Storia e cultura

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di Lorenzo Merlo

Sulla vetta della nostra biografia, la cultura materialista ce lo insegna, c’è posto solo per la nostra storia. Montagne più alte non se ne vedono. Prendere coscienza dell’arbitrarietà di tanta parzialità eletta a verità è un passo necessario all’evoluzione di noi stessi, dell’educazione, della politica. Un passo verso la sola rivoluzione non ideologica.

Avvio
Per storia si intende qui ciò che è preso in considerazione, ciò che è affermato e il sentimento che ne abbiamo. In funzione delle esigenze del discorso, la prospettiva può essere sociale o individuale. In ogni caso, la Storia corrisponde a una esigenza.
Qui, diversamente dalla nostra tendenza culturale, la Storia viene presa per essere legittimata, non rinnegata. Non siamo soliti dire che “le cose potevano altrimenti”? Che “bastava ascoltare la zia”? Che “Ah, Balotelli e Cassano, se si fossero impegnati di più”. Sono espressioni che si oppongono alla Storia, dimostrazioni dell’inettitudine a legittimarla, nonché a riconoscere la sua in noi, nel nostro sentimento, nelle nostre esigenze e condizioni.
Questo intervento non ha un’intenzione positivistica. Non aspira a divulgare, dimostrare, convincere, promuovere. Vorrebbe solo lasciare lo spazio utile affinché qualcuno degli spunti potenziali qui raccolti possa dimostrarsi fertile per il terreno di altre biografie.
Le seguenti osservazioni scaturiscono da un aspetto di una mia ricerca che non ha cessato di sussistere, indipendentemente dall’ambito considerato, intellettuale o psicomotorio. Così, psicologia, filosofia, esoterismo, psicomotricità, poesia, didattica, guerre, culture, ideologie, dogmi, creatività, medicina, scienza, alchimia, comunicazione, apprendimento, conoscenza, corpo, sentimento, emozione, esigenza, ratio, religione, grandi e piccoli numeri sono prioritariamente inderogabili espressioni umane, prima che ambiti e verità. In quanto tali, sono perciò di pari valore in quanto sempre strumentali a noi stessi, sempre corrispondenti e coerenti alla nostra biografia. Così muovendo, è possibile ricercarne via via le ragioni d’essere, la semantica, il potere magico e creativo, la comune identità.

Tuttavia, non c’è intenzione di dare valore all’autoreferenzialità della Storia stessa, anzi, è proprio emancipandosi da quell’autoreferenzialità che possiamo accedere a dimensioni creative altrimenti castrate. Che possiamo comprenderne le cosiddette ragioni e le mai assunte arbitrarietà, quindi anche la mai osservata reciprocità. É emancipandoci dal credito assoluto che diamo alla Storia che possiamo riconoscere gli ambiti e i limiti entro cui la carrellata delle sue verità può sussistere, ha valore e significato, possiamo riconoscere la prospettiva che elegge una certa verità o affermazione e abbracciarla o non condividerla.
Non riconoscendo l’ambito entro cui la verità si compie, l’affermazione si realizza, siamo sempre sotto la sospesa Spada di Damocle che ci impone di eleggere una verità sulle altre, di vivere come se la verità fosse raggiungibile. Eleggere una verità sopra le altre implica l’accettazione della lotta per la sua difesa o affermazione.
La storia è il palmares di un ininterrotto campionato tra esigenze diverse? In caso affermativo, non possiamo che rispettarla. Diversamente, non possiamo che offenderla. Diamo contro a ciò che facciamo? No! A ciò che fanno gli altri? Sì! Non comprendere che ciò che facciamo è esattamente ciò che fanno gli altri è offendere la Storia. Non comprendere che investiamo i fenomeni ai quali assistiamo con il nostro sentimento, e che è questo a sagomare la realtà che concepiamo oggettiva, è offendere la storia. È la premessa per arrivare ovunque la prevaricazione possa portarci, fino anche a “esportare democrazia”, fino a definire chi è “stato canaglia”, fino a istituire “tribunali” per giudicare chi non ci va a genio.

Le note che seguono non hanno alcun intento proselitistico. L’esperienza non è trasmissibile, ognuno, motivazione permettendo, troverà la sua strada come la sorgente per venire alla luce.
Il presente intervento vorrebbe prediligere una comunicazione circolare, aspira a raccogliere da ogni interessato le sue considerazioni, che provocheranno soprattutto incongruenze e/o efficaci sinapsi. Le reazioni personali sono auspicate, anche per sottolineare quanto la comunicazione abbia bisogno della nostra motivazione all’ascolto, del nostro sentimento libero, affinché con esso si possa riconoscere ­ – più opportunamente di quanto non sia concesso alla ratio – il vero contenuto del nostro messaggio nascosto tra le parole, i concetti e la forma con cui vengono pronunciati.


