di produrre 300.000 barili al giorno. Apparentemente, Pechino vede Riyadh come un alleato energetico chiave per il progetto Belt and Road Initiative (BRI) e, d’altra parte, Riyadh vede la BRI come una grande opportunità per investimenti redditizi a breve termine.
In questo senso, la determinazione del prezzo in Yuan rappresenterebbe un impegno ancora maggiore nella cooperazione, che andrebbe a vantaggio di entrambe le parti e contribuirebbe a ridurre la dipendenza globale dallo standard del dollaro.
Ovviamente, nonostante i chiari interessi economici diretti, non è possibile ignorare il profondo aspetto geopolitico della questione. L’attuale amministrazione statunitense ha mantenuto la posizione più antisaudita mai vista alla Casa Bianca. L’anno scorso, Biden ha persino interrotto il sostegno degli Stati Uniti alla campagna saudita in Yemen, sebbene sia stato “limitato” in molti modi dall’industria delle armi statunitense. Biden mantiene una forte posizione ideologica umanitaria e liberale, che non gli permette di essere d’accordo formalmente con un regime antidemocratico e con una campagna violenta come la guerra contro gli Houthi. Inoltre, è “costretto” a rinunciare ai suoi principi democratici su molti altri punti – come il regime dittatoriale ucraino, ad esempio –, quindi deve scegliere alcuni obiettivi di minore importanza strategica per mantenere la sua immagine di difensore globale della democrazia , e, a quanto pare, ha fatto la scelta meno costosa nel distanziarsi dal regime saudita (pur continuando il sostegno militare e logistico).

Petrolio saudita

Lo stesso conflitto sul suolo ucraino favorisce anche questo tipo di misure, in quanto esiste una tendenza globale alla multipolarizzazione su più livelli, compresi quelli economici e finanziari. La Cina si oppone al boicottaggio della Russia ed eleva in ogni modo possibile la sua partnership con Mosca, il che significa che presto anche l’Occidente potrebbe attuare misure coercitive contro Pechino. Quindi, l’Arabia Saudita approfitta del momento per entrare in una possibile nuova rotta di mercato, con prezzi in Yuan, al servizio degli interessi della Cina, delle sue nazioni partner – compresa l’intera BRI – e dei BRICS. In questo senso, la de-dollarizzazione sembra solo una naturale conseguenza del processo di formazione di un mondo policentrico, come si disegna con gli eventi dell’Est Europa.

Aramco Arabia Saudita

Con questo scenario globale, l’Occidente avrà un’unica scelta: capire che un ordine globale multipolare presuppone più standard monetari, senza più spazio per la dipendenza dal dollaro americano. È inevitabile che il dollaro diventi solo un’altra possibile valuta nelle transazioni internazionali, in competizione non solo con lo Yuan, ma anche con altre valute e asset digitali, come le criptovalute. Ovviamente è possibile che Washington ristabilisca buoni legami con Riyadh in futuro, ma fermare la de-dollarizzazione non sembra più un obiettivo raggiungibile.

*Lucas Leiroz è ricercatore in Scienze Sociali presso l’Università Federale Rurale di Rio de Janeiro; consulente geopolitico

Fonte: Global Research

Traduzione: Gerard Trousson

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