Chiedono a Facebook di porre fine alla censura dei palestinesi

  • Facebook soffoca ripetutamente le voci palestinesi, il che ha suscitato l’ira di migliaia di persone che chiedono la fine della censura su questo social network.
  • Milioni di persone hanno condannato la censura dei palestinesi utilizzando hashtag come #FacebookCensorsPalestine (Facebook Censorship Palestine), dopo che Zoom, Facebook e YouTube hanno bloccato congiuntamente un evento accademico organizzato per mercoledì dalla San Francisco State University (EE. .UU.) Con la partecipazione dell’attivista palestinese Leila Khaled.

Con tweet, post di Facebook, storie di Instagram, video e proteste dal vivo, migliaia di persone da Ramallah (a nord della Cisgiordania occupata) a San Francisco hanno chiesto al gigante dei social media di smetterla di censurare ingiustamente le voci palestinesi e i loro sostenitori per la difesa dei diritti dei palestinesi.

Rifiutando questa censura, la coalizione ‘Facebook, Stop Censoring Palestine’ (Facebook, Stop Censoring Palestine) sta sollecitando il gigante dei social media a rimuovere l’israeliano Emi Palmor dal suo consiglio di vigilanza, la cui funzione è quella di prendere le decisioni finali e vincolanti sull’opportunità di consentire o rimuovere contenuti specifici da Facebook e dalle sue altre entità, incluso Instagram.

Palmor è un ex capo del ministero della Giustizia israeliano che ha gestito personalmente l’unità informatica del regime che ha portato alla rimozione di migliaia di contenuti palestinesi da Facebook.

Durante il suo mandato di cinque anni, “il lavoro illegale dell’unità informatica ha imposto gravi limitazioni alla libertà di espressione e di opinione, in particolare sulla Palestina”.

Alysia Grapek, autrice di un rapporto intitolato “Facebook Censorship Palestine”, raccolto giovedì dal portale di notizie Middle East Eye (MEE), ha criticato Facebook per aver messo a tacere le voci palestinesi sui suoi social media, con il pretesto di evitare il discorso. di odio.

Manifestazione per la Palestina

Il rapporto fa riferimento all’eliminazione delle posizioni della top model palestinese-olandese Bella Hadid, così come della professoressa palestinese-americana Noura Erakat, con tali pretesti.

Hadid ha pubblicato una foto del passaporto palestinese di suo padre, che è stato successivamente cancellato, mentre Erakat ha postato sulla vicenda di suo cugino, ucciso a colpi di arma da fuoco dai soldati israeliani.

Grapek ha scoperto nella sua ricerca che alcune delle parole chiave che hanno portato alla censura includono le parole: martire, Resistenza, Hamas e Hezbollah.

Per anni Facebook ha disattivato gli account palestinesi in coordinamento con il regime israeliano e le agenzie di sicurezza, con il pretesto di evitare l ‘”incitamento” alla resistenza palestinese.

I leader di questo social network e le autorità israeliane hanno firmato un accordo nel settembre 2016 che obbliga Facebook a rimuovere tutti i tipi di contenuti considerati anti-israeliani.

I palestinesi ritengono che il patto cerchi di censurare ogni tipo di critica a (Israele) e di non consentire ad attivisti e cittadini di utilizzare la piattaforma Facebook per mostrare al mondo le pratiche brutali e la repressione che l’esercito israeliano esercita sui palestinesi.

Fonte: Pars Today

Traduzione: Luciano Lago

4 Commenti

  • Farouq
    25 Settembre 2020

    Hanno creato loro fessobook, sono liberi di fare quello che vogliono, fessi quelli che si iscrivono

    • atlas
      26 Settembre 2020

      perfettamente di accordo con te e contro a questo tipo di articolo, chi vieni sempre da usa o da chi vive e manifestare lì. A cosa serve.. Io c’ho account fb e so che deve stare attento quello che si scrive. Palestinesi che protestano da america ? Ma no lo sanno che questa è democrazia ? Cosa volere, perchè no si iscrivere a VK

    • Sandro
      26 Settembre 2020

      Mi sono iscritto anni fa a “faccedaculo” (sono contrario agli sproloqui ma quando si affaticano per meritarli, cerco di assecondarli) per pochissimo tempo. Quando ho capito che aria tirava e che sembra ancora tiri, li ho lasciati al loro destino. Ultimamente, per un errore di iscrizione, tra l’altro non compiuto, ad altro sito dove si celava la compagnia di quelle facce, mi hanno perseguitato per ameno due mesi – tutti i giorni – dicendomi che c’è un mare di gente che bramava di interloquire con me.
      Ma non sanno seppure come lusingarti per farti rientrare nel loro vortice. Tra i tenti “amici” di cui non sapevo neppure l’esistenza e che sbavavano per contattarmi, ne hanno inserito uno che maledì il giorno che mi conobbe. Questi ragazzi hanno bisogno di fare esperienza, non sanno che vi sono ancora dei vedenti*
      * “nel mondo dei ciechi, chi ci vide è un grand’uomo”

  • eusebio
    27 Settembre 2020

    Facebook controlla pure Instagram e Whatsapp, si può immaginare quale mole enorme di dati questa società possiamo dire immagazzini su ognuno degli iscritti, se una persona è iscritta a tutti e tre incrociando i dati possono sapere tutto, gusti, abitudini, amicizie, immagini, contatti, affari personali e di lavoro, tutto magari posizionato in server posti nella Palestina occupata, oppure dato che i sauditi sono grandi azionisti di faccialibro in Arabia Saudita.
    Meglio usare il russo Vkontakte, e magari pure Yandex come motore di ricerca al posto di Google che appartiene ai nasi a becco Brin e Page.
    Tra l’altro tutti questi dati sono immagazzinati su server costruiti e gestiti da software della Oracle dell’altro naso a becco Ellison.
    Comunque pare che i sionisti stiano per affrontare grossi guai, i Palestinesi si preparano per una nuova intifada e i senza prepuzio costruiscono rifugi nel nord del paese occupato temendo una nuova guerra con Hezbollah, mentre imperversa una gravissima crisi economica e le strutture sanitarie costruite al risparmio a causa della proverbiale avarizia sono intasate per il covid.
    Il premier criminale di guerra e pluriprocessato ha rimesso tutti in quarantena per tre settimane forse per impedire che gli israeliani scappino per la fame e la paura della guerra.

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