É con processi di questo tipo che possiamo integrare nella nostra biografia elementi e prospettive alle quali ancora non abbiamo avuto opportunità di porre attenzione. É in questo modo che scegliamo l’utile rametto per accrescere il nido del nostro sapere, così come lo sceglie il castoro per la sua opera. Diversamente, si tratta di informazione, un piano di realtà squisitamente cognitivo, superficiale, intellettuale, che lascia il tempo che trova, in attesa di essere scacciato dalla prossima notizia. Ovvero, senza alcun valore carnale, evolutivo.

”La Terra è sacra…”
A quale verità ci stiamo riferendo? A quale verità stiamo affidando la nostra identità, concezione e realtà?
Per esempio, chiamando “sacra” la Terra, emettiamo un segno che necessariamente fa riferimento alla cultura umana. Cioè prima di quella cultura, non v’era sacralità alcuna. Senza quella cultura, non v’è sacralità alcuna, gli animali possono confermarcelo (forse). Certamente ce lo conferma la fisica quantistica, quella che ha riconosciuto ciò che certa tradizione ha sempre affermato. Ovvero che l’osservatore tende a produrre la realtà osservata. Con una precisazione dissacrante: è sacro tutto ciò che consideriamo nostra estensione.
La considerazione non è frutto del mio sacco (ma non voglio sottrarmi ad eventuali mie responsabilità). É frutto invece della prospettiva dei primitivisti, del green anarchism e dei movimenti a loro affini. Tutta la cultura umana, a partire dal linguaggio, è per loro una mediazione che necessariamente implica uno scollamento dalla Natura, dall’Uno. Così, non si tratta più di difendere la campagna, ma di fare presente che l’agricoltura è la prima forma organizzata di perdizione dell’uomo rispetto alla sua condizione originaria. Mentre, cronologicamente parlando, l’ultima sarebbe l’arte o meglio, il suo culto.
I primitivisti hanno osservato che solo le piccole società, ovvero quelle di meno di cento persone, di raccoglitori-cacciatori possono avere e mantenere un legame con la natura. Aggregazioni più ampie tendono invece a provocare esigenze che producono cultura, cioè mediazione, distanza, separazione. Il sacro ufficializzato, cioè quello non vissuto come un noi stessi esteso, è perciò solo infrastruttura culturale, quindi espressione di estraneità alla natura.


Resta da chiedere ai primitivisti se, con le consapevolezze acquisite dagli uomini, sussiste la possibilità di recuperare, con soddisfazione, le origini. Uno scopo inestimabile dal punto di vista della vita vissuta con forza e gioia, rispetto a quella chiusa in tristi canali di scolo che sfociano nel gran bacino della morte. Se la prospettiva della loro radicale critica alla società e alla cultura non interessa ai più, in quanto ritengono che il ritorno all’Uno sia irrecuperabile, potrebbe però interessare i pochi che sono in ricerca esistenziale.

La critica alla società dei primitivisti è particolarmente interessante quando ci suggerisce di porre l’attenzione su un aspetto che forse non è stato ancora adeguatamente trattato, ovvero quello dei grandi numeri. La priorità dovrebbe essere data, infatti, all’osservazione delle dinamiche che i grandi numeri autopoieticamente creano rispetto a quelle ammissibili nei piccoli. Riconoscere i grandi numeri come un organismo che ha esigenze e iniziative differenti da quelle dei piccoli è una priorità giustificata dal fatto che un cambio di rotta politico-sociale, concepito senza tenerne conto, corre il rischio di inadeguatezza. Come è tipico di tutte le iniziative statiche, bidimensionali.
Nei grandi numeri, è possibile non avere frange di sabotatori?
É possibile un equilibrio univoco?
É possibile l’onestà definitivamente affermata?
É possibile il consenso assoluto?
É possibile governare con amore?
É possibile un regno condiviso da tutti?

Forse, basta un’incertezza negativa per una sola di queste domande per poter passare alla seconda fase, a sua volta sintetizzata in una domanda: come affermare allora la nostra verità?
Dovremo ricorrere alla forza, alla sopraffazione?
Anche i grandi numeri possono comportarsi come i piccoli?
Le dinamiche implicate nel grande numero non sono verità?
Porgeremo l’altra guancia, lasciando che la Terra sia ulteriormente divorata?
Potremo fare a meno delle lobby di potere?

Se anche per la seconda fase ci venisse qualche incertezza, significa che siamo disponibili alla terza: come raggiungere il nuovo paradigma, senza far ricorso agli strumenti del vecchio?

Se la risposta sta nella rivoluzione personale che ognuno di noi può compiere, da una parte affermiamo l’unica cosa capace di insinuarsi nello spazio apertoci dalla teoria, dall’altra – e questo è il punto – togliamo sacralità alla Terra e la diamo alla Storia.
Proprio come si era incominciato.

Quello che gli altri non dicono

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